L’attesa messianica è finita. L’auto-profezia si è avverata: predestinato da sé stesso, Jannik Sinner è diventato il numero uno del tennis mondiale. Che per riuscirci gli sia bastato a un certo punto perfino fermarsi mentre gli altri mettevano la retromarcia per parcheggiare alle sue spalle è un dettaglio, una pignola osservazione dei meccanismi che muovono il dito mentre la luna risplende davanti ai nostri occhi. Lo spiraglio che si era aperto una sera di novembre del 2019 alla Next Gen di Milano è adesso una porta spalancata su Parigi: ogni cosa è illuminata.
Quattro anni e mezzo nella vita sono un soffio, nello sport un’era geologica. Hanno trasformato Roger Federer e Rafa Nadal da miti incrollabili sul campo a sherpa griffati su montagne di carta. Hanno indotto Novak Djokovic a tremare davanti alla solitudine generazionale. Hanno decretato che Alcaraz va veloce, come Marc Marquez, ma altrettanto velocemente può passare. Hanno pompato e sgonfiato sfidanti come mantici. A metà del cammino, nell’estate meravigliosa del 2021, ci è stata pure concessa una scappatella in calesse con Matteo Berrettini, anche se sapevamo non sarebbe durata. L’uomo dei sogni è sempre stato Jannik, giuriamolo sul senno di prima o poi. Prima o poi doveva succedere: basta vivere abbastanza e vedi vincere un altro mondiale di calcio, uno scudetto al Napoli senza Maradona, un’elezione al partito che non c’era, a quello che non passava sotto l’arco, forse perfino a quell’altro, comunque si chiami per non farsi riconoscere. E così doveva arrivare un’altra estate del ’76, quella di Adriano Panatta, ma un po’ più lunga; un’altra Davis, ma senza polemiche. Eppure quattro anni e mezzo fa era impensabile il primo tennista italiano che li mette in fila tutti e, pur con estrema gentilezza, non ne fa passare uno.
Anche soltanto l’anno scorso, a Parigi, non l’avremmo immaginato: Sinner lo si dava per disperso, svanito cercando un altro sé, che giocasse diversamente, ma aggiungendo e non sostituendo. Da Bordighera a Montecarlo la distanza è breve e infinita: in mezzo ci sono modi di stare al mondo, distrazioni non soltanto fiscali e riflessi nello specchio che possano accecare. È difficile, ma che sollievo provoca, dire adesso che abbia sempre avuto ragione lui. Che bisognava smettere di parlare la lingua dei padri per trovare le parole più adatte; bisognava anche lasciarli e non voltarsi, non cedere a nessuna retorica: se la patria chiamò e il ragazzo non rispose, che chiami più forte. Quel che contava non era forse la realizzazione del desiderio individuale e collettivo? Lui voleva diventare il numero uno. Il popolo voleva un numero uno per appuntarselo al petto, per trarne auspici e dire ai figli che c’è una lezione in questo, ma deducetela voi.
Jannik era devastante all’esordio, ma è un altro tennista adesso. Sarà anche vero che il capolavoro è già nel marmo, ma a volte bisogna immaginarlo differente e intervenire sulla testa prima che sul braccio, convincendosi che la sola cosa sbagliata è non provare. Quando nella melodia del gioco sono entrate le variazioni, la musica è cambiata definitivamente e il cammino è apparso segnato. L’attesa è diventata quella di un evento non probabile, ma sicuro, come uno scudetto a cui mancano soltanto la matematica e la giornata giusta. Certo, noi cultori del mezzogiorno di fuoco e del play-off avremmo preferito fosse successo in qualche scontro diretto con Djokovic, al quinto set, dopo qualche match point annullato. Déjà vu, il fato cerca nuove forme di compiacimento. E vada per questa allora: è bastato un turno in più, un’anca riparata contro un ginocchio che cede. Il conteggio si fatica a spiegare ma si accetta, perché l’esito piace. Si accolgono senza fiatare ben altri dogmi: dalla transustanziazione all’auditel. Anche a occhio nudo e profano dall’autunno il più forte è quello col foliage in testa. Sostiene Becker che Djokovic ha cominciato a scendere dalla vetta quando Sinner lo ha sconfitto in Australia, togliendogli la fiducia in sé stesso, e probabilmente è vero. Dunque non è ruzzolato Novak, lo ha sgambettato Jannik. Se vincerà il Roland Garros sarà piena gloria, ma già ora numero uno è quello che numero uno risulta.
In Italia non è che al momento ce ne siano molti, non alle premiazioni internazionali, dal Nobel all’Oscar. Non ci sono fenomeni negli sport di squadra: palloni d’oro, non ancora concepiti. Lontano è Pantani, di qualunque materia fossero fatti i suoi sogni. Ci sarebbe Pecco Bagnaia, ma lì si è reduci dall’indigestione di Valentino, mentre nel tennis da un lungo digiuno. Per cui: a tavola! Una sola avvertenza: evitare di mangiarlo vivo, di pretenderne un pezzo ciascuno, di mettergli un marchio per centimetro, di sciuparlo nel troppo commercio, con troppe parole, fino a farne una stucchevole onnipresenza. Il numero uno sta solo, sul cuor della terra rossa. E sa custodirsi da sé.