Londra – Le braccia distese, verso l’infinito. La consapevolezza della bellezza raggiunta. Lorenzo Musetti, l’esteta per sua stessa definizione, ha finalmente sciolto il braccio e il tennis italiano ha definitivamente recuperato l’altro cavallo di razza.
L’Italia è nella semifinale maschile di Wimbledon anche quest’anno, nonostante abbia perso martedì il rappresentante più illustre, lo Jannik Sinner che è anche il numero uno del mondo. L’azzurro resta protagonista grazie a questo ragazzo del 2002, fenomeno precoce che per qualche anno si è nascosto nel suo stesso talento, probabilmente ha immaginato che bastasse, gli fosse sufficiente solo quello. «Invece no. Bisogna sporcarsi le mani, saperlo fare. E poi, allora, il talento aiuta. Eccome se aiuta».
Giovani papà
Doveva diventare papà, in quel momento, e questo lo ha scombussolato ulteriormente. «Ma oggi è il piccolo che insegna a me, e non viceversa». E simbolicamente doveva prendersi la semifinale a Wimbledon (nella storia azzurra solo Pietrangeli, Berrettini e Sinner ci sono riusciti) contro un altro papà, quel Taylor Fritz diventato genitore quando aveva diciannove anni. Cinque set (3-6, 7-6, 6-2, 3-6, 6-1) per regalarsi Novak Djokovic, «una leggenda. Contro chi giocare a Wimbledon, sul Centrale, se non contro lui?».
Le briglie sciolte, la bellezza del suo tennis antico e del suo rovescio a una mano, quei gesti ampi che ricordano Federer, tocchi di polso che solo una sensibilità innata consentono. Questo è Musetti, quando è al suo meglio.
Il momento no
«Purtroppo, nel recente passato, se sbagliavo un colpo o sentivo male la palla provavo vergogna di me stesso. Perché l’estetica è importante, e mi ha condizionato». Hanno fatto seguito le sconfitte, le imprecazioni contro se stesso in campo, alibi per le prestazioni. «Il momento più difficile, perché intanto Veronica aspettava il bimbo...».
Come ne è uscito? «Mi sono guardato dentro, ho capito che l’importante nel tennis alla fine non è giocare bene ma portare a casa le partite. Poi arriva anche il bello da vedere» ripete. «Per fare questo ha accettato, lui che è un giocatore molto tecnico, di classe superiore, di giocare i Challenger» racconta Simone Tartarini, e i Challenger non sono quelli del film con Zendaya, sia chiaro. «Sono l’inferno contro cui ti devi confrontare, gente che la butta in caciara, che ti fa le imboscate. Ma Lorenzo ne è venuto fuori, ha capito la lezione».
Musetti ha attraversato il processo, guidando sull’erba. Anzi, pattinandoci su, danzandoci a volte. «Non ho giocato bene le prime partite, il quinto set di ieri sì». Eccolo, il talento: quando serviva. A dimostrare che il suo tennis non era un castello di sabbia, bello ma fragile di fronte alle onde del mare. «Non so se il futuro sarà sempre così, però mi sembra che le cose siano cambiate» ribadisce Tartarini, che lo allena da quando aveva otto anni, e sono ancora insieme. «E io mi commuovo...».
Ma il lavoro non è finito: «Mi sono meritato il Centrale, e sono ambizioso. Ci sarà Djokovic, dall’altra parte della rete: sarà una bella battaglia». È ancora coach Tartarini a spiegare perché Musetti può avere delle chance contro il serbo: «Novak è un tipo che palleggia, e a Lorenzo piace il palleggio. Ci siamo allenati tante volte insieme, e vi garantisco che vincevamo noi».
Toccherà farlo anche nella partita che conta, e negli Slam ci sono due precedenti, entrambi al Roland Garros ed entrambi al quinto set. Ma il Musetti di oggi ha abbandonato la vanità e ha abbracciato l’essenziale, mischiando la lana con la seta. «Se saprà leggere il gioco tra le righe, chi lo sa...».
Wimbledon, che ha nostalgia di un certo Roger, ha già scelto da che parte stare. In bocca al lupo.