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Simone Vagnozzi, coach di Sinner: “Così Jannik ha conquistato i suoi record in due soli anni”

Simone Vagnozzi e Jannik Sinner 
Parla l’allenatore dell’altoatesino, che nel secondo turno di Wimbledon sfiderà Matteo Berrettini: “C’è aria di derby, un po’ diversa dal solito. Il rapporto con Anna Kalinskaya? Jannik si mostra per quello che è”
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Forse ha ragione lui, Simone Vagnozzi. Il coach di Jannik Sinner dice che non bisogna meravigliarsi, sorprendersi per i derby italiani, “con tutti gli azzurri che ci sono in giro per il circuito”.

A Wimbledon il sorteggiatore s’è davvero divertito, a spese nostre: ci sarà il derby più suggestivo, tra Sinner e Matteo Berrettini, e anche quello tra Lorenzo Musetti e Luciano Darderi.

Simone, ci scusi: resta il fatto che non è giusto moralmente.

“Posso anche essere d’accordo, ma una eventualità del genere va messa in preventivo, è all’ordine del giorno”.

Vabbè, però non si può semplificare così.

“Per carità, sì: c’è un pizzico di diversità, sentiremo l’aria del derby. Ma finisce lì, credetemi”.

Che routine avrà Jannik?

“Di certo non …

Forse ha ragione lui, Simone Vagnozzi. Il coach di Jannik Sinner dice che non bisogna meravigliarsi, sorprendersi per i derby italiani, “con tutti gli azzurri che ci sono in giro per il circuito”.

A Wimbledon il sorteggiatore s’è davvero divertito, a spese nostre: ci sarà il derby più suggestivo, tra Sinner e Matteo Berrettini, e anche quello tra Lorenzo Musetti e Luciano Darderi.

Simone, ci scusi: resta il fatto che non è giusto moralmente.

“Posso anche essere d’accordo, ma una eventualità del genere va messa in preventivo, è all’ordine del giorno”.

Vabbè, però non si può semplificare così.

“Per carità, sì: c’è un pizzico di diversità, sentiremo l’aria del derby. Ma finisce lì, credetemi”.

Che routine avrà Jannik?

“Di certo non va in discoteca la sera prima del match: ci siamo allenati, con Lorenzo Sonego, giusto prima della pioggia e poi il solito protocollo con la seduta fisioterapica, la cena e poi riposo”.

E la tattica? La strategia?

“Non so, dovrei anche dirla?”.

Ok, altra domanda: e Anna Kalinskaya, la fidanzata di Jannik?

“Cosa dovrei dire? Non parlo di gossip, solo di tennis”.

Vabbè, un pensiero su come influenza l’uomo Sinner...

“Appunto: l’uomo Jannik sta crescendo. Fa scelte, si prende responsabilità. Sta mostrando la sua personalità. Va bene così?”.

Parliamo di tennis, allora: lei è il primo coach italiano di un numero uno del mondo. Italiano, peraltro.

“Abbiamo scritto la storia, c’è la soddisfazione per essere arrivati a questo traguardo. Che è poi l’obiettivo che ha ogni ragazzo da giovane, come me quando iniziai la carriera di tennista. Sognavo di diventare numero uno del mondo. Poi, con il passare dei giorni, capisci che da tennista non ci riuscirai, ma magari con un altro ruolo sì. Ed ecco l’allenatore che parla: quindi sicuramente è una bella soddisfazione”.

Potremmo anche ricordare, due anni fa, i dubbi che accompagnarono la scelta di Jannik...

“Quelle che dicevano ‘Ma chi è questo Vagnozzi che prende l’eredità di Piatti?’. Beh, c’erano anche altre espressioni, tipo l’anonimo Vagnozzi che anonimo non era? Su questo che cosa vogliamo dire? Per la verità i dubbi sono rimasti anche dopo, ma io mi concentro su un solo, unico pensiero: mi sono sempre ritenuto in grado di poterlo fare. Cioè penso di essere in grado di poter aiutare gli altri a raggiungere un certo livello, e abbiamo fatto il record”.

Wimbledon, sguardi e sorrisi complici tra Jannik Sinner in tribuna e Anna Kalinskaya in campo

Un fatto certificato, d’altronde.

“Avevo già avuto esperienze nel passato, che mi avevano dato questa fiducia, e non parlo solo della semifinale Slam raggiunta con Cecchinato al Roland Garros 2018. Anche con Travaglia c’è stato un certo tipo di lavoro”.

E quindi qual è il senso?

“Provo a formulare: ci sono sicuramente delle differenze di lavoro tra un Top Ten e altri ragazzi di livello diverso, però io penso che alla fine gli allenatori, quelli bravi, riescono a far raggiungere il massimo a tutti i giocatori, anche di categorie diverse”.

E quindi, con Jannik Sinner, il processo qual è stato?

“Io ero convinto che Jannik potesse fare un certo tipo di percorso. Naturalmente partiva già da un livello eccelso, doveva solo fare, diciamo così, gli ultimi due passi. Questo pensiero è stato condiviso da tutto il team: Darren Cahill, Umberto Ferrara e Giacomo Naldi”.

Avete avuto ragione voi.

“Vero? Però avevamo bisogno di un po’ di tempo per poter raggiungere i risultati. C’erano delle cose da migliorare che in questi anni abbiamo provato a sistemare. Naturalmente nessuno aveva la formula esatta di quando sarebbe potuto avvenire il click: un anno, un anno e mezzo, due o tre anni. Però credevamo che quello che stavamo facendo era la strada giusta”.

E veniamo all’oggi: vogliamo raccontarli, questi ultimi mesi che tanto hanno fatto preoccupare, per il problema all’anca?

“Sono stati mesi movimentati, no? Cavolo, ma è normale che sia così, non è che tutto può andare sempre bene. Le difficoltà nel nostro lavoro sono all’ordine del giorno, tante volte neanche le facciamo vedere all’esterno. Pensate che nel periodo di stop per l’anca Jannik è stato anche dieci giorni a letto con le placche alla gola che non andavano via, capito? Paradossalmente siamo stati fortunati, altrimenti avremmo perso ulteriori giorni di recupero”.

Dopo uno Slam e il top ranking che obiettivo resta per il 2024?

“Siamo persone di buon senso: per noi il vero goal è andare fino in fondo nei tornei. Perché? Significa che prima o poi la ciambella con il buco riesce. È la ricetta semplice delle cose buone dal mondo”.

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