Tutti loro, senza saperlo, hanno messo in pratica le famose parole di John Keating, adattandole al tennis. “Come una scintilla di rivelazione, un potente spettacolo continuo dove si può contribuire con un gesto! Quale sarà il tuo? Ecco, ed è così che lo spirito si elevava, le donne svenivano, nuovi dei nascevano!”. Loro chi? Alcuni coach. Scusate, alcuni maestri. Mentori.
Riccardo Piatti. Vincenzo Santopadre. Massimo Sartori. Gipo Arbino. Simone Tartarini. Sono allenatori di tennis. Ma non solo. Nel corso del tempo sono diventati – a secondo del momento – genitori, amici, fratelli maggiori. Di chi? Dei loro allievi che, passo dopo passo, sono diventati promesse prima, speranze poi, campioni oggi.
Jannik Sinner. Matteo Berrettini. Marco Cecchinato. Lorenzo Sonego. Lorenzo Musetti. Cinque tennisti che incarnano il rinascimento azzurro. E confermano una vecchia tesi di formazione: quando c’è simbiosi tra maestro e allievo posso avvenire i miracoli.
Chiedete ai ragazzi, vi risponderanno di voler restare a vita con i loro coach. Il primo, il più convinto è Lorenzo Sonego. “Assolutamente. Sono pronto a firmarlo qui, e adesso”. Cose che fanno piacere, ma che non sorprendono questi tecnici, consapevoli del loro progetto. “A Lorenzo ho messo in mano la racchetta ai tempi dello Sporting. Aveva 10 anni e mezzo, undici. Giocava a calcio nelle giovanili del Torino. Suo padre Giorgio, che conoscevo perché avevamo fatto dei doppi insieme, me lo portò per una prova. C’ero anche io a bordo campo, ero curioso. Il maestro comincia a giocarci e mi fa: ma è possibile che non abbia mai giocato? Non ci credo. Ma se così posso dirti che questo bambino è molto portato”. Nasce così il duo Arbino/Sonego: il coach con la pipa e il ragazzo dal cuore granata.
Ma chiedete a Matteo Berrettini cosa ne pensa di Vincenzo Santopadre. Rispondere con una sola parola: “Intoccabile”. E Santopadre ricambierebbe, perché “Matteo ascolta molto. È un allievo che fa piacere allenare. Sono stato fortunato ad incontrare genitori intelligenti come quelli di Matteo, e del fratello minore Jacopo, che si sono fidati ed affidati
Non abbiamo mai pensato a un obiettivo numerico come la classifica, né fatto proclami. Abbiamo pensato a continuare alla formazione, a fare esperienze e incamerare informazioni”.
E Sinner? Che a 13 anni ha lasciato la Val Pusteria per la Liguria? Piatti, nel prenderlo, ha dettato delle condizioni: “Era un progetto importante, l’idea è sempre stata quella di farlo giocare con i più grandi. Lui ha creduto, non ha mai dubitato. Per questo vive il fatto di trovarsi a giocare con i grandi in maniera molto tranquilla. Ha una testa molto forte e credo che questo sia dovuto anche allo sci, dove nel breve tempo di una discesa devi essere concentrato al massimo. Jannik comunque ha anche una forte personalità, è molto esigente e questo mi piace molto di lui”.
Storie, diverse ma simili, sono quelle di Musetti e Cecchinato. Il primo è praticamente un copia e incolla di Sonego: Tartarini ha preso in mano un ragazzino e lo ha fatto diventare prima teenager e poi giovanotto. “E’ un secondo padre per me, con lui ho girato mezzo mondo. E mi porta in giro per le città, non è solo un rapporto tennistico. Per dire: Melbourne è una sorta di seconda casa” ama ripetere il carrarese.
E Cecchinato? Ha fatto gli stessi chilometri di Sinner, dalla Sicilia verso le montagne. Questo quando non era ancora maggiorenne. E poi, dopo il boom (e la semifinale di Parigi 2018), scivolato per le vie impervie ha capito di dover tornare dove tutto era iniziato: cioè da Massimo Sartori. “Perché lui ha sempre dato priorità all’uomo, prima che all’atleta”.
Ecco, il ballo e il bello delle coppie. Storie di assoluta fiducia. Amicizia e rispetto professionale dei ruoli. Forse l’ingrediente della ricetta segreta di questo nuovo tennis che sembra essere solo all’inizio della sua onda.
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di Paolo Rossi
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