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I segreti di Sinner, così è cambiato il suo gioco per battere Djokovic

Sinner riceve i complimenti di Djokovic (afp)
La vittoria contro il fuoriclasse serbo non è casuale, ma il punto di arrivo di un percorso
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C’è stato un tempo, quello del campione imbattibile di Melbourne, Novak Djokovic. Il re ha abdicato: muto, impotente, incapace persino di imprecare. «È stato migliore di me» semplicemente detto. In un venerdì di fine gennaio un nuovo tempo è iniziato. Jannik è diventato Sinner. Qualcosa di più: perché non si tratta più di una finale Slam (domani alle 9.30 contro Medvedev, diretta Eurosport), no: per tutti ha realizzato lo “switch”, la svolta generazionale. Jannik, il Rosso italiano: il campione ce l’abbiamo noi. Ha solo ventidue anni, e tutto il tempo del mondo. In tre mesi si è preso il mondo. E il mondo si chiede del come sia stato possibile questo miracolo italiano, in così breve tempo. Djokovic ha dato una sua risposta: «Colpisce sempre forte, sia dall’angolo del dritto che del rovescio. Schiaffeggia la palla, gioca molto velocemente, ama essere aggressivo. Il suo servizio è migliorato molto. Usa bene le traiettorie. È migliorato nel movimento, nella parte mentale. È sempre molto …

C’è stato un tempo, quello del campione imbattibile di Melbourne, Novak Djokovic. Il re ha abdicato: muto, impotente, incapace persino di imprecare. «È stato migliore di me» semplicemente detto. In un venerdì di fine gennaio un nuovo tempo è iniziato. Jannik è diventato Sinner. Qualcosa di più: perché non si tratta più di una finale Slam (domani alle 9.30 contro Medvedev, diretta Eurosport), no: per tutti ha realizzato lo “switch”, la svolta generazionale. Jannik, il Rosso italiano: il campione ce l’abbiamo noi. Ha solo ventidue anni, e tutto il tempo del mondo. In tre mesi si è preso il mondo. E il mondo si chiede del come sia stato possibile questo miracolo italiano, in così breve tempo. Djokovic ha dato una sua risposta: «Colpisce sempre forte, sia dall’angolo del dritto che del rovescio. Schiaffeggia la palla, gioca molto velocemente, ama essere aggressivo. Il suo servizio è migliorato molto. Usa bene le traiettorie. È migliorato nel movimento, nella parte mentale. È sempre molto calmo, molto composto in campo. Ha una grande squadra, è su un’ottima strada».

Djokovic non si può contraddire, ma completare e argomentare sì: il tennis non lo si inventa dall’oggi al domani. La costruzione del campione Sinner comincia da bambino. Va dato a Cesare quel che è di Cesare, ossia di Riccardo Piatti. Il primo coach, che per il piccolo Jannik decise che l’educazione giusta fosse quella di vincere per sfiancamento. Forse pretese troppo, da un bambino. I coach venuti dopo, Simone Vagnozzi e Darren Cahill, sono stati abili però a non svilirne il lavoro: non hanno snaturato il diamante grezzo. «Jannik era incredibile, ma aveva un solo stile di gioco, spingeva forte senza tante tattiche. Ora gioca con la sua velocità, sapendo dove mettere la palla, usare il dropshot oppure lo slice» spiega Vagnozzi. E Cahill ribadisce: «Riccardo Piatti ha fatto un lavoro incredibile con lui. Il suono della palla, quando la colpisce, è unico e speciale. Lo ottiene dal suo tempismo e dalla velocità della sua mano. Ha lavorato dannatamente per essere in grado di farlo».

Su queste basi Vagnozzi&Cahill hanno solo rifinito il lavoro, lasciando che Jannik crescesse, diventasse uomo, lasciando e allentando le briglie. Così Sinner continua a giocare il tennis che ha imparato da bambino, ma ora ci riesce per tantissimo tempo. Mantiene la quantità. «La parte fisica era importante quanto il tennis. Il lavoro di Umberto Ferrara è stato fondamentale per lui negli ultimi due anni. Penso che lo si possa vedere come sia in grado di muoversi in modo più efficiente, come possa mantenere il livello più alto più a lungo, per partite di cinque set».

Poi c’è la squadra. Il “noi”. Il vero segreto. Il Sinner World. «Parte del lavoro del coaching è quello di costruire cultura di gruppo, assicurarsi che tutti trattino tutti come uguali. Nessuno è più importante di chiunque altro. Noi abbiamo un ottimo feeling all’interno della squadra. Che si vinca o si perda, non cambia nulla all’interno della squadra» giura Cahill, che ringrazia “gli italiani” per averlo accolto come uno di famiglia, un sentimento ricambiato, e Vagnozzi lo dice a nome di tutti: «È un vero piacere averlo in squadra. Ha portato l’esperienza. Ha sempre una buona parola, prima della partita e anche dopo. Riesce a vedere cose che non vediamo. Questo è ciò che Darren porta».

E poi c’è il tennis di Jannik: «Il suono della sua palla, quando la colpisce, è incredibile vero? Sì. Mi ricorda Agassi, che colpiva la palla in quel modo, e sembra colpita più forte di tutti gli altri. Ma vale per tanti altri grandi: Rafa è esattamente lo stesso. Roger, quando colpiva un dritto, si sentiva solo il suono. E Novak? Quando colpisce un dritto e un rovescio, è come un tonfo. Non è solo un tennista che colpisce la palla. Tutti quei grandi, quando colpiscono la palla, hanno un suono diverso, e vale anche per Jannik».Cahill dixit.

Questo è il campione. Ma che va definito anche come uomo. «Jannik è nato in una parte molto seria dell’Italia, dove non parlano molto. Da fuori, forse, si vede questo di lui. Ma in realtà è un ragazzo che vuole fare una battuta, vuole sempre un sorriso. In hotel, al ristorante, è davvero un tipo divertente» rivela Vagnozzi. C’entra qualcosa con il tennis? «Sì, viene sempre prima l’umanità» incalza Cahill. «L’etica del lavoro, lo scopo, il desiderio, la volontà di imparare: questo è il QI tennistico dei campioni, e Jannik ha tutto ciò.Vero, ha il senso dell’umorismo. È un bravo ragazzo, ama il divertimento. Vuole stare con le persone che gli piacciono, era così ancor prima che iniziassimo a lavorare nel nostro team. Questo carattere, questa personalità ti fanno andare avanti, quando giochi un certo tennis e continui a perdere, ti aiutano a comprendere che non puoi continuare a fare la stessa cosa. Devi cambiare il tuo gioco, devi evolverti. Questo è ciò che Jannik ha cercato di fare negli ultimi due d’anni. È una sua grande qualità, e questo è anche quello che deve continuare a fare: non smettere mai di evolvere, non smettere mai di migliorare. Ha ancora tante partite da giocare». Per diventare il n. 1.

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