ROMA - Il presidente del Coni Malagò torna sulla vicenda dello scandalo-atletica-whereabouts, ovvero sulla richiesta da parte della Procura Antidoping del Coni - Italia di sanzionare con due anni di squalifica gli azzurri dell'atletica che non hanno rispettato il regolamento antidoping nel biennio sotto analisi (2011-2012). "Ribadisco l'assoluta fiducia nell'autorevole operato dell'Ufficio di Procura Antidoping NADO ITALIA - fa sapere il numero uno del Foro Italico in un comunicato ufficiale, dopo le critiche sollevate dalla sua posizione esageratamente "pro atleti"- che ha condotto l'indagine con serietà e rigore, applicando doverosamente norme dettate dalla WADA e recepite dal nostro sistema di ordinamento sportivo. I provvedimenti adottati non si possono equiparare a vicende trattate in precedenza, né essere oggetto di paragone con fattispecie di altra natura. Auspico che l'iter processuale, nel pieno rispetto delle normative e delle modalità vigenti, porti a un rapido giudizio, con l'augurio che gli atleti coinvolti possano chiarire la loro posizione rispetto ai fatti contestati". Una precisazione che vorrebbe allontanare ogni ipotesi o sospetto di insabbiamento. Si vedrà con il giudizio del Tribunale Nazionale.
Ma la vicenda risulta ancora ampiamente monca ed oscura. Per ora quello che emerge è tutto a carico degli atleti. Che hanno le loro colpe e qualcuno, fra i più onesti, le ammette. Leggerezza, distrazione, nonchalance nel non comunicare la reperibilità nonostante i richiami, o furbizia e dolo? La vicenda è molto complessa e l'una ipotesi non esclude l'altra. Per certo non si può essere distratti o trascurati all'infinito. Alla lunga anche la trascuratezza e la sottovalutazione diventa una colpa. Lo ammette con ammirevole sincerità, una delle bandiere azzurre, il triplista bronzo a Londra 2012, Fabrizio Donato: "Posso aver sottovalutato gli avvisi ricevuti, ma non mi sono mai dopato", ha confessato l'altro giorno a Radio 24. "All'epoca non ero nel gruppo di atleti che dovevano riferire alla Iaaf la loro reperibilità. Per il resto non mi sono mai mosso da casa". Certo non si può pretendere che chi ha già informato l'organo superiore (la federazione internazionale) poi sia costretto a replicare in chiave nazionale. Questi sono problemi che avrebbero dovuto risolvere dirigenti mondiali tesi piuttosto a curare il proprio patrimonio piuttosto che gli interessi dell'atletica. Ma, nel dubbio, su un tema così delicato un professionista serio dello sport, con il po' pò di scandali che emergono quotidianamente, quanto meno alza il telefono... A meno che... A meno che non si percepisca dall'ambiente un'atmosfera di tolleranza e di irrilevanza del problema che porta a trascurare ogni dovere. Se continuano ad ammonirti bonariamente e non succede nulla è chiaro che sei portato a sottovalutare sempre di più. Dunque non sei messo nelle condizioni di essere corretto. Dunque emerge una responsabilità ben precisa di chi, nella federazione dell'epoca e alle strutture antidoping Coni correlate avrebbe dovuto mandare un "warning" definitivo: 24 ore per "regolarizzare" e poi la sanzione. Ma nessuno si è sognato i fare questo passo. Il che fa trasparire tutta l'ipocrisia del sistema. L'inchiesta della Procura Coni (ci sarebbe stata se non fossero arrivate le carte e le segnalazioni dal processo di Bolzano a Schwazer?) appare monca, finché non compariranno nomi e responsabili anche fra i dirigenti. Di questo dovrebbe preoccuparsi Malagò, se vuole ridare un minimo di credibilità ad un "sistema" ampiamente compromesso. Invece di correre in soccorso degli atleti banalizzando e minimizzando, con le dichiarazioni dell'altro giorno, il lavoro delle sue stesse strutture antidoping.
Per ora si picchia duro solo sugli atleti. Anche con una certa legittimità se - come dicono le carte - le violazioni del regolamento sono ben oltre i limiti. Per alcuni non sono serviti neppure 4-5 avvisi, sia pure bonari. Ma le responsabilità di dirigenti e controllori? Inoltre: la maggior parte degli atleti coinvolti appartiene a squadre militari. E immaginabile che nessuno dei dirigenti preposti si sia mai interessato di come i propri atleti rispondevano a norme e obblighi che tutti erano tenuti a conoscere? Questa - diciamo così - "negligenza" verrà mai punita? Infine: qui parliamo dell'atletica, ma da Bolzano giunge chiaro l'allarme che tale confusione nella gestione della reperibilità (da cui, ricordiamolo, dipende la validità o meno dei controlli a sorpresa) potrebbe essere comune ad altri sport. Non sarà il caso di metterci il naso se davvero si vuole dare una svolta con il triste passato? Prendendo per una volta l'iniziativa invece di aspettare l'inchiesta della magistratura di turno?
Ma la vicenda risulta ancora ampiamente monca ed oscura. Per ora quello che emerge è tutto a carico degli atleti. Che hanno le loro colpe e qualcuno, fra i più onesti, le ammette. Leggerezza, distrazione, nonchalance nel non comunicare la reperibilità nonostante i richiami, o furbizia e dolo? La vicenda è molto complessa e l'una ipotesi non esclude l'altra. Per certo non si può essere distratti o trascurati all'infinito. Alla lunga anche la trascuratezza e la sottovalutazione diventa una colpa. Lo ammette con ammirevole sincerità, una delle bandiere azzurre, il triplista bronzo a Londra 2012, Fabrizio Donato: "Posso aver sottovalutato gli avvisi ricevuti, ma non mi sono mai dopato", ha confessato l'altro giorno a Radio 24. "All'epoca non ero nel gruppo di atleti che dovevano riferire alla Iaaf la loro reperibilità. Per il resto non mi sono mai mosso da casa". Certo non si può pretendere che chi ha già informato l'organo superiore (la federazione internazionale) poi sia costretto a replicare in chiave nazionale. Questi sono problemi che avrebbero dovuto risolvere dirigenti mondiali tesi piuttosto a curare il proprio patrimonio piuttosto che gli interessi dell'atletica. Ma, nel dubbio, su un tema così delicato un professionista serio dello sport, con il po' pò di scandali che emergono quotidianamente, quanto meno alza il telefono... A meno che... A meno che non si percepisca dall'ambiente un'atmosfera di tolleranza e di irrilevanza del problema che porta a trascurare ogni dovere. Se continuano ad ammonirti bonariamente e non succede nulla è chiaro che sei portato a sottovalutare sempre di più. Dunque non sei messo nelle condizioni di essere corretto. Dunque emerge una responsabilità ben precisa di chi, nella federazione dell'epoca e alle strutture antidoping Coni correlate avrebbe dovuto mandare un "warning" definitivo: 24 ore per "regolarizzare" e poi la sanzione. Ma nessuno si è sognato i fare questo passo. Il che fa trasparire tutta l'ipocrisia del sistema. L'inchiesta della Procura Coni (ci sarebbe stata se non fossero arrivate le carte e le segnalazioni dal processo di Bolzano a Schwazer?) appare monca, finché non compariranno nomi e responsabili anche fra i dirigenti. Di questo dovrebbe preoccuparsi Malagò, se vuole ridare un minimo di credibilità ad un "sistema" ampiamente compromesso. Invece di correre in soccorso degli atleti banalizzando e minimizzando, con le dichiarazioni dell'altro giorno, il lavoro delle sue stesse strutture antidoping.
Per ora si picchia duro solo sugli atleti. Anche con una certa legittimità se - come dicono le carte - le violazioni del regolamento sono ben oltre i limiti. Per alcuni non sono serviti neppure 4-5 avvisi, sia pure bonari. Ma le responsabilità di dirigenti e controllori? Inoltre: la maggior parte degli atleti coinvolti appartiene a squadre militari. E immaginabile che nessuno dei dirigenti preposti si sia mai interessato di come i propri atleti rispondevano a norme e obblighi che tutti erano tenuti a conoscere? Questa - diciamo così - "negligenza" verrà mai punita? Infine: qui parliamo dell'atletica, ma da Bolzano giunge chiaro l'allarme che tale confusione nella gestione della reperibilità (da cui, ricordiamolo, dipende la validità o meno dei controlli a sorpresa) potrebbe essere comune ad altri sport. Non sarà il caso di metterci il naso se davvero si vuole dare una svolta con il triste passato? Prendendo per una volta l'iniziativa invece di aspettare l'inchiesta della magistratura di turno?