Ci sono due finali che il pubblico americano aspetta agli Us Open. La prima è sul campo e opporrà Jannik Sinner al figlio di Pacy & Macy’s, Taylor Fritz, erede di grandi magazzini e geni (intesi come unità ereditarie) del tennis. La seconda potrebbe essere sullo schermo, invocata da inizio torneo, sul canale Espn dove l’australiano Kyrgios intervista il vincitore della partita appena conclusa. Spesso, ma non sempre: non ha ancora incrociato il n. 1. Questione diplomatica: Kyrgios si è preso il ruolo di accusatore per la vicenda del presunto doping.
Viaggiare attraverso l’America e seguire il tennis in tv è uno spasso. Prima ci sono i commenti dei fratelli McEnroe, due vati del pronostico. Venerdì al terzo set, sul pari tra Sinner e Draper l’inglese ha regalato uno spot a chi ne aveva meno bisogno, ordinando una coca-cola, che lo attendeva, ben inquadrata, al cambio di campo. ”Quando la berrà sarà sotto cinque a due”, hanno detto i profeti. E infatti. Poi arriva Kyrgios, o meglio: …
Ci sono due finali che il pubblico americano aspetta agli Us Open. La prima è sul campo e opporrà Jannik Sinner al figlio di Pacy & Macy’s, Taylor Fritz, erede di grandi magazzini e geni (intesi come unità ereditarie) del tennis. La seconda potrebbe essere sullo schermo, invocata da inizio torneo, sul canale Espn dove l’australiano Kyrgios intervista il vincitore della partita appena conclusa. Spesso, ma non sempre: non ha ancora incrociato il n. 1. Questione diplomatica: Kyrgios si è preso il ruolo di accusatore per la vicenda del presunto doping.
Viaggiare attraverso l’America e seguire il tennis in tv è uno spasso. Prima ci sono i commenti dei fratelli McEnroe, due vati del pronostico. Venerdì al terzo set, sul pari tra Sinner e Draper l’inglese ha regalato uno spot a chi ne aveva meno bisogno, ordinando una coca-cola, che lo attendeva, ben inquadrata, al cambio di campo. ”Quando la berrà sarà sotto cinque a due”, hanno detto i profeti. E infatti. Poi arriva Kyrgios, o meglio: dottor Nick e mister Kyrgios. Il primo scende nell’arena e si sottomette al collega e al pubblico con domande banali e un po’ ruffiane (“Taylor Fritz, che incredibile performance davanti al miglior pubblico del mondo, come ti senti?”). Il secondo torna a casa e twitta con ferocia. Da qualche tempo si è iscritto all’albo di quelli che non avendo più voglia di faticare per la loro professione, la buttano in caciara. Non potendo battere un avversario, cercano di demolirlo. La sua partita con Sinner a Flushing Meadows finirebbe in fretta, pur regalando un paio di circensi highlight, quella nell’aria può invece continuare. Kyrgios alterna affondi (“Doveva stare fuori due anni”) a smorzate (“Riesce a gestire quel che succede e giocare ad altissimo livello”). Oscilla tra “È il più forte, però…” e “Però è il più forte”. Non potendo prendersi la luce, si prende l’oscurità riflessa. Gongola quando appaiono le fotografie del medicinale incriminato, venduto in Italia con la scritta “doping” sotto il segnale di divieto. Quando qualcuno ricorda che nel baseball, due anni fa, un giocatore di San Diego per averne fatto uso fu squalificato per 80 turni. Aspetta il proprio. Tanto vale arrivi. Sarebbe un momento fantastico. Mister Kyrgios che piomba sull’Arthur Ashe con il microfono e la felpa con la scritta In cauda venenum, il veleno è nella coda. Chiede a Sinner se è felice di essere arrivato uno e poi gli piazza la domanda al curaro. E Jannik fa l’alto atesino, gli risponde con una sola parola: la sua. Sarebbe fantastico: vorrebbe dire che (intanto) ha vinto.