Thoeni, Plank, Tomba, Ghedina, Rocca, Innerhofer. Da venerdì in questo elenco di leggende italiane si è inserito Giovanni Franzoni da Manerba del Garda, capace come i suoi predecessori di vincere a Wengen, nella stazione orgoglio dello sci svizzero, che si raggiunge solo con il trenino a cremagliera e si gira su mezzi elettrici. Sfidando la pista più lunga del mondo riadattata per il superG, e raggiungibile con una lunga camminata nei boschi ai piedi dell’Eiger. Uno dei Grand Slam dello sci, si potrebbe chiamare il concorso del Lauberhorn che ora accoglie un ventiquattrenne col futuro nelle mani e negli sci.
Franzoni, come si sente nel club di chi fatto la storia di Wengen?
"Mah, ce n’è di strada da fare. Non mi confronto con campioni del genere, non basta vincere, ci vuole una certa costanza negli anni. Io ho fatto la mia gara, è and…
Thoeni, Plank, Tomba, Ghedina, Rocca, Innerhofer. Da venerdì in questo elenco di leggende italiane si è inserito Giovanni Franzoni da Manerba del Garda, capace come i suoi predecessori di vincere a Wengen, nella stazione orgoglio dello sci svizzero, che si raggiunge solo con il trenino a cremagliera e si gira su mezzi elettrici. Sfidando la pista più lunga del mondo riadattata per il superG, e raggiungibile con una lunga camminata nei boschi ai piedi dell’Eiger. Uno dei Grand Slam dello sci, si potrebbe chiamare il concorso del Lauberhorn che ora accoglie un ventiquattrenne col futuro nelle mani e negli sci.
Franzoni, come si sente nel club di chi fatto la storia di Wengen?
"Mah, ce n’è di strada da fare. Non mi confronto con campioni del genere, non basta vincere, ci vuole una certa costanza negli anni. Io ho fatto la mia gara, è andata bene, essere leggenda è un’altra cosa. Anche se un po’ più di consapevolezza ce l’ho, ho capito di avere le capacità per andare forte".
L’ha compreso cosa significa vincere a Wengen? C’erano 22mila spettatori.
"Prima di partire ho visto la scritta Home of Legends, mi sono detto “cavolo, fa un certo effetto”".
È sceso col numero 1, senza punti di riferimento. Un vantaggio?
"A me piace studiare gli altri prima, ho sempre faticato guardando solo gli apripista ed ero ansioso. Ma avevo buone sensazioni e mi sono ricordato che a questi livelli si parte per dar tutto: o va bene o niente. Quando ho visto gli svizzeri arrivarmi alle spalle ho capito quel che stava succedendo".
È diventato amico di una pista che era un incubo per lei.
"Qui mi sono fatto male tre anni fa: non è stata una caduta catastrofica, sono solo stato sfortunato con le reti di sicurezza. L’infortunio ai tendini della gamba destra mi ha costretto a essere operato in Finlandia, la riabilitazione a Brescia è stata lunga, ho sofferto a livello emotivo, sono dovuto ripartire dalla Coppa Europa. Però credo che tutto questo mi abbia fatto bene".
È cambiato?
"Prima ero uno che si incazzava se non arrivavano i risultati. Ci sono stati momenti in cui volevo smettere. Maturando, cercando di capire cosa non funzionava, ho cominciato a godermi la gara, il fatto di essere in salute, in Coppa del mondo dove sognavo di essere da piccolo: sto molto meglio".
Dalla tragedia di settembre in Cile il suo pensiero corre sempre al suo amico Matteo Franzoso, a cui ha dedicato il podio in Gardena.
"Gli dedico anche questa vittoria e tutto quel che verrà dopo: scierò con lui per tutta la vita, quel che è successo sono riuscito a trasformarlo in energia per raggiungere i risultati che sognavamo insieme. Ogni giorno quando mi sveglio lo ricordo, lo tengo nella mente e nel cuore: sarebbe stato bellissimo se fossimo stati insieme oggi a festeggiare. Non si può tornare indietro, posso solo rendergli onore e ringraziarlo per quel che è stato ed è tuttora".
Quanto ha preso da suo padre Osvaldo, paracadutista?
"La determinazione, lui è bello tosto, se non tengo i piedi a terra ci pensa lui a farmeli abbassare".
Il resto della famiglia quanto è stato presente nella sua crescita?
"Mia mamma Irene ha la sensibilità, senza di lei che mi scarrozzava a destra e sinistra non avrei potuto fare tutto questo. Mio fratello gemello Alessandro (ex atleta ora maestro di sci, ndr) è sempre stato con me da quando eravamo piccoli. Prima di ogni gara ci scriviamo".
Da piccolo non voleva scendere al Trofeo Topolino, poi vinceva.
"Il bambino che rimane in me è sempre lo stesso, sono solo cresciuto fisicamente. Ero sulla poltrona del leader di Wengen, tremavo e dicevo “c…”. Dalle prime gare ho sempre faticato a immaginare il mio cognome in tv, mi dicevo “chissà se ci sta bene”.
Ci sta bene?
"Ero solo un ragazzino che sognava la Coppa del mondo, e che ora si diverte e riesce anche a vincere, che è bellissimo".
Ma a vincere ai Giochi ci pensa?
"Il lavoro di anni mi sta ripagando, ma non è detto che di qui in poi io vinca tutte le gare. Per le Olimpiadi sono ottimista, la pista mi piace, dopo due podi un pensierino lo faccio. Ma voglio godermi anche lo spirito olimpico: è quel che sogna ogni atleta, e io sono grato".