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Luci a San Sinner, l’attesa messianica del numero uno

Jannik Sinner (fotogramma)
La rubrica “È sempre domenica”
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C’è un’attesa messianica per il giorno in cui Jannik Sinner diventerà numero uno nella classifica dei tennisti in attività. Non è più in discussione il “se” (possa avvenire), soltanto il “quando” (avverrà). Alcuni eretici aruspici, compulsando diversamente la numerologia, sostengono che per alcuni versi quel giorno è già accaduto, tipo il Capodanno alle Fiji mentre noi ci prepariamo per il cenone. È come esistesse in un calendario dell’avvento, dove si carica di significati propiziatori (“Quando verrà Natale tutto il mondo cambierà, quando verrà Natale tutto sorriderà”). Poiché il messianismo annuncia la trasformazione radicale della società da parte di un popolo, dovuta alla venuta di un singolo dotato di eccezionalità, ecco che quell’evento diviene un riscatto plurimo, addirittura nazionale, rintraccia il Dna dei dominatori, ri-magnifica le sorti progressive, forse muoverà a compassione se non entusiasmo perfino Moody’s, inducendo all’innalzamento del rating, giacché non si può aver…

C’è un’attesa messianica per il giorno in cui Jannik Sinner diventerà numero uno nella classifica dei tennisti in attività. Non è più in discussione il “se” (possa avvenire), soltanto il “quando” (avverrà). Alcuni eretici aruspici, compulsando diversamente la numerologia, sostengono che per alcuni versi quel giorno è già accaduto, tipo il Capodanno alle Fiji mentre noi ci prepariamo per il cenone. È come esistesse in un calendario dell’avvento, dove si carica di significati propiziatori (“Quando verrà Natale tutto il mondo cambierà, quando verrà Natale tutto sorriderà”). Poiché il messianismo annuncia la trasformazione radicale della società da parte di un popolo, dovuta alla venuta di un singolo dotato di eccezionalità, ecco che quell’evento diviene un riscatto plurimo, addirittura nazionale, rintraccia il Dna dei dominatori, ri-magnifica le sorti progressive, forse muoverà a compassione se non entusiasmo perfino Moody’s, inducendo all’innalzamento del rating, giacché non si può avere un numero uno e ristagnare stabilmente a Baa3, che anche ai profani sa di basso rango. Come inevitabile, si prepara l’aggancio della politica al carro in corsa, slancio che non ha mai conosciuto appartenenza e se Renzi volò a New York per la finale femminile tutta italiana, vuoi che Meloni non faccia un salto dove il miracolo si verificherà o un saltino di gioia a palazzo, ripreso dal cellulare?

Mentre si aspetta cresce la leggenda del santo giocatore. SanSinner salva dal diluvio, si protende verso gli umili, mangia poco e diffonde la parola che conduce alla riuscita: sacrificio. Non la si sentiva dai tempi di Berlinguer, se la pronuncia un politico contemporaneo lo prendono a sondaggi in faccia. Eppure ha la stessa funzione salvifica. Lo hanno perfino proposto come portabandiera olimpico e Malagò ha obiettato che «toccherebbe a una medaglia d’oro», non che l’ultima volta diede buca. Lo fece perché aveva un altro programma: quello di diventare numero uno, con una tabella personale che ha funzionato alla perfezione, senza guardare a padri e patrie. Sinner salta una Davis per vincere la successiva, un’olimpiade per arrivare più forte alla seguente. Conosce l’errore e lo affronta, facendoselo amico e propulsore. È una forma di emancipazione, addirittura di redenzione volendo, ma solo per sé stesso, come è giusto che sia. Non dimentichiamo che gioca in singolare. Il merito è suo, l’esempio è inarrivabile, l’eccezione permane. Se, quando, diventerà numero uno, gli staremo dietro. Dovesse ridiscendere, pure.

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