SAALBACH — «Scusatemi, ho il fiatone. Sono su un sentiero dalle mie parti, a Finale Ligure. Ho appena fatto un’arrampicata».
Daniele Brignone, savonese, maestro di sci a riposo, amante del mare, padre di Federica Brignone: come ha detto la sua ex moglie Ninna Quario, è stato lui a chiamare a seconda manche in corso per avvertire di un pericolo sulla pista del gigante. Ma soprattutto Brignone senior è uno dei custodi della formula magica che ha regalato allo sport italiano una campionessa senza età.
Daniele Brignone, in tv che trappola ha visto?
«C’era un dosso, che poteva farle perdere la gara se lei fosse entrata troppo veloce. Ho messo in guardia mio figlio Davide, suo allenatore, che ha consigliato le linee migliori».
Si poteva intuire tutto questo quando Federica era bambina?
«Lei è una competitiva che viene da una famiglia di competitivi, ce l’ha nel sangue. Nemmeno a carte vuole perdere. Ormai ha una certa età, ma è longeva perché da ragazzina non ha ecceduto coi carichi di lavoro. Ha ancora tanto da mostrare».
Nata per vincere?
«Diciamo che quando Ninna mi ha chiesto di occuparmi del percorso agonistico di Fede non l’ho mai pilotata, non avevo l’idea di costruire una sciatrice o una campionessa. Volevo che godesse la vita a 360 gradi, che conoscesse tutti gli sport e ambienti. Ninna ha sempre delegato me perché si fidava».
Com’è nata la vostra famiglia?
«Vivevo a Savona, ho conosciuto Ninna sul ghiacciaio di Tignes: io ero con la scuola sci, lei con un camp della Rossignol. Ci siamo trasferiti a Milano, zona Navigli, gestivo un negozio Invicta. Dopo otto anni abbiamo deciso di spostarci in Valle d’Aosta. Eravamo sempre insieme, noi quattro, ci inventavamo giochi. Fede scia senza frenare come me, e ha la sensibilità nei piedi della madre. Quando ha vinto il campionato allievi ho telefonato a Ninna che è scoppiata a piangere».
Come vivete la separazione?
«I figli sono i nostri figli: anche da separati siamo tutti legati gli uni agli altri. Restiamo una famiglia».
È vero che ha introdotto Federica al mondo delle moto?
«A 5-6 anni le ho comprato la minimoto da cross, fino a poco tempo fa mi facevo 10-15mila chilometri l’anno su una Bmw 1200. Ma con me Federica ha imparato anche a pescare sott’acqua, sono ligure e mi è venuto spontaneo insegnarglielo».
Si ricorda quando le dicevano “guarda che Fede non è la Compagnoni”?
«Una presa in giro, non capivano quel che io avevo già intuito. Magari vedendola zampettare a meno venti nella neve con le guance rosse. Si sbagliavano, ma in un certo senso avevano ragione: Deborah è un idolo però Fede resta Fede. Alberto Tomba come sempre era più avanti di tutti: dopo una sua gara mi chiese di lei, che era piccolissima».
Com’è nata l’idea di affiancarle il fratello come allenatore?
«Davide aveva sciato tanto con me per recuperare dagli infortuni: aveva un occhio incredibile, era capace di comprendere le situazioni anche psicologicamente. Quando la sorella era in crisi Ninna mi ha chiesto “vai tu da lei”. Ma un papà può essere scomodo. A Davide ho detto: “Non ha senso che tu faccia il maestro, vai da Federica e dalle una mano a vincere in Coppa”. C’è tanto di Davide in quel che sta ottenendo Federica».
Le ricorda qualcosa la rivalità con Goggia nell’infanzia di Federica?
«Dall’asilo lei aveva una compagna di scuola, Charlotte, con cui è amica ancora adesso, Ninna le portava al Trofeo Pinocchio e dava loro tè e biscotti. Ma in pista erano avversarie, si stimolavano a vicenda. Una contro l’altra, Federica e Sofia sanno sempre di valere molto».