ROMA - Bolt è un mondo. Per spiegarlo, tenuto conto che interagisce con il mondo degli altri velocisti, spuntarono addirittura formule con le radici quadrate. Dopo i Giochi di Londra si aprì una "discussione cinematica sul movimento in linea retta". Non c'erano più né Einstein né Newton, né altri fisici leggendari, ma le teste pensanti si applicarono con convinzione per non far sentire la loro mancanza. Lo spunto fu la sfida che il "running back" Chris Johnson (ora agli Arizona Cardinals della National Football League) lanciò al giamaicano sui 40 metri. Non se ne fece nulla ma l'occasione era troppo ghiotta per non far partire studi e analisi, sul come sarebbe andata se, sul che sarebbe successo se, sul chi avrebbe messo il naso davanti e perché. Si stabilì che Johnson avrebbe perso anche se per i primi dieci o quindici metri, in condizioni più consone alle abitudini del giocatore americano (supponiamo su una superficie d'erba sintetica) e senza partenza dai blocchi, i due sarebbero rimasti praticamente appaiati. La differenza l'avrebbe fatta la "fase lanciata" e non tanto per una questione di mera forza o di resistenza alla velocità (ci sono "touchdown" in cui Johnson ha corso per l'intera lunghezza di un terreno da football americano perdendosi dietro gli avversari), quanto di tecnica. La velocità è essenzialmente tecnica.
Usain aprirà la sua stagione olimpica sabato sulla pista del Cayman Invitational (in Italia sarà sabato notte), mentre a Shanghai andrà in scena la seconda puntata della Diamond League con Gatlin. Più volte s'è argomentato su quando e come Bolt smetterà: "Io non sono uno di quegli atleti che dice...quando appenderò le scarpe al chiodo sappiate che...". Come a dire: "Non ho idea del mio futuro". Di sicuro il suo presente è ancora correre forte. E diventare, cosa non di secondo piano, il primo essere umano a vincere per tre volte consecutive l'oro olimpico in tre discipline della stessa manifestazione: 100, 200 e 4x100. Ogni tanto si lascia scappare una confessione però: "Se non avessi lo sponsor chissà...". Magari avrebbe già smesso o cambiato sport (è il suo sogno e tale resterà probabilmente). Il coach Glenn Mills non vorrebbe nemmeno sentirle, certe parole. Ma la verità è che Bolt un po' fatica, a tenere il punto. Si allena meno che in passato. Più posta immagini di "impegno", anche quelle mirate a fortificare il sistema, più sorride quando è in carico sotto la "leg press" e meno si ha la sensazione che l'autenticità del campione (quello che arriva fino ai record spaventosi di Berlino 2009) sia rimasta la stessa. Del resto è impossibile che l'età (30 anni il prossimo 21 agosto) non tocchi anche un organismo perfetto come quello del giamaicano. E per organismo si debbono considerare testa e gambe, per organismo non bisogna trascurare il fatto che in passato il ragazzo fuori categoria ha avuto problemi alla schiena e all'anca e purtroppo il corpo, anche un corpo come il suo, non dimentica.
L'atletica si sta attrezzando per superare lo choc di quando "lui" non ci sarà più. Probabilmente dopo i Mondiali di Londra del 2017. Quando non c'è si sente, quando c'è tutto si esalta. E' la maledizione dell'era Bolt. Bolt è una variabile e una costante. La sua corsa è matematica e forza applicata, la sua presenza un valore aggiunto e un velo che cala sul resto della ciurma, nonostante nomi straordinari come Eaton, Schippers, Pichardo, Rudisha, Taylor, Van Niekerk, Adams, Farah spingano a credere (correttamente) che l'atletica sia anche altro, altro dalla velocità pura e altro da Bolt in particolare. Il guaio (si fa per dire) di Bolt è che negli ultimi anni, lo sa bene Justin Gatlin, quest'alieno, questo "nano di quasi due metri, con ampiezza e frequenza naturali", come lo definì il professor Vittori, ha dimostrato qualcosa di assolutamente destrutturante per la storia della preparazione agonistica: ha dimostrato, facendosi beffe dei programmi, dei carichi e dei tempi di recupero, di essere in grado di vincere anche allenandosi quanto basta e gareggiando pochissimo (prima di Rio lo vedremo al massimo quattro volte). Dopo aver corso a Kingston qualche giorno fa, Tyson Gay ha ammesso: "Mi sembra impossibile che Usain possa perdere".
Se lo dice Gay. Nemmeno che faccia una "falsa" è ragionevolmente ipotizzabile: perché Bolt non ha pressioni, anzi la pressione ce l'hanno solo gli altri. In un anno in cui non sarà facile vedere tempi straordinari sia nei 100 che nei 200 (finora il migliore nei 100 è stato il qatarino "importato" Ogunode con 9"91 e nei 200 il sempre fantastico, anzi di più, LaShawn Merritt con 19"78), Bolt può partire comunque da una base privilegiata. Sa di non valere più né 9"58 né 19"19, forse sa anche di non poter più esprimere una velocità di 0"81 fra i 60 e i 70 metri di un 100. Ma il suo rendimento medio potenziale è così più alto, rispetto alla norma, da aprire ampi spazi di manovra e di gestione delle risorse. Può, specie nei turni, permettersi di correre senza sprecare energie anche in 9"89 o in 19"80. Deve solo preoccuparsi di non farsi male. Difficilmente (ma nulla si può escludere) Gatlin potrà ripetersi ai livelli della stagione scorsa, quando arrivò ai Mondiali da favorito nei 100 e, forse, se Bolt non fosse stato fortunato in semifinale (stava per cadere dopo i primi appoggi), avrebbe davvero vinto lui. Psicologicamente Bolt è un macigno. Spostarlo, come riconoscono tutti, diventa quasi impossibile, un po' come succede nel tennis con l'attuale Djokovic. Con Usain e Nole all'80% è finita. Già sappiamo chi vincerà.
Usain aprirà la sua stagione olimpica sabato sulla pista del Cayman Invitational (in Italia sarà sabato notte), mentre a Shanghai andrà in scena la seconda puntata della Diamond League con Gatlin. Più volte s'è argomentato su quando e come Bolt smetterà: "Io non sono uno di quegli atleti che dice...quando appenderò le scarpe al chiodo sappiate che...". Come a dire: "Non ho idea del mio futuro". Di sicuro il suo presente è ancora correre forte. E diventare, cosa non di secondo piano, il primo essere umano a vincere per tre volte consecutive l'oro olimpico in tre discipline della stessa manifestazione: 100, 200 e 4x100. Ogni tanto si lascia scappare una confessione però: "Se non avessi lo sponsor chissà...". Magari avrebbe già smesso o cambiato sport (è il suo sogno e tale resterà probabilmente). Il coach Glenn Mills non vorrebbe nemmeno sentirle, certe parole. Ma la verità è che Bolt un po' fatica, a tenere il punto. Si allena meno che in passato. Più posta immagini di "impegno", anche quelle mirate a fortificare il sistema, più sorride quando è in carico sotto la "leg press" e meno si ha la sensazione che l'autenticità del campione (quello che arriva fino ai record spaventosi di Berlino 2009) sia rimasta la stessa. Del resto è impossibile che l'età (30 anni il prossimo 21 agosto) non tocchi anche un organismo perfetto come quello del giamaicano. E per organismo si debbono considerare testa e gambe, per organismo non bisogna trascurare il fatto che in passato il ragazzo fuori categoria ha avuto problemi alla schiena e all'anca e purtroppo il corpo, anche un corpo come il suo, non dimentica.
L'atletica si sta attrezzando per superare lo choc di quando "lui" non ci sarà più. Probabilmente dopo i Mondiali di Londra del 2017. Quando non c'è si sente, quando c'è tutto si esalta. E' la maledizione dell'era Bolt. Bolt è una variabile e una costante. La sua corsa è matematica e forza applicata, la sua presenza un valore aggiunto e un velo che cala sul resto della ciurma, nonostante nomi straordinari come Eaton, Schippers, Pichardo, Rudisha, Taylor, Van Niekerk, Adams, Farah spingano a credere (correttamente) che l'atletica sia anche altro, altro dalla velocità pura e altro da Bolt in particolare. Il guaio (si fa per dire) di Bolt è che negli ultimi anni, lo sa bene Justin Gatlin, quest'alieno, questo "nano di quasi due metri, con ampiezza e frequenza naturali", come lo definì il professor Vittori, ha dimostrato qualcosa di assolutamente destrutturante per la storia della preparazione agonistica: ha dimostrato, facendosi beffe dei programmi, dei carichi e dei tempi di recupero, di essere in grado di vincere anche allenandosi quanto basta e gareggiando pochissimo (prima di Rio lo vedremo al massimo quattro volte). Dopo aver corso a Kingston qualche giorno fa, Tyson Gay ha ammesso: "Mi sembra impossibile che Usain possa perdere".
Se lo dice Gay. Nemmeno che faccia una "falsa" è ragionevolmente ipotizzabile: perché Bolt non ha pressioni, anzi la pressione ce l'hanno solo gli altri. In un anno in cui non sarà facile vedere tempi straordinari sia nei 100 che nei 200 (finora il migliore nei 100 è stato il qatarino "importato" Ogunode con 9"91 e nei 200 il sempre fantastico, anzi di più, LaShawn Merritt con 19"78), Bolt può partire comunque da una base privilegiata. Sa di non valere più né 9"58 né 19"19, forse sa anche di non poter più esprimere una velocità di 0"81 fra i 60 e i 70 metri di un 100. Ma il suo rendimento medio potenziale è così più alto, rispetto alla norma, da aprire ampi spazi di manovra e di gestione delle risorse. Può, specie nei turni, permettersi di correre senza sprecare energie anche in 9"89 o in 19"80. Deve solo preoccuparsi di non farsi male. Difficilmente (ma nulla si può escludere) Gatlin potrà ripetersi ai livelli della stagione scorsa, quando arrivò ai Mondiali da favorito nei 100 e, forse, se Bolt non fosse stato fortunato in semifinale (stava per cadere dopo i primi appoggi), avrebbe davvero vinto lui. Psicologicamente Bolt è un macigno. Spostarlo, come riconoscono tutti, diventa quasi impossibile, un po' come succede nel tennis con l'attuale Djokovic. Con Usain e Nole all'80% è finita. Già sappiamo chi vincerà.