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Tennis, il manager italiano di Djokovic racconta il campione serbo: "La mia vita è la sua vita"

Edoardo Artaldi segue l'attuale numero 2 del mondo dal 2011: "E' nato un rapporto molto stretto, costruito giorno dopo giorno. Ormai ci capiamo al volo. Mi basta uno sguardo per sapere se è il caso di parlare di affari o no"
di PAOLO ROSSI

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ROMA - Novak Djokovic guida la Serbia in cerca della conquista della Coppa Davis contro la Repubblica Ceca, ultimo atto ufficiale della stagione. Comunque vada questo 2013 lo ha confermato al top, secondo solo a Nadal nella classifica Atp. Ma forse leader morale. Di Djokovic e del suo clan sappiamo molto, ma non tutto. E, tra i suoi uomini di fiducia, c'è anche un italiano, Edoardo Artaldi che ci racconta il tennista ed il suo rapporto con lui.
Com'è nato questo rapporto?
"Nasce attraverso Tacchini: Nole parlava già bene italiano, era stato a Milano".
Lei era in Tacchini.
"Esatto. E' nato un rapporto giorno dopo giorno, migliore di quello che c'è normalmente tra azienda e atleta".
Di che periodo temporale parliamo?
"Un anno e mezzo. Poi mi disse che stava ripensando alla struttura".
E siamo in che anno?
"Parigi del 2011. Mi chiese: "mi dai una mano?"".
Ovviamente fu subito un sì.
"All'inizio lo seguii in amicizia. A fine 2011 il ruolo divenne più grande, proprio di agente".
Beh, una grande soddisfazione.
"Poteva chiederlo a chiunque di rappresentarlo, ma le cose tra noi erano cresciute giorno dopo giorno, come ho detto prima".
Lei comunque aveva una certa esperienza.
"Io cominciai nell'87 con Tacchini: giravo abbastanza seguendo Wilander, Cash. Poi il passaggio in Lotto, con posizione più manageriale. Mi occupai anche di calcio. marketing e comunicazione".
Ed ora?
"Sempre in giro per il mondo. La casa non esiste. La casa sono aerei e hotel".
Non ci si può lamentare, comunque.
"Mi reputo fortunato. Ma le cose vanno spiegate".
Prego.
"Si sta fuori tanto. Ad esempio, si comincia a dicembre con la preparazione nei paesi arabi. Poi Melbourne, quindi si torna a febbraio per poi recarti negli Usa. Solo dopo arrivano le tappe europee. Forse due mesi a casa, poi è tutto spezzettato".
Molto tempo trascorso insieme, dunque...
"Io ho giocato, e quindi capisco i cambiamenti umorali nell'arco di una giornata. Cosa che facilita il mio lavoro, e aiuta lui".
Qualche esempio?
"Mi basta uno sguardo per capire se è il momento di parlare di affari oppure no".
Anche le star hanno i loro momenti duri.
"Non è che poi vivono una vita spensierata: allenamento-palestra-massaggi ecc ecc. C'è tantissimo lavoro. Dentro il campo, fuori del campo".
Però non esageriamo.
"No, no. Davvero. La stampa, gli eventi, i social. Le energie che si spendono sono tante".
E allora?
"Nel mio ruolo occorre sensibilità. qui siamo un team. Ognuno ha il suo ruolo. Siamo una famiglia. 24 ore su 24 insieme. C'è spirito di famiglia, come una seconda famiglia. È molto bello".
Rischi?
"Che potrebbe essere mio figlio, è una responsabilità. Gli voglio bene e ci tengo, ma non si deve mischiare affetto e lavoro, sennò rischio di essere protettivo".
Momenti di svago?
"Con lui non ho mai palleggiato. Solo partitine calcio-tennis".
Ognuno al suo posto.
"E' così: divisioni di ruolo, non entro nei discorsi tecnici, non interferisco".
Il 2014?
"Boh, Djokovic giocherà altri cinque anni, mi piacerebbe esserci. E' il mio impegno e desiderio. La mia vita è la sua vita. Lui mi sgrida, mi dice 'stacca'".
E' nel tennis da 30 anni.
"Negli anni Ottanta era più artigianale e spensierato. Oggi devi essere al massimo su tutto, anche nello staff siamo a livelli estremi, nell'ambiente che ti circonda".
Il suo segreto?
"Aver fatto azienda mi ha aiutato, come regole e disciplina. Spiego le tempistiche degli sponsor. Le procedure...".
Il dopo?
"Non so se avrò numero uno. Di sicuro mi riposerò...".
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