C’è un tempo per Sinner e uno per Panatta
di Gabriele RomagnoliJannik Sinner, 22 anni
Per chiuderla basterebbe l’Ecclesiaste: c’è un tempo per Sinner e ce n’è stato uno per Panatta, un tempo per Messi e uno per Maradona, uno per Valentino Rossi e uno per Giacomo Agostini. Sono tutte carriere da mettere in cornice e ogni cornice è una trappola da cui non si può uscire. Invece, dall’esterno le spezziamo e cerchiamo l’impossibile confronto. È un vanto generazionale, che appartiene soprattutto ai più datati: un modo per sostenere che certi atleti sono irripetibili, come gli spettatori che li hanno visti in azione, le loro gioventù, i loro amori che non potevano finire. Anche i contemporanei conoscono l’orgoglio e per sentirsi al centro della storia devono uccidere i padri, talvolta i nonni, dei loro eroi. In mezzo stanno questi che non si affronteranno mai, con i campioni di oggi che francamente se ne infischiano (e qualche volta non hanno mai neppure visto “il” loro pietra di paragone) oppure buttano lì qualche formula di circostanza per esprimere il dovuto rispetto.
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Per chiuderla basterebbe l’Ecclesiaste: c’è un tempo per Sinner e ce n’è stato uno per Panatta, un tempo per Messi e uno per Maradona, uno per Valentino Rossi e uno per Giacomo Agostini. Sono tutte carriere da mettere in cornice e ogni cornice è una trappola da cui non si può uscire. Invece, dall’esterno le spezziamo e cerchiamo l’impossibile confronto. È un vanto generazionale, che appartiene soprattutto ai più datati: un modo per sostenere che certi atleti sono irripetibili, come gli spettatori che li hanno visti in azione, le loro gioventù, i loro amori che non potevano finire. Anche i contemporanei conoscono l’orgoglio e per sentirsi al centro della storia devono uccidere i padri, talvolta i nonni, dei loro eroi. In mezzo stanno questi che non si affronteranno mai, con i campioni di oggi che francamente se ne infischiano (e qualche volta non hanno mai neppure visto “il” loro pietra di paragone) oppure buttano lì qualche formula di circostanza per esprimere il dovuto rispetto.
Improbabile che a un tavolo di tennisti o calciatori si discuta se sia meglio il giornalismo attuale o quello di trent’anni fa. A che cosa servirebbe? Sono due mestieri diversi. Ci sono stati i professionisti dello ieri: vedevano le cose in diretta, poi scrivevano “ieri” perché sarebbero stati letti l’indomani. In quel lasso c’era un minimo spazio di riflessione. I professionisti dell’adesso scaricano ogni informazione od opinione con l’immediatezza di un getto: apri e scende. Pochi attimi e sarà asciutto. Così gli atleti di ieri avevano tempi di gioco e di recupero oggi sconosciuti. Mestieri diversi, appunto.
Eppure ci si affanna a riconoscere per assonanza. Ogni centrocampista franco- nordafricano dotato di minima grazia è stato “il nuovo Zidane”. Perfino Meghni. Dopo un anno sabbatico è sbucato Adli davanti alla difesa del Milan. Due tocchi ed era “il nuovo Pirlo”. Nel caso avrebbe avuto ragione Maldini a voler sostituire Pioli, che non se n’era accorto, proprio con Pirlo che come allenatore (non me ne vogliano) sembra il nuovo Ciro Ferrara (Juve, Sampdoria, Puff!). Mbappé può giocare contro Garrincha soltanto nel metaverso o nello spot di un’azienda che produce scarpe alla viglia dei Mondiali. In un pessimo film sul pugilato, intitolato Il grande match, si affrontavano Toro scatenato e Rocky, ma mentre De Niro e Stallone “recitavano” erano visibili i sottotitoli: "Che ci facciamo qui?” “Perché hanno staccato le figurine dai nostri album?”. Se il tempo va soltanto avanti il vincitore assoluto sarà l’ultimo e non avrà eredi o confronti.