Roger Federer, 40 anni in attesa dell'ultima sfumatura
di Paolo Rossi , di Paolo RossiQuarant'anni di Roger Federer. Quanto tempo a disposizione abbiamo per celebrarlo? Quarant'anni di sfumature tennistiche. Interpretazioni geometriche, gesti impossibili, esercitazioni stilistiche al di là della comprensione.
Ecco, solo scrivendo queste brevi parole ci accorgiamo dell'errore. Non sembra un articolo di festa da compleanno. Non suona così. Ha tutta l'aria di un ricordo, di una magnifica e irripetibile celebrazione. La paura è che lo sappiamo tutti, ma non osiamo dirlo. Dirlo? Neppure sospirarlo, pensarlo. Respingiamo in toto quell'idea, soprattutto dopo i recenti fatti. Quali? Quelli che vedono come suo ultimo 'hurrà' il 2019, torneo di Basilea.
Avremmo scommesso cifre folli su Roger a Wimbledon, ma sappiamo come la sua corsa sia finita anzitempo, nei quarti di finale contro il polacco Hurkacz. E quindi, ci siamo detti, se ha fallito sulla sua erba magica, che speranze potrà ancora coltivare? Purtroppo il C…
Quarant'anni di Roger Federer. Quanto tempo a disposizione abbiamo per celebrarlo? Quarant'anni di sfumature tennistiche. Interpretazioni geometriche, gesti impossibili, esercitazioni stilistiche al di là della comprensione.
Ecco, solo scrivendo queste brevi parole ci accorgiamo dell'errore. Non sembra un articolo di festa da compleanno. Non suona così. Ha tutta l'aria di un ricordo, di una magnifica e irripetibile celebrazione. La paura è che lo sappiamo tutti, ma non osiamo dirlo. Dirlo? Neppure sospirarlo, pensarlo. Respingiamo in toto quell'idea, soprattutto dopo i recenti fatti. Quali? Quelli che vedono come suo ultimo 'hurrà' il 2019, torneo di Basilea.
Avremmo scommesso cifre folli su Roger a Wimbledon, ma sappiamo come la sua corsa sia finita anzitempo, nei quarti di finale contro il polacco Hurkacz. E quindi, ci siamo detti, se ha fallito sulla sua erba magica, che speranze potrà ancora coltivare? Purtroppo il Covid e gli interventi chirurgici alle ginocchia hanno pesato sul suo fisico più di quello che lo stesso svizzero poteva immaginare.
Paradossalmente la ricetta, la soluzione, sarebbe quella di giocare. Giocare, e ancora giocare. Solo stando il più possibile in campo si possono recuperare certi automatismi, arrugginitisi nel tempo. Ma possiamo chiedere questo a un fresco quarantenne? La stessa persona che, nel 2018, disse in lacrime dopo essersi preso il ventesimo Slam, in Australia: "Ora devo solo continuare a programmarmi bene, senza giocare tutti i tornei, restare affamato di vittorie, e forse capiteranno altre cose belle. Non credo che l'età sia un problema, è solo un numero".
Sembra un secolo fa, questa è la dura realtà di oggi. Altro che gli inizi, all'alba della sua era, quando Gianni Clerici scriveva di lui: "Non ho alcun dubbio che Roger Federer appartenga alla sparuta schiera dei predestinati. Ricorda, questo bel bimbo di Munchenstein, l'Andre Agassi degli esordi, anche se la sua nascita Schwyzer dutsch potrebbe, per assonanza, rammentare un altro fenomeno dell'immaginazione e dell'iperbole, il Barone di Munchausen".
Era il 1999. Il giovane Roger non era proprio per niente il Grande Federer di oggi, ma un ragazzetto irascibile che spaccava racchette (ci credereste, oggi?) e conosceva solo il diritto. Veniva regolarmente sconfitto dai suoi coetanei connazionali. Premesse che confermano un vecchio adagio, quello che non è indispensabile aver solo il talento, ma bisogna saperlo anche coltivare. Federer fu fortunato nell'incontrare Roger Freyss prima (un maestro locale), e Peter Carter (coach australiano) dopo.
Sistemate le mancanze basiche di tennis (diciamo che il codino giovanile di Roger non aveva nulla a che fare con quello del divin Baggio) vediamo il teenager Federer trionfare a Milano. Iniziano quel viaggio, e un percorso personale che lo avrebbero portato (sempre in quel gennaio del 2018) - a 36 anni e 173 giorni - ad essere il terzo (dopo Rod Laver e Ken Rosewall) a mettersi in tasca quattro Slam dopo i 30 anni, unico insieme a Rosewall a vincerne tre dopo i 35, e a confessare come un bambino alla sua prima volta: "Non facevo che pensare a quanto sarebbe stato straordinario vincere il ventesimo Slam, e a quanto invece sarebbe stato orribile perderlo. Mi stavo consumando. Insomma, sono contento che sia finita".
Il mondo, tre anni e passa fa, si esaltò. Impazzì, letteralmente. Immaginò di essere di fronte a un Roger 2.0 o anche 5.0. Sperò che potesse offrire altre delle sue bellezze, respingere quei due: Nadal e Djokovic. Ma proprio quest'ultimo è diventato il più pericoloso, nella 'Slam Race' che ora li vede tutti a pari merito: 20 Majors per ognuno.
Quanti momenti ci ritornano alla mente. Ognuno di noi appassionati ne ha scelto uno proprio, riguardo a Federer, e quindi è sostanzialmente inutile tentare una galleria: si sporcherebbero gli altri, irriterebbe i fans. Chissà, magari Roger stesso ricorda i momenti delle lacrime, sempre in Australia: nel 2009, abbracciato a Nadal e dallo spagnolo sconfitto. E nel 2010, sulla spalla di Rod Laver che lo stava premiando.
C'è stato ben altro, e che altro. Il codino non c'è più, il ragazzo con il naso a patata (si può dire senza che nessuno si offenda?) ha lasciato il posto a un uomo fatto, dalle movenze di un gentiluomo che riporta ai tempi antichi, sposando la modernità. Qualcosa di irresistibile, oltre che vincente. Un'attitudine che non ha prezzo. Perché si può vincere, ma bucare lo schermo, catturare i tifosi, saper mandare un messaggio alla gente, lasciare un'eredità beh, quella è tutta un'altra storia.
Auguri Roger, e l'augurio è che tu sappia fare la tua prossima mossa con il giusto timing, come uno dei tuoi dritti e rovesci vincenti. E grazie di esistere.