Era più facile che un ricco entrasse nel regno dei cieli piuttosto che Sinner passasse per la cruna del tie-break. Ma anche questa è andata: niente mazzette in paradiso e addirittura due 7-6 in una finale per Jannik. Un numero 1 al mondo si legittima scacciando una maledizione dopo l’altra: prima quella degli infortuni, poi quella di Medvedev, infine l’erba e lo “spareggio”, battute insieme. Quella di Netflix l’ha scampata non comparendo nella seconda serie di Break Point. A quella del quinto set (contro Alcaraz) sta lavorando. Intanto si porta a casa questo doppio soffio vincente.
Prevalere nel tie-break non è una cosa banale. Riuscirci quattro volte di seguito in momenti sempre più cruciali e in controtendenza significa aver trovato una ch…
Era più facile che un ricco entrasse nel regno dei cieli piuttosto che Sinner passasse per la cruna del tie-break. Ma anche questa è andata: niente mazzette in paradiso e addirittura due 7-6 in una finale per Jannik. Un numero 1 al mondo si legittima scacciando una maledizione dopo l’altra: prima quella degli infortuni, poi quella di Medvedev, infine l’erba e lo “spareggio”, battute insieme. Quella di Netflix l’ha scampata non comparendo nella seconda serie di Break Point. A quella del quinto set (contro Alcaraz) sta lavorando. Intanto si porta a casa questo doppio soffio vincente.
Prevalere nel tie-break non è una cosa banale. Riuscirci quattro volte di seguito in momenti sempre più cruciali e in controtendenza significa aver trovato una chiave, essere diventato molto forte e incredibilmente vicino al traguardo del proprio percorso.
Il tie-break sta a sé nella categoria delle ghigliottine che troncano un incontro. I tempi supplementari del calcio o della pallacanestro sono un’altra cosa. La loro durata è superiore. Nel calcio equivalgono addirittura a un terzo dell’intero incontro. Nel basket possono diventare un quarto. Il tie-break, non prestabilito, fluttua intorno a un decimo, è un game lungo, poco più, in cui tutto ricomincia da capo. Gli ultimi due minuti di una partita di basket in parità danno quella sensazione, ma lì si portano dietro i falli, individuali e di squadra. Qui si arriva “ripuliti”, salvo il peso psicologico di una rimonta subita. Non è stato il caso dei due giocati e vinti ieri da Sinner. Due set in perfetto equilibrio. Lui tiene i “suoi” giochi più facilmente, l’avversario meno (e questo avrebbe potuto dare all’altro un vantaggio morale, l’euforia del sopravvissuto). Jannik oggi (a differenza di due anni fa) è in grado di tenere il servizio senza mai soffrire, ma un altro discorso è strapparlo su una superficie che non gli permette di costruire il punto, di fiaccare il rivale con i colpi da fondo campo. Tutto è più veloce, anche la fine. In questa corsa verso l’epilogo non esiste la morte improvvisa, la sudden death a cui era abituato da ragazzo, alla Next Gen, il golden goal che per qualche tempo ha ucciso un incontro di calcio e là decapitava il game senza l’oscillante lama dei vantaggi.
Una parte per il tutto
Il tie-break è una sineddoche, una parte per il tutto. Una miniatura in cui è contenuta l’intera bibbia, dalla genesi al giudizio universale. Non è l’ultimo capitolo di un romanzo, ma un racconto a sé stante: tutto quello che hai scritto prima puoi ammazzarlo con un clic e salvare un paio di highlight. A che serve un doppio tuffo con capriola e passante vincente se poi non chiudi l’ultima volée? Viviamo trascinando il bagaglio del passato: le recriminazioni per le sliding door, i doppi errori che hanno impedito terze occasioni, gli abbagli di chi ha giudicato, gli immancabili nastri a senso unico. Questo ci porta ai tie-break con l’handicap. Sinner ha imparato a giocare il finale come un nuovo inizio. Non si vive come non ci fosse domani e non si gioca ogni palla come fosse l’ultima, meglio assecondare il tempo, farselo amico e presentarsi all’ultimo appuntamento con il vestito della festa e un coltello nella manica. Se nell’andamento del set era difficile ottenere un break, allora imparare l’arte del mini-break. Vincere in scala: invece di portargli via una fetta, basta una briciola, se poi te la tieni stretta. Un campione lo vedi dalla capacità di perfezionarsi. Primo tie-break: Sinner vince 10 a 8 (dopo essersi piantato sul 5 a 2). Secondo tie-break: 7 a 2. Come se avesse stretto una vite, regolato un ingranaggio nella testa. Quei tuffi con capriola e passante erano la prova dell’indisponibilità a morire, non ancora. Queste rasoiate sul filo, che fanno precipitare l’avversario, sono la dimostrazione di una dote inedita, l’istinto del killer paziente. Viene quasi da sospettare che non sia stato il gioco a condurlo lì, ma lui a portarci il gioco, per sperimentare in laboratorio quel che dovrà essere praticato nel grande teatro del mondo. Wimbledon è un’altra storia, in scala 100:1. Intanto grazie per aver chiuso le porte del paradiso: stanno ancora bussando