MELBOURNE — Forse ha davvero ragione Sascha Zverev, il tennista numero 2 al mondo, quando dice che Jannik Sinner appartiene a un altro universo. Perché uno che vince la finale di uno Slam non concedendo un solo break point all’avversario, come ha fatto l’altoatesino ieri nel conquistare gli Australian Open per la seconda volta di fila, mica può essere di questo pianeta. Nella storia del tennis ci erano riusciti finora solo tre giocatori: Sampras, Federer, Nadal. Marziani, appunto.
Umano, troppo umano
Ma Jannik è quanto di più umano ci sia. Al termine dell’incontro dominato in tre set (6-3, 7-6, 6-3) e risolto in 2 ore e 42 minuti, la prima cosa che ha fatto è stata consolare il tedesco, che sarebbe quello a lui più vicino nella classifica mondiale, ma che nella partita di Melbourne non gli si è avvicinato mai per davvero. La carezza di Sinner, la spalla prestata alla testa di Zverev: ecco la foto simbolo della serata australiana, rappresenta la potenza e la carità del più fort…
MELBOURNE — Forse ha davvero ragione Sascha Zverev, il tennista numero 2 al mondo, quando dice che Jannik Sinner appartiene a un altro universo. Perché uno che vince la finale di uno Slam non concedendo un solo break point all’avversario, come ha fatto l’altoatesino ieri nel conquistare gli Australian Open per la seconda volta di fila, mica può essere di questo pianeta. Nella storia del tennis ci erano riusciti finora solo tre giocatori: Sampras, Federer, Nadal. Marziani, appunto.
Umano, troppo umano
Ma Jannik è quanto di più umano ci sia. Al termine dell’incontro dominato in tre set (6-3, 7-6, 6-3) e risolto in 2 ore e 42 minuti, la prima cosa che ha fatto è stata consolare il tedesco, che sarebbe quello a lui più vicino nella classifica mondiale, ma che nella partita di Melbourne non gli si è avvicinato mai per davvero. La carezza di Sinner, la spalla prestata alla testa di Zverev: ecco la foto simbolo della serata australiana, rappresenta la potenza e la carità del più forte. “Ero emozionato, Jannik se ne è accorto, è stato gentile. In questo momento affrontare lui è come giocare contro il miglior Djokovic”, ha sintetizzato Zverev, uno che a 27 anni ha perso la terza finale Slam e teme di non vincerne mai una, finché ci sarà in giro l’altoatesino: questo è il messaggio arrivato ieri. La superiorità disarmante del numero 1.
Per Sinner invece è tutto normale, anche dedicare il primo pensiero al rivale sconfitto. “Viviamo insieme quasi tutto l’anno, viaggiando per il mondo. Siamo un po’ come dei compagni di scuola: al posto dei libri, abbiamo le racchette. Mi dispiace vederlo soffrire: Sascha è bravo, merita anche lui di essere felice”. Poi è andato in tribuna ad abbracciare suo fratello Mark, che lo ha seguito in questo viaggio dall’altra parte del mondo: “Ed è stata la parte più bella della giornata. Nessuno mi conosce bene come lui: i miei problemi, come mi sento. Veniamo da una famiglia normale”. Sinner è il primo italiano a vincere tre Slam, Nicola Pietrangeli si era fermato a due. Questa coppa non la porterà nel suo appartamento di Montecarlo ma la lascerà a casa dei suoi genitori in Val Pusteria, “è più sicuro”.
Il presunto marziano è un bravo ragazzo di 23 anni che confessa di «non essere perfetto, anzi: ho tante cose da imparare. Devo riuscire a equilibrare meglio il mio lavoro con la vita privata». Stamattina lo costringono dolcemente a una sessione fotografica all’Albert Park Lake per posare con il trofeo. Mercoledì sarà con gli altri azzurri in visita dal presidente Mattarella. Poi, finalmente, a casa. “Ho un bisogno fisico di stare con le persone care, parlare di altri argomenti”. Staccare la spina. Però, attenzione. «Piuttosto, mi prendo un giorno di riposo in più: ma appena ricomincio ad allenarmi, torno a dare il 100%». È atteso a Rotterdam fra una settimana. Anche lì ci arriverà da vincitore uscente. Poi Doha, Indian Wells, Miami.
“Sinner è ingiocabile”
Il campione di un altro universo. Quello che vince da 21 partite consecutive — l’ultimo ad averlo battuto è stato Alcaraz, a Pechino, quattro mesi fa —, che nel 2024 ha chiuso con 73 successi e solo 6 sconfitte, festeggiando 8 titoli e 2 Slam: il primo Melbourne, gli Us Open, le Atp Finals e la seconda Davis alzata a Malaga. Nel circuito sono tutti d’accordo: oggi è “ingiocabile”, nel senso che non c’è modo di batterlo. Zverev è un fuoriclasse in possesso forse del miglior servizio del mondo, ieri ha servito una seconda palla a 218 chilometri all’ora. Praticamente, un proiettile. E quando è successo? Nel game decisivo del primo set: che Jannik naturalmente ha vinto, rispondendo ancora più forte a quei colpi impossibili, e facendo esplodere di entusiasmo la Rod Laver Arena. Persino la sorte gioca con lui: nel tie-break del secondo set, il nastro della rete gli ha regalato un punto chiave.
Jannik è molto sensibile. Non molto tempo fa ha fatto capire che tanti tennisti del circuito non gli sembrano così socievoli. “Ci sono tante aspettative su di me, pressioni. Non è facile». Negli ottavi contro il danese Rune si è sentito male in partita: i tremori, quasi uno svenimento. Sembra passato tempo fa, era solo lunedì scorso. Hanno tutti dato colpa al caldo, ma c’era chiaramente una forte componente emotiva in quel malore. «L’importante è che ne sia venuto a capo», rassicura oggi Jannik. Il segreto sono dieci ore di sonno giornaliere, qualche pisolino pomeridiano e il succo dei cetriolini come ricostituente. Insieme agli allenamenti col team: «Quando lavori così duro, insieme a persone che è come fossero una famiglia, nei momenti difficili riesci sempre a trovare una soluzione. Impari a diventare un atleta e una persona migliore”.
Il team, già. Decisivo nella svolta del campione che era stato svezzato da Riccardo Piatti nella sua accademia a Bordighera. Se deve spiegare la sua esplosione, Jannik dice semplicemente “quando ho scelto il cambiamento”, e ringrazia i nuovi coach, Simone Vagnozzi e Darren Cahill. Quando ha abbracciato quest’ultimo, Sinner sembrava non volesse più mollare la stretta, finché il supercoach non gli ha detto di andare: era il momento di ritirare il premio. Ma la sensazione è che il n. 1 non si rassegni alla separazione annunciata a fine stagione, quando l’australiano smetterà di allenare: «Proverò a farti cambiare idea, resta con me», gli ha detto pubblicamente. Se non ci riuscirà, sceglierà un tecnico che stia con lui tutto l’anno: sono stati fatti diversi nomi, da Moya a Ljubicic, fino ad Agassi, ma il più gettonato oggi è Goran Ivanisevic.
In pochi giorni Sinner è passato dalla rivelazione della fragilità alla dimostrazione della forza assoluta in finale. “Io nella mia testa so che sono adatto alle battaglie». Rispetto alla straordinaria stagione passata giura di avere fatto grandi progressi cambiando piccoli, impercettibili aspetti del suo gioco: “Dettagli che possono fare la differenza”. Il povero Zverev ne sa qualcosa. “Ci sono ancora tanti aspetti che posso migliorare: la seconda palla di servizio, ad esempio. E poi, diventare più maturo. Sereno2. Sì, questo ragazzo è proprio di un altro universo.