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Nfl, Adrian Peterson nei guai. L'accusa: ha picchiato suo figlio

Il running back dei Minnesota Vikings, superstar del football, colpito da un mandato d'arresto, si è consegnato spontaneamente ed è stato rilasciato dopo il pagamento di una cauzione
di GIOVANNI MARINO

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Nella notte americana di Houston, la superstar del football, Adrian Peterson, è stato rinchiuso in una cella. Con un'accusa insopportabile per qualsiasi padre: aver picchiato il suo piccolo figlio al punto da causargli lesioni. Poche ore dopo, il rilascio, su cauzione: 15 mila dollari.

La stella dei running back si era consegnata alla Montgomery County Jail dando seguito a un mandato d'arresto e alle dichiarazioni del suo avvocato, Rusty Hardin. Che ha ammesso l'episodio compiuto dal suo celebre cliente, ma ha anche detto che non c'era dolo, che Adrian non voleva far del male a suo figlio.

Si sa ancora troppo poco di questa nuova vicenda che sconvolge la Nfl (e che, attenzione, riguarda le esistenze private dei suoi giocatori, non quanto avviene in campo) per dare un giudizio definitivo sul comportamento del campione di Minnesota. Diverso, sinora (le notizie di cronaca sono sempre in costante evoluzione), il caso che pochi giorni fa ha destato scalpore:  per la presenza di una prova visiva inconfutabile, il video-shock in cui Ray Rice, rb dei Baltimore Ravens, mette ko la sua futura giovane moglie e poi la trascina quasi disinteressato priva di sensi fuori da un ascensore. Una vicenda, quest'ultima, che ha messo sotto accusa anche la politica disciplinare della Nfl, troppo morbida (sino a ieri) con gli episodi di violenze domestiche di cui sono di frequente protagonisti i suoi atleti.

Stando alle prime, incomplete, ricostruzioni che giungono dal Texas, Peterson avrebbe utilizzato un ramo per colpire il figlio di 4 anni mentre lo rimproverava. Per tale comportamento, deve rispondere del reato di lesioni colpose. Il giocatore, come ha affermato l'avvocato Hardin in una nota, ha già fornito la propria collaborazione all'indagine.

"L'accusa fa seguito alla piena cooperazione garantita da Adrian alle autorità che si stanno occupando della vicenda. Adrian è un padre affettuoso che, da genitore, ha usato il suo giudizio per punire suo figlio. Ha usato con il suo bambino la stessa punizione che lui ha conosciuto crescendo nel Texas orientale. Adrian non ha mai negato l'accaduto", ha spiegato l'avvocato. "Adrian -ha proseguito il legale- risponderà alle accuse con lo stesso rispetto e la stessa responsabilità dimostrati nei confronti dell'indagine sin dall'inizio. E' importante ricordare che non ha mai voluto provocare danni a suo figlio ed è profondamente addolorato per le lesioni causate in maniera non intenzionale".

Prima che Adrian si consegnasse il suo team ha emesso un comunicato in cui lo escludeva dal match che tra poche ore i Vikings giocheranno contro i New England Patriots. La franchigia "sta raccogliendo informazioni relative alla questione legale che coinvolge Adrian Peterson. In questo momento -ha fatto sapere il team- tutte le domande vanno rivolte all'avvocato Hardin".

Dunque, il comportamento violento di Peterson, sarebbe (a sentire il suo legale) un retaggio del suo passato, della sua "educazione", di quanto, insomma, subito. Va ricordato che appena un anno fa il giocatore piangeva la morte di un altro figlio di 2 anni che non viveva con lui. Il bimbo, accertarono le indagini, morì dopo essere stato percosso dal compagno della madre. "Potrò sempre contare sul football nei momenti difficili", disse Peterson allora, costretto ad affrontare una improvvisa tragedia di una vita, la sua, come quella di molti altri atleti afroamericani, mai semplice sin dal suo inizio. A 7 anni, Adrian vide morire suo fratello maggiore, travolto in bicicletta  da un automobilista ubriaco. Prima di cominciare la carriera professionistica con i Vikings, perse un fratellastro.

Conosciuto con la sigla di AP nel mondo dello sport, il giocatore sembrava aver trovato nel football, assieme, il suo riscatto e la sua massima espressione. E' un running back straordinario per talento, continuità, potenza e agilità ed è stato capace, due anni fa, dopo un rovinoso infortunio a un ginocchio, di tornare in campo in tempi record e di firmare la sua migliore stagione.

La National Football League si ritrova a gestire in questo avvio di campionato l'ennesima vicenda scabrosa. Un periodo da incubo. Il commissioner Roger Goodell, dopo il video e le incertezze di qualche mese fa, ha appena sospeso a tempo indeterminato Ray Rice, running back dei Baltimore Ravens, licenziato dalla sua squadra.

La recente diffusione delle immagini registrate all'interno dell'ascensore ha mostrato l'episodio in tutta la sua violenza e ha acceso nuovamente i riflettori sul caso. La lega del football, sotto tiro, criticata per l'iniziale approccio soft a questo tipo di situazioni, ha inasprito le sanzioni che riguradano le violenze domestiche e ha anche affidato a un ex capo del Fbi una investigazione interna. Ma ecco che, a pochi giorni da tutto questo, si trova a dover affrontare un nuovo caso. Un brutto caso, che coinvolge un bambino.

Ci si augura che la National football league vada sino in fondo: per noi (al di là di cosa deciderà la giustizia ordinaria), se AP ha davvero picchiato con violenza suo figlio al punto da causargli delle lesioni, va espulso per sempre dalla lega dei touchdown. E, soprattutto, va curato. Perchè non accada mai più.
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