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Atletica, il 'colpevole' Bolt: ha ucciso i 200 metri

Una delle specialità più complesse non ha quasi più atleti che vi si dedicano in maniera specifica. Esemplare Lemaitre, che cercando di migliorare come duecentista, ha peggiorato anche sui 100. E tutto nasce dal fuoriclasse giamaicano e dal suo 19''19 killer di Berlino, limite impossibile ormai anche per lui stesso

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ROMA - Bolt dovrà riflettere. Ha ucciso i 200 metri. Da quando il giamaicano domina la distanza, le fabbriche di atleti sparse per il mondo, per quanto amore, per quanta qualità possano infondere i tecnici di campo, famosi o meno che siano, producono sempre meno specialisti: "Qualcuno si rifiuta, qualcuno non ce la fa, qualcuno ci ha provato", spiegava Pierre Carraz, il coach di Cristophe Lemaitre, uno degli ultimi a tentare di aprirsi un varco, con dignità, tecnica di corsa e cronometro in mano, in quella complessa, affascinante e adesso anche disperante disciplina. Quando Lemaitre cercò di prepararsi più specificamente per i 200 (avvenne prima dei Giochi di Londra del 2012) perse di colpo  brillantezza, i suoi ampi passi, a immagine e somiglianza (anche per complessione fisica dei soggetti) di quelli di Bolt, non ebbero più la stessa efficacia. Di fatto, con la fantasia di superare il 19"72 di Mennea e di raggiungere il record europeo (in teoria un traguardo alla portata) in quei giorni perdemmo il miglior Lemaitre, il bianco capace di correre sotto i 10" (9"92) e di spingersi sino ai 19"80. Si è fermato al 2011 e adesso il francese ferma il tempo molto dopo. Il suo miglior 200 indoor dell'anno, tanto per dire, è un buon 20"43 (per essere indoor va anche bene), ma certo non fa più spellare le mani.

I 200 sono cattivi. Sembrano corti e non lo sono. Sembrano il doppio dei 100 e non lo sono in fondo. Sembrano offrirsi a più atleti e invece è l'esatto contrario. La loro gestione è complessa. Si scompongono in almeno quattro distinte fasi, ognuna da eseguire alla perfezione, soprattutto ad alto livello. Accelerazione all'80%, mantenimento in curva, rabbocco di accelerazione in uscita di curva e rettilineo. Bolt ha spento gli ardori dei coraggiosi. Il 19"19 di Berlino, cancellando il record di Michael Johnson, ha funzionato come tappo. Ha sigillato un'epoca dentro la botte della sua irraggiungibilità (anche per lo stesso Bolt ormai). Crescono sempre meno atleti che da fuori si possono indicare come "duecentisti". Più fra gli uomini, ma anche fra le donne (ma l'effetto Griffith non può essere paragonato all'effetto Bolt, Bolt è un marziano umano, la Griffith correva come un uomo...). Un tempo c'erano Fredericks, Boldon, Thompson, per non dire dell'anomalia Michael Johnson. Sino a due anni fa ci avevano provato l'americano Young e il giamaicano Weir. L'exploit di Yohan Blake (19"26) è rimasto isolato. Ora l'unico, vero "duecentista" di livello mondiale in circolazione è una donna: Dafne Schippers.

Gli altri, eccezion fatta per Bolt, che come per miracolo, assorbe il senso e le magie di 100 e 200 in una sola struttura agonistica, si arrangiano, si spostano, ci provano. Noi abbiamo due "duecentisti" veri come Diego Marani e Davide Manenti. Ma i loro tempi migliori non sono tali (al netto degli infortuni e della circolarità delle stagioni, un anno sì, un anno no) da immaginare di poterli vedere al via di una finale olimpica (parliamo di 20"36 per Marani, 3° tempo italiano di sempre, e del recentissimo 20"50 di Manenti). Uno dei primi a essere pensato e allenato come "duecentista" puro fu proprio Pietro Mennea. Costruito per quella distribuzione delle forze, capace con le sue gambe esili e il suo andare sbilenco di essere stabilmente più rapido nella seconda parte di gara (semplicemente perché non perdeva velocità o ne perdeva meno degli altri), sapeva competere con un "duecentista" di grido come Don Quarrie. Borzov si prestò alla doppia distanza, ma non era il suo pane. Gli americani hanno sfornato "duecentisti" per anni, gli ultimi puri della specialità sono stati Xavier Carter, Walter Dix e soprattutto Wallace Spearmon. Si sono adattati Greene, Lewis, ma della loro epoca il più autorevole "duecentista" fu il piccolo Mike Marsh, che ebbe l'ardire di graffiare il record del mondo di Pietro correndo appena un centesimo più lento (19"73). Si sono adattati Tyson Gay e lo stesso Gatlin, che soltanto nel suo anno magico, il 2015, è stato capace di chiudere in 19"57. Mennea si allenava come un quattrocentista, lo raccontava Vittori, Marco Torrieri (20"38), quarto italiano di sempre, come ricorda il suo coach di allora Roberto Piscitelli, "era allenato come uno che dovesse da un momento all'altro spostarsi sul giro di pista". Ma non lo fece mai, come mai l'ha fatto (a parte qualche comparsata nella 4x400) Mennea, così come non oserà più fare Bolt (che ha corso in vita sua non più di cinque 400 in gara).
 
"Però nell'ultimo periodo almeno noi italiani abbiamo tanti giovani, su Lemaitre ci possono essere varie spiegazioni, forse la sua fase discendente è stata più tosta del previsto, ma è vero, a livello internazionale, parlo di gente che scende sotto i 20", in effetto di duecentisti "puri" ce ne sono sempre meno, forse perché fare più gare, non fossilizzarsi soltanto sui 200, aiuta, ci si diverte di più", racconta Davide Manenti. Mennea era un caso unico anche per Manenti. Si allenava come un mulo. Aveva i 400 nel sangue però era come se non volesse ammetterlo, nemmeno a se stesso. Prima di Mosca c'erano almeno due giorni a settimana in cui la sua scheda di preparazione, e le modalità di esecuzione della stessa, facevano paura. Di lunedì, dopo aver corso in ripetuta 15 volte gli 80 metri (intorno agli 8"80) e 4 volte i 100 (intorno agli 11"20), con recuperi bassi fra una ripetuta e l'altra (2 minuti), Vittori serviva il dessert: Pietro si "sparava" 3 volte i 400 a 1' con 3' di recupero fra le prove. Di venerdì, dopo una corsetta mattutina di 3 km, faceva 20 volte gli 80 e poi, per variare, diciamo così, l'alimentazione, finiva con 2 volte i 500 e 2 volte i 400. Impossibile che il suo "personale" in gara fosse appena di 45"87, corso a Formia nel '77. Ma ecco la verità. Bolt ha riportato i 200 in una confortevole, riparata, poco gettonata dark side dell'atletica. Funzionavano da appoggio per specialisti di altre discipline. Spuntò Berruti. Spuntò Tommie Smith. Spuntò Mennea. Ci si rese conto che non erano solo mezzo giro di pista.

I 200 diventarono centrali come i 100, vi si alternavano stabilmente nei programmi dei meeting, l'attesa per un 200 olimpico era pari o più spasmodica di quella creata dai 100. Adesso, dopo il tappo di Bolt, siamo tornati un po' indietro. Gran parte dei "duecentisti" sono quattrocentisti, pensate alla Felix, alla stessa Libania Grenot. Pensate all'evoluzione "veloce" del sudafricano Van Niekerk. Quando era in auge, Jeremy Wariner era candidato a battere il record del mondo sui 400 di Michael Johnson. Il suo coach Clyde Hart disse: "Non c'è riuscito perché non è mai sceso sotto i 20" nei 200!". Ecco perché i 200 sono pieni di quattrocentisti. Quest'anno, a riprova della tendenza, la miglior prestazione mondiale sui 200 è di un quattrocentista, LaShawn Merritt (19"78). Lo scorso anno, a parte Bolt e Gatlin, nessuno è andato sotto i 19"80. E il livello medio dei protagonisti è basso: solo in tre sono scesi sotto i 20": Merritt, l'altro americano Webb (19"85) e il britannico Mitchell-Blake (19"95). Poca cosa. Se ne esistono ancora, i veri "duecentisti" si allenano da quattrocentisti ma poi non corrono, come abbiamo visto, i 400, che fanno sempre abbastanza paura. Oppure sono incostanti, fanno un bel tempo e poi scompaiono (per esempio il greco Tsakonas). Oppure hanno vissuto così all'ombra di Bolt da non essere nemmeno considerati, è il caso del panamense Edward. I quattrocentisti si allenano anche da duecentisti e corrono volentieri, per migliorare la velocità di base, i 200. E la specialità scolorisce nel passaggio. E intanto Bolt guarda il mare sotto di lui, inquinato dalla sua grandezza.
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