Jasmine Paolini in finale a Dubai, nell’importante torneo Wta 1000. E’ la quinta italiana di sempre in questa categoria (ingloba Premier Mandatory, P5 e TIER I), giusto un gradino più in basso (per importanza) degli Slam. In precedenza c’erano riuscite soltanto Francesca Schiavone (Mosca 2005, sconfitta da Mary Pierce), Flavia Pennetta (vincitrice a Indian Wells 2014), Sara Errani finalista a Roma 2014 (ko con Serena Williams) e Camila Giorgi (vincitrice a Montreal 21).
E’ un risultato bello e inaspettato, ma assolutamente meritato, visti i progressi dell’azzurra negli ultimi quattro anni. Paolini ha battuto per la terza volta (in tre confronti) la romena Sorana Cirstea 6-2, 7-6 e affronterà in finale la russa Anna Kalinskaya, vincente 6-4, 6-4 sulla numero uno del mondo, Iga Swiatek. “Anna è una giocatrice fantastica. Sarà dura, sta giocando benissimo, si sta muovendo molto bene, sta giocando molto in profondità. Agli Australian Open non riuscivo a iniziare bene il punto. È stata molto costante, non ha commesso molti errori. Se voglio batterla immagino che di dover giocare in profondità e cercare di non commettere troppi errori, cercare di colpire vincenti, colpire forte la palla e spingerla lontano dal campo”.
Comunque vada, per Jasmine è un giorno storico: si è assicurata l’ingresso tra le 20 migliori: oggi al numero 16 ma, in realtà diventerà n. 14 in caso di successo oppure n. 17 in caso di sconfitta. Però sempre nella Top 20, nona tennista italiana della storia a riuscirci (dopo Schiavone, Errani, Pennetta, Vinci, Farina, Reggi, Cecchini e Trevisan). Ma, soprattutto, è il riconoscimento per i quattro anni di lavoro con Renzo Furlan, il coach di poche parole, l’ex allievo di Riccardo Piatti, con il dna del lavoro e del sacrificio. Jasmine (che per i persiani è il nome del gelsomino) ha trovato la quadra del gioco e della personalità a 28 anni. A pensarci bene, Furlan e Paolini avevano molto in comune come atleti: entrambi non potenti fisicamente. Dunque, Jasmine ha saputo assorbire come una spugna le lezioni e la ‘vision’ del coach. Il quale non ha voluto dire una parola: «Per superstizione, solo a fine torneo».
Ma quello che doveva dire lo ha già detto tempo addietro: «A me il tennis donne piace, apprezzo molto le giocatrici che cercano di sopperire a certi limiti d’altezza col talento e l’interpretazione del punto; utilizzando armi diverse, sfruttando il proprio bagaglio personale, tecnico e anche fisico».
Cioè l’identikit di Jasmine Paolini che, con l’autostima a palla si godrà la giornata più bella, «con lo stadio pieno di gente che dà più energia, e io me la prendo. Non importa per chi tifino: è bello avere la gente che guarda, i bambini che chiedono foto e autografi. E poi vado a mangiarmi una Margherita».