MELBOURNE – “Sto bene”. Jannik Sinner Palleggia con Darren Cahill e Simone Vagnozzi, senza forzare. Respira profondamente, beve dalla borraccia. Adesso prova il rovescio, poi di nuovo il dritto: forza qualche colpo, è l’abitudine. Ancora un sorso. Il supercoach e l’allenatore non lo perdono di vista un secondo. È il turno del servizio: all’inizio con calma studiata, poi sempre più forte. Discutono tra loro su dove debba mettere esattamente il piede sinistro, di quanto sia importante spostare la gamba destra nell’eseguire il movimento: roba di un paio di centimetri, forse meno. Dettagli che possono valere una partita, un torneo.
Sinner, risveglio col sorriso
Il viso sembra finalmente riposato, evviva: sembra che dopo la vittoria su Rune abbia dormito come al solito, dieci ore. Ghiro. Però questa volta si è svegliato col sorriso. I fantasmi se ne sono andati. Per adesso, almeno. Dicono sia un robot, invece è solo un ragazzo di 23 anni, con le sue fragilità, la sua enorme sensibi…
MELBOURNE – “Sto bene”. Jannik Sinner Palleggia con Darren Cahill e Simone Vagnozzi, senza forzare. Respira profondamente, beve dalla borraccia. Adesso prova il rovescio, poi di nuovo il dritto: forza qualche colpo, è l’abitudine. Ancora un sorso. Il supercoach e l’allenatore non lo perdono di vista un secondo. È il turno del servizio: all’inizio con calma studiata, poi sempre più forte. Discutono tra loro su dove debba mettere esattamente il piede sinistro, di quanto sia importante spostare la gamba destra nell’eseguire il movimento: roba di un paio di centimetri, forse meno. Dettagli che possono valere una partita, un torneo.
Sinner, risveglio col sorriso
Il viso sembra finalmente riposato, evviva: sembra che dopo la vittoria su Rune abbia dormito come al solito, dieci ore. Ghiro. Però questa volta si è svegliato col sorriso. I fantasmi se ne sono andati. Per adesso, almeno. Dicono sia un robot, invece è solo un ragazzo di 23 anni, con le sue fragilità, la sua enorme sensibilità, e addosso un carico notevole di aspettative. “Sto bene”. Jannik, il day after.
La sfida all’amico De Minaur
Stamattina nella Rod Laver Arena (9.30 italiane) Sinner avrà contro tutti o quasi i 15 mila spettatori, come era successo nel secondo turno con l’altro canguro, Schoolkate. Tutto sommato è una fortuna debba giocare con l’ultimo australiano ancora in corsa. Perché per Alex De Minaur è garantito l’orario di maggiore audience, quello serale. Niente più sole, niente umidità, quei fattori che possono aver accelerato le vertigini. Ieri sera nello stesso stadio sono scesi in campo Alcaraz e Djokovic: in tribuna valeva la pena indossare un golfino. L’altro quarto di finale, tra Sonego e l’americano Shelton, è invece oggi all’alba italiana.
L’australiano a caccia della prima vittoria con Jannik
Ottavo nel ranking, De Minaur è uno dei migliori amici che ha Jannik nel circuito. Però è soprannominato Demon. Non c’è da fidarsi. Anche se il numero 1 ha vinto tutti e nove i precedenti e gli ha lasciato solo un set. “C’è sempre una prima volta. E poi, gioco a casa mia”: Alex ha subito infiammato i tifosi. “Sono felice di essere arrivato fino a questo punto, ma ora voglio di più”. Da quasi mezzo secolo (Mark Edmondson, 1976) un tennista di casa non si aggiudica gli Australian Open. Dovessero vincere tutti e due i ragazzi italiani, si sfiderebbero venerdì in semifinale.
L’allenamento di Sinner
Ieri Sinner ha raggiunto il Court 8, al coperto, per allenarsi. Erano le 4 del pomeriggio, è durato tutto un’ora e mezza. All’interno della struttura non si respirava esattamente aria di montagna: ma almeno, lui e il suo team sono stati al riparo dal sole cocente. Temperatura esterna 29°, un vento quasi impercettibile, condizioni tutto sommato accettabili. L’espressione del campione era serena, ma molto concentrata. I movimenti, più tranquilli. Quasi prudenti. “Sto lottando un po’ con la mia salute”, aveva confessato al termine del drammatico incontro con Rune. Lo sbandamento nel terzo set, quel barcollare verso la sedia al momento del cambio campo: il pallore, l’accenno ai conati di vomito, le mani che tremano in maniera impressionante. È stato sul punto di crollare, salvato dal medical timeout. Cosa è successo, Jannik? “La pressione, il caldo, l’afa: non era facile. Quando ho mantenuto il servizio sul 2-1, un momento fondamentale perché altrimenti la partita poteva cambiare, c’era molto sole”.
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Cosa è successo contro Rune
Anche a Wimbledon, con Medvedev, era andato negli spogliatoi a farsi controllare pressione e ossigeno nel sangue. “Non c’entra niente con quella storia: la notte prima non avevo dormito”. Però pure lunedì mattina, quando ha aperto gli occhi, si è subito reso conto che qualcosa non andava per il verso giusto. Ha detto di aver visto il medico prima del match e poi anche durante. “Mi ha parlato, sono stato meglio”. Mi ha parlato, ha ripetuto Jannik. L’impressione è che alle condizioni climatiche si sia soprattutto aggiunto un insieme di emozioni: dalla tensione per il match con quel cagnaccio di Rune, al pensiero nero del processo al Tas, all’incertezza su un futuro in cui dovrà pensare anche a riposarsi, oltre che cercarsi un altro coach per l’addio di Cahill a fine stagione: Goran Ivanisevic è più di una possibilità, ieri ha salutato dopo soli due mesi di prova la kazaka Elena Rybakina.
Dimenticate il freddo robot di cui tutti parlano, non è mai esistito. È solo un ragazzo. Ansia, stress, panico da prestazione? Se è così, si può guarire. “Sto bene”, dice ora. Coraggio, la notte di Melbourne è fresca.