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Tennis, dall'incubo delle scommesse al trionfo: Cecchinato vince a Budapest

Marco Cecchinato (afp)
Primo titolo Atp per il 25enne palermitano ora n. 59 del mondo. Lo allenava il cugino, poi ha trovato Sartori (coach di Seppi) e Piatti. Una storia di talento, intrighi, paure e resurrezione
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BUDAPEST - Quando era ancora lì sospeso nel nulla, con una condanna a 18 mesi di squalifica poi ridotti a 12 per presunte scommesse, Marco Cecchinato non avrebbe mai immaginato di vincere qualcosa di importante lontano da casa. Forse non si è illuso nemmeno quando quella sanzione venne cancellata, nel dicembre del 2016, dopo avergli comunque tolto lo slancio, dopo che i residui angosciosi gli avevano comunque alterato l'ottimismo e forse un po' cambiato il carattere. Ma non ha lasciato un millimetro di campo alle disgrazie. Marco Cecchinato ha vinto a Budapest il suo primo torneo Atp, un 250 pesantissimo che parla la lingua del tennis maggiore. Ha battuto l'australiano Millman 7-5, 6-4. Talento e miracoli. Domenica scorsa Marco aveva perso in qualificazione ed è rientrato come lucky loser. Una specie di metafora della sua vita, in cui è stato sempre bravo a non credere alle favole nere, non si è disunito nei momenti sgradevoli e non ha ceduto neppure alla seducente tentazione di credere che in finale l'avversario fosse (come probabilmente era ma non troppo) svantaggiato e stanco, magari solo psicologicamente, per aver concluso appena qualche ora prima la sua semifinale con Bedene interrotta sabato per pioggia. Sarebbe stato devastante per l'anima. Come quando si gioca contro un avversario assalito dai crampi. Mai farsi abbindolare da ciò che si vede dall'altra parte del campo. Per gli amici "Ceck", Marco è un palermitano doc, ha 25 anni e la sua maturazione la deve a Massimo Sartori, il coach di quel Seppi che Marco ha sconfitto sabato in semifinale.

Ora è seguito da Simone Vagnozzi. Gioca bene, ha un servizio che è puro "comfort"  e da questo colpo tesse ogni trama nei turni di battuta, mentre è aggressivo quando risponde, anche se non ama il veloce. Quando gioca Marco esegue. Era cresciuto nell'idealizzazione di Marat Safin. Due anni fa, prima del buco nero della sospensione, aveva raggiunto il n.82 del ranking senza aver mai vinto una partita nel circuito maggiore (ma avendo però battuto otto giocatori fra i primi 100). Potenza dei Challenger. E adesso vince addirittura un torneo Atp. Sono anche soldi, di quelli che ti programmi meglio la vita, non ti arricchisci ma l'esistenza diventa meno angosciata, fra spostamenti e illusioni. Il primo a mettergli una racchetta in mano fu suo zio, Gabriele Palpacelli. Marco aveva 6 anni. Da padre a figlio, qualche tempo dopo va sotto la guida di Francesco Palpacelli, il figlio di Gabriele, suo cugino in pratica, che aveva già allenato Roberta Vinci. Quando si trasferisce a Caldaro, le cose cambiano: finisce sotto l'egida di Sartori e Piatti. Quindi con Cristian Brandi. Sono passaggi cruciali per la definizione di uno stile, di un modo di stare in campo. Vince poco, ma migliora. Nei ritagli di tempo tifa Milan. Nel 2012 infiamma le qualificazioni degli Internazionali: il pubblico si spella le mani, Marco è già un beniamino e cede soltanto al secondo turno contro lo sloveno Kavcic, più furbo, più anziano e più esperto di lui. Il primo Challenger se lo porta a casa nel 2013 a San Marino assaporando il gusto di battere in finale Pippo Volandri. Nel 2016 va a Roland Garros, si trova davanti Kyrgios. Perde ma è tutta esperienza che si accumula. A Quito nel 2017 vince la sua prima partita Atp, contro il brasiliano Clezar. Quest'anno a Montecarlo ha fatto le prove generali del mutamento genetico battendo in sequenza Kukushkin, Garcia-Lopez e Dzumhur e cedendo soltanto a Raonic. Era segno.
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