Serena Williams, la tennista che ha diviso il mondo ma che mancherà a tutti
di Paolo Rossi , di Paolo RossiQuesto è un articolo di commiato sportivo. Forse di celebrazione sportiva. No: questo è un articolo di ringraziamento. Perché quando davvero ci renderemo conto (nel 2023) che dietro l'angolo davvero non potrà spuntare Serena Williams, che non dovremo attenderci un suo 'coup-de-theatre', avremo da elaborare il nostro lutto (sportivo).
Che piaccia o non piaccia. A prescindere da chi stravede per lei, e da chi le sta antipatica. Già. Anche questa tennista ha diviso il mondo, e sappiamo che nessuno è perfetto. Solo Federer mette d'accordo tutti (ma questa è un'altra storia).
Però Serena Jameka Williams, nel corso della sua lunga, onorata e trionfale carriera, ha - …
Questo è un articolo di commiato sportivo. Forse di celebrazione sportiva. No: questo è un articolo di ringraziamento. Perché quando davvero ci renderemo conto (nel 2023) che dietro l'angolo davvero non potrà spuntare Serena Williams, che non dovremo attenderci un suo 'coup-de-theatre', avremo da elaborare il nostro lutto (sportivo).
Che piaccia o non piaccia. A prescindere da chi stravede per lei, e da chi le sta antipatica. Già. Anche questa tennista ha diviso il mondo, e sappiamo che nessuno è perfetto. Solo Federer mette d'accordo tutti (ma questa è un'altra storia).
Però Serena Jameka Williams, nel corso della sua lunga, onorata e trionfale carriera, ha - come si dice in gergo televisivo - 'bucato' lo schermo. Non ha 'solo' giocato a tennis. Non ha 'solo' rivoluzionato il gesto tecnico e l'approccio fisico. Non ha 'solo' conquistato 23 Slam (e lasciamo stare gli spiccioli dei tornei Wta). Lei è stata influencer - termina di moda, nuovo lavoro (vero?) - opinionista, polemista. Non si è mai tirata indietro. Qualunque fosse l'argomento: razzismo, eguaglianza dei diritti. Ma anche cose più vanitose, dal mondo fashion alla musica fino agli altri sport.
Ma, vedete, le si potrà dire tutto. Ma aver dato il nome Olympia a sua figlia è il dato decisivo. Il simbolo, l'emblema che la bambina poi ragazza, quindi tennis e poi donna e infine moglie e madre, ha ricevuto e fatti suoi i valori giusti, quelli che De Coubertain predicava. Con l'eccezione di partecipare per vincere. Serena Williams è sempre stata curiosa di conoscere gli sport altrui, ingorda nell'apprendere cose nuove.
In fondo è stata concepita per diventare campionessa. Sia lei che Venus, la sorellona. Il suo vero idolo, l'ispirazione. E doverla battere, 19 volte sui 31 match giocati. Nelle finali Slam, poi. In tutti e quattro Slam. "Prova a giocare tu contro tua sorella in una finale Slam..." rispose una volta a domanda diretta.
La verità? È che si rischia di essere riduttivi, nel raccontare questa donna sportiva. Ripeto: sia in positivo che in negativo. Perché ha avuto i suoi eccessi, alla fine l'esuberanza e la curiosità giovanili hanno lasciato il passo a una consapevolezza che l'ha portata a sfiorare l'arroganza. Gli insulti alla giudice di linea, proprio agli US Open 2009, ne sono la prova. Ma la perfezione non esiste, giusto? Soprattutto quando ti rendi conto di essere salito di livello, di non essere più solo un campione ma un simbolo, un messaggero di qualcosa che va oltre la persona. La ragazza del ghetto diventata la più grande della storia. Sì, THE GOAT. La più grande. E peccato che una Andrescu, o una Kerber l'abbiano privata del 24° Slam, quello che le avrebbe consentito di raggiungere Margaret Court nella hit parade degli Slam. Ma, alla fine della fiera, è solo un numero. La Court vanta 11 Australian Open, quando in Australia era molto complicato andarci.
Il fatto è un altro, ed è il seguente: qualcuno si ricorda chi ha vinto Wimbledon 2022? Con tutto il rispetto per Elena Rybakina. E per Sofia Kenin (US Open 2020), Barbora Krejcikova (Parigi 2021), Jelena Ostapenko (Parigi 2017). Non è cattiveria, e chiedo perdono. È solo per dire che Serena Williams resta nella memoria, queste altre ragazze (che resteranno nei libri di storia, sia chiaro) non lo saranno nell'immaginario collettivo.
Perché Serena Williams riempiva l'aria, con quel corpo potente e quasi sgrammatico per i puristi del tennis. Ma efficace, oddio se efficace. Potente da far paura, come ha confermato Justine Henin, la belga che ne è stata rivale. I suoi look che non basterebbe una gallery fotografica per illustrarli intimorivano. La sua personalità la si sentiva, la si respirava. Per questo la vittoria di Roberta Vinci è una delle più grandi imprese. Sì, l'italiana Roberta Vinci. Fisicamente la metà di Serena. US Open 2015. Semifinale. Con Serena che aveva già trionfato nei precedenti ter Slam, e prefigurava l'apoteosi a New York. Ma non aveva previsto il tennis classico di Robertina. Il rovescio a una mano, slice, le palle corte e le discese a rete. Da quel giorno Serena, fondamentalmente, non s'è più ripresa. Ha vinto, ma non è stata più la stessa.
Resta la meraviglia del suo modo di giocare. E il chiedersi, nel vederla in azione, "Ma come cavolo fa". Dna, carattere, educazione, disciplina, determinazione, ambizione. Ancora più sinteticamente: passione per l'eccellenza. Anche ora, a quasi 41 anni (il 26 settembre).
Ha già anticipato fuochi d'artificio per la Serena 2.0 che verrà. Un fratellino, o sorellina, per Olympia. E poi altro che conosceremo quando lei vorrà. Perché, vedete, avvicinarla, oggi, è molto complicato. Parla solo con chi decide lei. Sono soprattutto stilisti. Quello è il mondo cui è più interessata ma, onestamente, sul design ha molto da imparare. Quella specie di pneumatico nero che indossò al Roland Garros è ancora da digerire, detto con onestà.
Ma le sue parole non sono mai cadute nel vuoto, e non ha mai avuto paura di mettersi a nudo, raccontare i problemi fisici della sua vita (trombosi venosa, embolia polmonare). Per essere da esempio. E se oggi ci sono tanti afroamericani che giocano a tennis, e stanno emergendo, è solo grazie a lei e Venus.