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C’è Taylor Fritz tra Sinner e la storia

Taylor Fritz
Taylor Fritz 
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Per la prima volta, domenica, un italiano sarà in finale agli Us Open. Il suo nome è Jannik Sinner, e tutti conosciamo la sua storia. Poiché Monday’s Net racconta tante storie, eccome due piccole piccole. L.L. ha sessant’anni, ha giocato a tennis da ragazzina (“…l’estate del ‘78 i miei mi mandarono alla scuola estiva a Pievepelago”, ricorda con qualche residuo d’angoscia), poi non ha più impugnato la racchetta. In gennaio è stata folgorata sulla via di Melbourne, adesso chiede a chiunque di giocare con lei, ha prenotato per sei mesi un maestro una volta la settimana, medita d’iscriversi a un circolo. Ovviamente, quando gioca Sinner, “spengo sempre il telefono”, sorride. P.A. è un bambino di sette anni che sembrava refrattario a qualsiasi attività fisica. La mamma racconta che il mese scorso s’è imbambolato davanti alla tv a vedere Musetti, Paolini ed Errani alle Olimpiadi. S’è poi entusiasmato durante la finale di Jannik a Cincinnati. Giorni fa ha chiesto ai genitori di poter visitare il piccolo impianto pubblico del suo comune, un campo in terra rossa, due in cemento. Vedremo.

L.L. e P.A. sono tra le centinaia di migliaia di italiani che hanno scoperto negli ultimi mesi il tennis entusiasmandosi alle imprese di Jannik, di Jasmine e degli altri. È per colpa loro, dei nuovi tifosi-giocatori, se quest’estate prenotare un campo è risultato assai problematico, ovunque. Nel ferocemente umido pomeriggio del Queens, dall’altra parte dell’Atlantico tutti gli L.L. e P.A. d’Italia sono incollati davanti alle tv per la diretta su Sky e Supertennis: c’è il big match tra Sinner e Jack Draper, il suo amico inglese che è approdato alla semifinale degli Us Open senza cedere un set e accumulandone quindici consecutivi vinti. Fino a oggi, appunto, perché il sudtirolese si prende di forza (7-5) il primo set dopo quasi un’ora di scambi durissimi con qualche errore di troppo da parte di entrambi. A Sinner servono due break e buone percentuali di punti realizzati sia al servizio, sia alla risposta. Gli facilitano il compito i sette doppi falli compiuti dall’avversario. Soprattutto, è Jannik a prevalere quasi sempre alla fine dei frequenti scambi prolungati.

Il numero 20 del live ranking, classe 2001 come Jannik, esprime un gioco di alta qualità basato sulla prima di servizio, che, se non è un ace, è comunque talmente condizionante da consentirgli di provare, sulla risposta, di chiudere il punto. Quando però tocca a Sinner servire, risulta più efficace con la prima palla. Accade anche nel secondo set, che non propone cambiamenti tattici. Mentre l’equilibrio si mantiene costante, nel nono game arriva un condiviso democratico accenno di dramma: Draper, che è zuppo di sudore, vomita liquidi sul DecoTurf dell’Arthur Ashe Stadium ma fa segno di voler continuare; due minuti dopo Jannik scivola a terra a fondo campo, appoggia male la mano sinistra e fa subito segno che il dolore al polso è forte. Sul 4-5 arriva quindi l’inedito doppio medical timeout, con i medici e i fisioterapisti impegnati per più minuti. Sono bravi, rimettono in sesto tutt’e due per la sfida del tie break, che di fatto si risolve in un one-man-show dell’italiano (7-3).

L’ultima frazione ha da mostrare ben poco di più di quanto abbiamo già visto. Draper è sfinito eppure oppone qualche resistenza. Sinner resta lucido grazie, almeno in apparenza, a una consistente riserva di forze. Sul 2 pari accelera e va a chiudere sul 7-5 7-6 6-2 dopo 3 ore e 4 minuti.

L’avversario di Jannik in finale, domenica, sarà Taylor Fritz, che nella più fresca serata newyorkese batte Frances Tiafoe in cinque set, 4-6 7-5 4-6 6-4 6-1. I due coetanei americani - ottobre 1997 Taylor, gennaio 1998 Frances - giocano in condizioni ambientali meno opprimenti in termini di umidità ma nella bolgia delle tifoserie, contrapposte anche per motivazioni - come dire? - di classe, metà a sostenere il figlio di immigrati dalla Sierra Leone, metà a favore del rampollo della ricca famiglia Fritz-May, celebrato coach il papá Guy, grande tennista (10 WTA nel 1977) ed ereditiera la mamma Kathy. Per quasi tre ore né uno né l’altro prendono saldamente il comando del match: Tiafoe fa qualcosa di più - se il tennis fosse come il pugilato, si aggiudicherebbe ai punti almeno tre set - e soprattutto ripenserà spesso ai break subiti sul filo di lana del secondo e, soprattutto, del quarto parziale. Nel quinto set, invece, è lui a crollare, lasciando via libera a Fritz che, senza strafare, stacca il biglietto per la finale.

Parlando con il collega Chris Eubanks, attualmente ATP 117 - forse il miglior intervistatore di fine partita visto in questo slam - il californiano s’emoziona ammettendo di non aver davvero mai pensato di poter arrivare all’ultimo atto degli Us Open. Intanto Tiafoe esce, affranto, dal campo. Tra i mille pensieri, forse gli frulla in testa anche quello di avere perso una possibilità di rimpinguare generosamente le casse del Frances Tiafoe Fund, che collabora con l’USTA, la federazione americana, e con la NJTL, la National Junior Tennis and Learning fondata nel 1969 da Arthur Ashe, per i programmi di sostegno ai bambini con meno possibilità di poter diventare tennisti professionisti.

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