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Vagnozzi, il coach di Sinner: “Spiego a Jannik come far male all’avversario”

L’allenatore si racconta: “Jannik sa che deve migliorare, ma il tennis non è una gara sprint, è una maratona. Per allenare bisogna essere altruisti, è un’arte. Ma non siamo guru, non salviamo vite, bisogna sapersi guardare allo specchio”
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Giovedì alle 14.30, allenamento con Novak Djokovic. Venerdì il sorteggio: Jannik Sinner conoscerà la strada che Wimbledon 2023 gli ha riservato. Ma Simone Vagnozzi, il coach italiano (l’altro è Darren Cahill, australiano), guarda oltre il proprio naso e va oltre il mitico Slam sull’erba.
Vagnozzi, perché? È pessimista?
“Assolutamente no. Ma l’obiettivo che ci siamo posti quest’anno è Torino e le sue Atp Finals. Arrivarci da titolare, e non come riserva come accaduto due anni fa”.
Però bisogna comunque fare qualche risultato importante…
“Naturale. Ma siamo nel mezzo del viaggio, stiamo cercando di ampliare ancora il bagaglio di Jannik e dunque il lavoro è più totale, non deve solo essere mirato ai risultati, che naturalmente desideriamo. Il tennis non è una gara sprint tipo i cento metri. È una maratona”.
Ma qual è il metodo Sinner?
“No, non esiste un metodo assoluto: non sai mai se una cosa è giusta o sbagliata. Ho allenato Cecchinato in una maniera, Travaglia in un’altra. Ora seguo Sinner …

Giovedì alle 14.30, allenamento con Novak Djokovic. Venerdì il sorteggio: Jannik Sinner conoscerà la strada che Wimbledon 2023 gli ha riservato. Ma Simone Vagnozzi, il coach italiano (l’altro è Darren Cahill, australiano), guarda oltre il proprio naso e va oltre il mitico Slam sull’erba.
Vagnozzi, perché? È pessimista?
“Assolutamente no. Ma l’obiettivo che ci siamo posti quest’anno è Torino e le sue Atp Finals. Arrivarci da titolare, e non come riserva come accaduto due anni fa”.
Però bisogna comunque fare qualche risultato importante…
“Naturale. Ma siamo nel mezzo del viaggio, stiamo cercando di ampliare ancora il bagaglio di Jannik e dunque il lavoro è più totale, non deve solo essere mirato ai risultati, che naturalmente desideriamo. Il tennis non è una gara sprint tipo i cento metri. È una maratona”.
Ma qual è il metodo Sinner?
“No, non esiste un metodo assoluto: non sai mai se una cosa è giusta o sbagliata. Ho allenato Cecchinato in una maniera, Travaglia in un’altra. Ora seguo Sinner in tutt’altra maniera. Quello che serve è la creatività, e per questo penso che allenare sia arte, non una cosa che si può insegnare: devi averlo dentro, non puoi dire a qualcuno ‘stai dietro di me e impara come si fa l’allenatore’”.

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Lei quando l’ha deciso?
“Già mentre giocavo, sapevo che mi sarebbe piaciuto ed ero convinto che avrei potuto farlo bene. In fondo ero coach di me stesso, ai tempi nostri si faceva fatica economicamente e quindi si era soli”.
Qual è il piacere di essere coach?
“La cosa che mi rende felice è cercare di dare una mano ad altre persone. Questo mi piace. Penso che per fare il coach bisogna essere tanto altruisti, aiutare qualcuno a raggiungere determinati obiettivi”.
Diciamolo: lei non è ancora noto al grande pubblico.
“Ero un giocatore medio, ho avuto la sfiga di non avere mezzi fisici importanti, quindi dovevo usare l’intelligenza, inventare qualcosa, situazioni per poter far male all’avversario, leggere meglio il gioco rispetto agli altri”.
Un po’ come l’Arrigo Sacchi del calcio.
“Non è stato un grande calciatore, eppure ha imposto la sua filosofia e abbiamo assistito ai suoi trionfi. Per questo dico che ci vuole interesse, curiosità, passione nel vedere il lavoro altrui, informarsi. Beh, un po’ ho anche studiato perché qualcosa devi averlo tu, e qualcos’altro devi apprenderlo. Poi ci si mette l’esperienza fatta da giocatore, e provi a rubare con gli occhi i segreti, infine vai per tentativi. Per questo parlo di arte”.
Dica al grande pubblico chi è Simone Vagnozzi.
“Questa è una domanda da porre ad altri. Cosa posso dire? Io ho un look molto tranquillo, come l’amico di tutti i giorni. Non so, molti coach di tennis si pongono come fossero dei guru ma, onestamente, siamo solo degli allenatori di tennis, un bellissimo lavoro certo, ma non siamo medici che salvano delle vite umane. Bisogna anche sapersi guardare allo specchio, secondo me”.
E quali sono le difficoltà per un allenatore?
“La vera difficoltà? Quando noi allenatori siamo costretti a dire qualcosa che non piace agli atleti, che sono anche i nostri datori di lavoro. Non è una cosa semplice dire: ‘guarda che qui stai sbagliando, questo lo devi fare così’”.

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Succede anche con Sinner, questo?
“Con Jannik la strada viene decisa insieme, e lui fa tante domande”.
E allora parliamo del rapporto con il suo ‘datore di lavoro’: come va tra voi?
“Quando mi chiamò iniziai con lo spiegargli quello che secondo me era il suo percorso più giusto. Poi, man mano che ci siamo conosciuti, abbiamo trovato feeling e fiducia reciproca. E questo penso sia la parte principale del rapporto: trovare il giusto equilibrio tra il raggiungere risultati e mettere del lavoro dentro, migliorare sempre”.
Non le era capitato di conoscerlo durante il periodo di Riccardo Piatti?
“No, e non ho più incontrato nemmeno Riccardo”.
Ma che tipo è Sinner?
“Jannik è un ragazzo che ascolta le cose che gli dici e talvolta pone dei dubbi. Ma sa che deve migliorare: io allenatore propongo delle cose, lui giocatore le deve ascoltare e ci deve credere, perché se le cose vengono fatte senza fiducia non servono a niente. Il nostro rapporto è cresciuto, bisognava conoscersi. Io penso di essere stato sempre abbastanza onesto e ritengo sia la strada giusta. Stiamo cercando di renderlo un giocatore migliore: perfezionando diversi aspetti del suo gioco”.
Ecco, ha detto ‘stiamo’: perché c’è anche Cahill.
“È diverso condividere il giocatore con un altro coach, e questa è un’esperienza che mi mancava. Un altro aspetto che mi può far migliorare: Darren ha avuto altre esperienze, con giocatori che hanno vinto titoli importanti e quindi ci sono cose che posso sicuramente prendere da lui. bisogna essere un po’ elastici e intelligenti no perché bisogna saper fare un passo indietro a volte bisogna saper dire la propria nel nel momento giusto: Darren è persona molto intelligente, alla mano. abbiamo creato un buon feeling e una buona fiducia tra di noi e abbiamo la fortuna di vedere tante cose allo stesso modo”.

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