ROMA - Dieci anni fa, il 31 maggio del 2008, in una serata newyorkese con una temperatura troppo bassa per sognare (ma chi sognava sarebbe stato ripagato) Usain Bolt otteneva con un ottimo vento a favore (+1.7 m/s) il suo primo record del mondo: 9"72. Sembrava uno dei tanti fenomeni capaci di stringere in pochi centimetri e magari in una sola gara il senso della propria carriera. Poteva anche essere così. Bolt veniva da un 9"75 corso a Kingston. Il suo exploit non era dunque sorprendente e tuttavia nulla si poteva dare per già incamerato. C'era molta fiducia in quelle gambe, dentro e fuori. Ma siccome nell'atletica se metti cinque in allenamento devi essere sempre contento se la competizione ti restituisce tre, qualunque sia il tuo livello, e siccome non c'è mai nulla di scontato in questo struggente e maledetto sport, qualunque sia la tua disciplina, nessuno poteva garantire che le sensazioni del campo potessero durare per un'intera stagione o evolversi sino a trascinare tutto e tutti dentro la botola delle meraviglie. Bolt era un'anomalia, lo è sempre stato, ma in quei giorni si pensava ad altro: si ammirava il fatto che i 100 stessero diventando, Tyson Gay permettendo, una questione interna fra giamaicani, si appurava che i 100 stavano scoprendo nuovi proprietari, nuove stelle, nuovi corpi e un nuovo modo di prepararli e di viverli, meno potenza, più rapidità, si viveva sostanzialmente alla giornata.
Bolt aveva strappato il record ad Asafa Powell abbassando di due centesimi il crono ottenuto a Rieti dal giamaicano di Roma. Impossibile cercare di intuire da quella sola prestazione cosa il futuro ci avrebbe riservato. In appena quindici mesi Bolt avrebbe stravolto la storia dello sprint, e po' di tutto il mondo che intorno allo sprint ruota, spingendosi in territori ancora inesplorati, sotto i 9"60 nei 100, sotto il 19"20 nei 200, trascinando la staffetta giamaicana, qualche anno più tardi, a Londra nel 2012, ad abbattere persino il muro dei 37" (Carter, Frater, Blake e Bolt). Quindici mesi dopo i quali neppure lui si sarebbe più migliorato. Perché in fondo la storia di Bolt si può anche dividere in due parti: quella in cui non si sapeva quanto forte sarebbe potuto andare e quella in cui era lui il primo, esternazioni mediatiche a parte, a sapere che più forte di così, di come andò nel 2009 a Berlino, non sarebbe mai più andato.
Quando Glen Mills lo accolse al Racer Track Club, Bolt era un lungagnone con vaghe, non troppo definite inclinazioni e con una scoliosi dormiente. Un talento acerbo, pieno di gioventù e anche di ombre, di imperfezioni. Ma soprattutto Bolt, quando arrivò da Mills, si portava dietro una caratteristica non da poco: "Non sapeva correre!". Paradossale. Come dire che c'è stato un momento in cui Liszt non sapeva suonare il pianoforte, Messi giocare a calcio, Manzoni scrivere in italiano e Renzo Piano costruire edifici. Eppure è così, basta solo intendersi su cosa può voler dire un tecnico della velocità quando racconta la sua versione dei fatti e quando dice, appunto: "Bolt non sapeva correre". A dieci anni dal primo scoppio del big bang del big Bolt, cupo e con la sua voce cavernosa che pare provenire dal guardiacaccia di Biancaneve o dal verdiano Sparafucile, Mills non ha più problemi a dire la sua: "Anche perché la mia carriera è iniziata prima di Usain e se Dio vuole non è finita con il suo ritiro". Insomma Bolt non sapeva correre: "Ho dovuto ricominciare tutto daccapo e meno male che era ricettivo, flessibile". Non saper correre vuol dire che quando correva Bolt pareva seduto sul proprio bacino, che era troppo basso, "e di conseguenza apriva troppo le gambe sino a toccare angoli che non servono al velocista". In pratica non era centrato e più che sfruttare la pista e guadagnare spazio e tempo rimaneva passivo, subiva. Una cosa non da poco. Per migliorare bisogna perfezionare la tecnica. Non esiste altra strada. Dopo viene il resto: "Ma prima la tecnica".
Ed è un concetto, questo, assai solido, fondamentale per il rendimento e la massima espressione del proprio talento. Un concetto che vale per tutti. Mike Powell, che è ancora il primatista del mondo del salto in lungo con il suo 8,95 saltato ai Mondiali di Tokyo nel '91 nella più "lunga" gara di lungo della storia, spiegava con semplicità: "Venivo dal basket, avevo una grande elasticità, quando ho cominciare a saltare ero uno da 7,80, forse da 8,00. Ma per arrivare dove sono arrivato ho dovuto concentrarmi su qualcos'altro. E ho fatto il record del mondo solo quando ho imparato a correre!". Così Bolt. Sul tetto del mondo solo dopo aver corretto l'assetto di corsa.
Si può correre, insomma, senza saperlo fare veramente. Lungo com'era Bolt arretrava con il suo baricentro, quando era ragazzo, e in questo modo non sfruttava al meglio le sue doti: essere alto 1,96 e possedere, per natura, ampiezza e frequenza naturali, che sono i due aspetti della meccanica della velocità dai quali non si può prescindere. "Per mesi abbiamo lavorato soltanto sulla tecnica". Quando Bolt arrivò a Pechino, tre mesi dopo aver stabilito in nuovo record del mondo dei 100, era già un altro atleta: "Ma c'era ancora tanto da fare", prosegue Mills. E infatti fecero. Un anno dopo a Berlino, Bolt ritoccò se stesso con una violenza inaudita, come se un pittore scatenato aggredisse un suo quadro già considerato un capolavoro con pennellate rabbiose sino a realizzare un capolavoro superiore.
"Prima di New York non avevamo idea di dove ci saremmo fermati e ovviamente non potevamo immaginare che i progressi tecnici avrebbero portato Usain, in così poco tempo, sempre relativamente parlando, a scendere di 14 centesimi nei 100 e di fare quello sproposito nei 200". Ma Mills è sempre stato un muro di gomma, non ha mai svelato i suoi pensieri ai ragazzi che allenava, Bolt incluso. Proprio questa sua viscosità caratteriale, questo essere padre ma anche burbero osservatore dell'applicazione dell'atleta, cui non va mai aperto il cuore, o almeno mai da doversene poi pentire, proprio questa sua parsimonia di parole, lo ha reso totalmente affidabile. Al punto, come raccontò lo stesso Bolt, che se Mills gli avesse chiesto di correre a piedi nudi lui lo avrebbe fatto.
Soltanto nel 2010, possiamo dire a cose fatte (e ciò non ha nulla a che vedere con il dominio di Bolt durato sino al 2016), Mills avrebbe detto: "Ora è un atleta maturo, può fare quello che vuole (Mills sognava di vederlo almeno un po' sui 400, ndr)". Ma eravamo già entrati nella seconda fase, quella in cui tutti più o meno erano consapevoli del fatto non si sarebbe più arrivati a certi risultati. Secondo Mills però, Bolt valeva 9"52 nei 100. Quindi ha reso meno. Altro paradosso. Secondo il prof. Carlo Vittori, pochi secondi dopo lo spaventoso 19"19 di Berlino nei 200, Bolt era stanco: "Ecco perché non è sceso sotto i 19", ma aveva le potenzialità per farlo!". Ultimo paradosso. E lo disse in diretta, pochi secondi dopo l'arrivo, con il cronometro in mano nella sua casa di Ascoli. Bolt e quei quindici mesi irripetibili. Bolt, quello che non sapeva correre.
Bolt aveva strappato il record ad Asafa Powell abbassando di due centesimi il crono ottenuto a Rieti dal giamaicano di Roma. Impossibile cercare di intuire da quella sola prestazione cosa il futuro ci avrebbe riservato. In appena quindici mesi Bolt avrebbe stravolto la storia dello sprint, e po' di tutto il mondo che intorno allo sprint ruota, spingendosi in territori ancora inesplorati, sotto i 9"60 nei 100, sotto il 19"20 nei 200, trascinando la staffetta giamaicana, qualche anno più tardi, a Londra nel 2012, ad abbattere persino il muro dei 37" (Carter, Frater, Blake e Bolt). Quindici mesi dopo i quali neppure lui si sarebbe più migliorato. Perché in fondo la storia di Bolt si può anche dividere in due parti: quella in cui non si sapeva quanto forte sarebbe potuto andare e quella in cui era lui il primo, esternazioni mediatiche a parte, a sapere che più forte di così, di come andò nel 2009 a Berlino, non sarebbe mai più andato.
Quando Glen Mills lo accolse al Racer Track Club, Bolt era un lungagnone con vaghe, non troppo definite inclinazioni e con una scoliosi dormiente. Un talento acerbo, pieno di gioventù e anche di ombre, di imperfezioni. Ma soprattutto Bolt, quando arrivò da Mills, si portava dietro una caratteristica non da poco: "Non sapeva correre!". Paradossale. Come dire che c'è stato un momento in cui Liszt non sapeva suonare il pianoforte, Messi giocare a calcio, Manzoni scrivere in italiano e Renzo Piano costruire edifici. Eppure è così, basta solo intendersi su cosa può voler dire un tecnico della velocità quando racconta la sua versione dei fatti e quando dice, appunto: "Bolt non sapeva correre". A dieci anni dal primo scoppio del big bang del big Bolt, cupo e con la sua voce cavernosa che pare provenire dal guardiacaccia di Biancaneve o dal verdiano Sparafucile, Mills non ha più problemi a dire la sua: "Anche perché la mia carriera è iniziata prima di Usain e se Dio vuole non è finita con il suo ritiro". Insomma Bolt non sapeva correre: "Ho dovuto ricominciare tutto daccapo e meno male che era ricettivo, flessibile". Non saper correre vuol dire che quando correva Bolt pareva seduto sul proprio bacino, che era troppo basso, "e di conseguenza apriva troppo le gambe sino a toccare angoli che non servono al velocista". In pratica non era centrato e più che sfruttare la pista e guadagnare spazio e tempo rimaneva passivo, subiva. Una cosa non da poco. Per migliorare bisogna perfezionare la tecnica. Non esiste altra strada. Dopo viene il resto: "Ma prima la tecnica".
Ed è un concetto, questo, assai solido, fondamentale per il rendimento e la massima espressione del proprio talento. Un concetto che vale per tutti. Mike Powell, che è ancora il primatista del mondo del salto in lungo con il suo 8,95 saltato ai Mondiali di Tokyo nel '91 nella più "lunga" gara di lungo della storia, spiegava con semplicità: "Venivo dal basket, avevo una grande elasticità, quando ho cominciare a saltare ero uno da 7,80, forse da 8,00. Ma per arrivare dove sono arrivato ho dovuto concentrarmi su qualcos'altro. E ho fatto il record del mondo solo quando ho imparato a correre!". Così Bolt. Sul tetto del mondo solo dopo aver corretto l'assetto di corsa.
Si può correre, insomma, senza saperlo fare veramente. Lungo com'era Bolt arretrava con il suo baricentro, quando era ragazzo, e in questo modo non sfruttava al meglio le sue doti: essere alto 1,96 e possedere, per natura, ampiezza e frequenza naturali, che sono i due aspetti della meccanica della velocità dai quali non si può prescindere. "Per mesi abbiamo lavorato soltanto sulla tecnica". Quando Bolt arrivò a Pechino, tre mesi dopo aver stabilito in nuovo record del mondo dei 100, era già un altro atleta: "Ma c'era ancora tanto da fare", prosegue Mills. E infatti fecero. Un anno dopo a Berlino, Bolt ritoccò se stesso con una violenza inaudita, come se un pittore scatenato aggredisse un suo quadro già considerato un capolavoro con pennellate rabbiose sino a realizzare un capolavoro superiore.
"Prima di New York non avevamo idea di dove ci saremmo fermati e ovviamente non potevamo immaginare che i progressi tecnici avrebbero portato Usain, in così poco tempo, sempre relativamente parlando, a scendere di 14 centesimi nei 100 e di fare quello sproposito nei 200". Ma Mills è sempre stato un muro di gomma, non ha mai svelato i suoi pensieri ai ragazzi che allenava, Bolt incluso. Proprio questa sua viscosità caratteriale, questo essere padre ma anche burbero osservatore dell'applicazione dell'atleta, cui non va mai aperto il cuore, o almeno mai da doversene poi pentire, proprio questa sua parsimonia di parole, lo ha reso totalmente affidabile. Al punto, come raccontò lo stesso Bolt, che se Mills gli avesse chiesto di correre a piedi nudi lui lo avrebbe fatto.
Soltanto nel 2010, possiamo dire a cose fatte (e ciò non ha nulla a che vedere con il dominio di Bolt durato sino al 2016), Mills avrebbe detto: "Ora è un atleta maturo, può fare quello che vuole (Mills sognava di vederlo almeno un po' sui 400, ndr)". Ma eravamo già entrati nella seconda fase, quella in cui tutti più o meno erano consapevoli del fatto non si sarebbe più arrivati a certi risultati. Secondo Mills però, Bolt valeva 9"52 nei 100. Quindi ha reso meno. Altro paradosso. Secondo il prof. Carlo Vittori, pochi secondi dopo lo spaventoso 19"19 di Berlino nei 200, Bolt era stanco: "Ecco perché non è sceso sotto i 19", ma aveva le potenzialità per farlo!". Ultimo paradosso. E lo disse in diretta, pochi secondi dopo l'arrivo, con il cronometro in mano nella sua casa di Ascoli. Bolt e quei quindici mesi irripetibili. Bolt, quello che non sapeva correre.