Sinner, la storia è appena iniziata: Jannik va dritto al cuore
di Gabriele RomagnoliQuarantotto anni dopo: Sinner. Quando Panatta vinse al Roland Garros era un’altra Italia: Giorgia Meloni non era ancora nata, era presidente del consiglio Aldo Moro, in attesa dell’eterno ritorno di Giulio Andreotti. Panatta si fece mandare le scarpe dall’Italia, tramite un pilota della defunta compagnia di bandiera. Nello spogliatoio, prima di cominciare, sbeffeggiò l’avversario, l’americano Harold Solomon, che gli concedeva 15 centimetri in altezza. Pronti, via: andò avanti di due set a zero senza concedere uno spiraglio. Sinner aveva scarpe di ricambio ovunque. Rispettava il rivale, il russo Mevdevev, avendo imparato a batterlo da poco tempo dopo una serie di sei sconfitte. Gli concedeva 10 centimetri e due set a zero, non vedeva una luce, era (parole sue) "morto”.
In questi 48 anni abbiamo perso due generazioni di tifosi, di quelli che imparano le regole mentre guardano e dalla partita seguente sono esperti; di quelli che vogliono stare da una parte, scommettere su qualcuno, esa…
Quarantotto anni dopo: Sinner. Quando Panatta vinse al Roland Garros era un’altra Italia: Giorgia Meloni non era ancora nata, era presidente del consiglio Aldo Moro, in attesa dell’eterno ritorno di Giulio Andreotti. Panatta si fece mandare le scarpe dall’Italia, tramite un pilota della defunta compagnia di bandiera. Nello spogliatoio, prima di cominciare, sbeffeggiò l’avversario, l’americano Harold Solomon, che gli concedeva 15 centimetri in altezza. Pronti, via: andò avanti di due set a zero senza concedere uno spiraglio. Sinner aveva scarpe di ricambio ovunque. Rispettava il rivale, il russo Mevdevev, avendo imparato a batterlo da poco tempo dopo una serie di sei sconfitte. Gli concedeva 10 centimetri e due set a zero, non vedeva una luce, era (parole sue) "morto”.
In questi 48 anni abbiamo perso due generazioni di tifosi, di quelli che imparano le regole mentre guardano e dalla partita seguente sono esperti; di quelli che vogliono stare da una parte, scommettere su qualcuno, esaltarsi per un’affinità ancor più pretesa che remota. I campi da tennis hanno lasciato il posto alle gabbie del padel. Si sono vissuti amori di riserva: tanti pazzi per Federer, sedotti dall’eleganza; qualche succube delle nevrosi vincenti di Nadal; odiamore per Djokovic, l’ultimo sopravvissuto. A leggere di Agassi, a sorridere di Kyrgios, ma quando arrivano i nostri? A quando uno Slam? Berrettini a Wimbledon era stato un battito d’ali del cigno nero. Lo sapevamo che sarebbe toccato a Sinner, dalla sera di novembre in cui apparve alla Next Gen: aveva disegnato in faccia l’identikit di un’attesa collettiva.
E ieri, più ancora che in Davis, era il giorno designato perché a quell’attesa ponesse fine. Perché lo Slam è un’altra cosa, è una maratona corsa lungo le vene di chi gioca. Se fosse stata Davis o un altro torneo, dopo i primi due set Sinner sarebbe tornato a casa, l’appuntamento rimandato a un’altra occasione o generazione. Invece ha trovato il modo non di risorgere, ma di capire che non era mai morto, doveva soltanto scegliere un altro stile di vita. A quel punto c’erano i numeri contro: una sola volta era risalito dal fosso di due set di svantaggio. Otto i recuperi del genere in una finale di Slam. La prova del nove. Mentre Sinner era sott’acqua i commenti in diretta sulla rete usavano parole come “massacro”, verbi come “asfaltare”, aggettivi come “spompato”. Eppure nel pomeriggio, guardando con l’occhio di poi una sintesi contenente gli highlights, gli scambi migliori, si poteva notare un dato non statistico: Sinner ne aveva vinti quanto Medvedev. Ovvero: quando il gioco si faceva duro, lui c’era. Il solco stava nell’ovvio, nello scambio breve o facile, nel tempo che l’altro gli prendeva. Quel che doveva fare era alzare il livello, vincere una partita fuori dall’ordinario.
La rimonta è un “genere” poco italiano. Frasi come “non è finita finché è finita” le hanno coniate in America. Una leggenda del baseball (Yogi Berra) ne fece un feticcio da nono inning. Nel tennis è un attrezzo di complemento, se non lo metti in borsa, cambia sport. Quarantotto anni fa Panatta si divertiva a scampare a morte certa sgambettando i becchini: a Roma annullò 11 match point nella stessa partita, a Parigi uno, ma all’esordio. Da lì, tutta discesa, perfino con Borg. Sinner era arrivato in semifinale senza perdere un set. A Djokovic aveva ceduto al tie-break, poi era ripartito, come se si fosse distratto. Viaggiavano con lui tutti gli spettri delle grandi semifinali senza seguito (l’Italia di calcio lì di solito batte la Germania, con Rivera o Balotelli, poi ne prende quattro). Invece il ragazzo non sapeva come andarci, ma sapeva dove arrivare.
Sinner ha sempre avuto un’idea di sé corrispondente a un progetto: ha visto il traguardo finale, non le tappe. È stato criticato per averne saltate (le Olimpiadi, un turno di Davis) ma da tre mesi ha il sorriso e il credito con cui può fare quel che vuole. È un testimonial, ma di qualche impresa, non della nazione. Il modello di comportamento lo fa in campo; fuori non è a uno sportivo che si può chiedere il rigore etico che non si pretende da chi avrebbe incarichi a questo deputati e spesso neppure da noi stessi. Tocca a lui evitare il piedistallo e l’encomio servo quanto fuggevole. Si desiderava un eroe popolare le cui sfide ad altro fuso orario interrompessero il festival di Sanremo. Ora vogliono Sinner a Sanremo. Quarantotto anni fa ne fecero un’edizione carsica, sotto il livello dell’attenzione. Presentò Giancarlo Guardabassi, sostituendo in extremis Modugno. Le vallette avevano nomi che sembrano inventati (tra le altre: Stella Luna e Karla Strano). Fu l’ultima volta al Casinò e l’ultima in bianco e nero. Vinse Peppino di Capri cantando Non lo faccio più. Sinner lo farà ancora. E ancora.