ROMA - A Chicago ora si discuterà solo delle elezioni per la Casa Bianca, non più della maledizione della capra. I Cubs dopo 108 anni si sono aggiudicati le World Series di baseball contro i Cleveland Indians. E svanisce così il titolo di franchigia più disgraziata della Lega, per una siccità di vittorie che partiva nel 1945 con l'anatema di tale Billy Sianis, forse una delle storie più curiose offerte dalla letteratura sportiva americana: invitato dagli inservienti su richiesta degli altri spettatori a portare fuori dal Wrigley Field la capretta che era con lui a una partita di finale Mlb, Sianis fuori dallo stadio avrebbe poi augurato insuccessi eterni ai Cubs. Insomma, una gufata, smentita appena 108 anni dopo. Il più lungo maleficio dello sport. Ma la casistica è ampia, colorata, in alcuni casi alimentata da leggende piuttosto che da eventi concreti. Per esempio, la sofferenza per i Boston Red Sox, sempre Major League Baseball, è durata 22 anni in meno. Era Babe Ruth, The Babe, una delle tre icone dello sport statunitense assieme a Michael Jordan e Muhammad Alì a vaticinare nel 1919 un lungo futuro di amarezze ai tifosi del Massachusetts per la sua inattesa cessione ai New York Yankees. Al Fenway Park, casa dei Red Sox, poche soddisfazioni, mentre prima con Ruth poi con altri fuoriclasse con mazza e palline gli Yankees mettevano assieme titoli (27 totali). Sino alla rottura dell'incantesimo Red Sox, con titolo nel 2004.
E la conferma che il baseball è territorio di caccia per malefici e sinistri presagi arriva con la vicenda dei San Francisco Giants, accompagnati dall'augurio di non vincere più dopo il grande salto da New York alla Baia californiana, nel 1957. Il titolo per i Giants sarebbe arrivato solo 53 anni dopo (2010), successo mutilato dal tremendo terremoto che scuoteva la California e che interrompeva le World Series contro Oakland per dieci giorni tra gara 1 e gara 2. A Philadelphia invece nel 1985 la costruzione di una statua più alta di quella del fondatore della città dell'amore fraterno nel 1681, William Penn, avrebbe messo fuori gioco per quasi un quarto di secolo i Phillies nel baseball, i 76ers nella Nba, gli Eagles nella Nfl, i Flyers nella Nhl. Nel 2007 un gruppo di operai risistemava la statua di Penn sull'edificio più alto di Phila, ecco il titolo nel baseball dei Phillies, l'anno successivo. E dalla palla ovale al pallone, le maledizioni non mancano neppure da quest'altra parte dell'Atlantico. La più celebre riguarda Bela Guttmann, allenatore ungherese del Benfica che si intestava pagine di letteratura calcistica con due Coppe Campioni negli anni Sessanta. Un José Mourinho oppure Phil Jackson in bianco e nero, genio della comunicazione davanti ai microfoni, psicologia e successi che però si vedeva rifiutare un premio extra per il secondo trionfo - consecutivo, nel 1962 - in Coppa dalla dirigenza portoghese: anatema lanciato, nessun club portoghese avrebbe più sollevato coppe da quel momento. L'editto di Guttmann, 54 anni dopo e cinque finali perse, continua e avvolge il Benfica anche in altre competizioni internazionali, come l'Europa League.
Mentre in Argentina si mescolano superstizione, suggestione e gusto del macabro per il Racing Avellaneda, terza squadra di Buenos Aires dopo Boca Juniors e River Plate, che nel 1967 - successo nella finale di Coppa Intercontinentale con il Celtic Glasgow - vedeva l'inizio di una parabola discendente, tra insuccessi e una sanguinosa retrocessione. La colpa sarebbe da attribuire ai nemici-tifosi dell'Independiente che dopo la partita del Racing contro gli scozzesi avrebbero seppellito sotto il terreno di gioco sette gatti neri morti. La strategia della tifoseria dell'Independiente ha riscosso tale successo da convincere i dirigenti del Racing a rovesciare il campo come un calzino, alla ricerca dei poveri felini. Nessuna traccia. E anche il ritorno al successo del Racing, nel 2001 coincideva con il punto più basso della storia moderna argentina, crisi economica che metteva il Paese al tappeto e poca voglia di festeggiare. E c'è traccia di malefici anche in Italia, sempre in bianco e nero, per la precisione allo stadio Collana di Napoli che era costretto alle prestazioni scadenti dell'attaccante albanese Riza Lushta, un cecchino con la maglia della Juventus, una versione retrò di Luther Blissett in maglia azzurra. Il giornalista Carlo Di Nanni del Corriere del Mezzogiorno vergava un articolo in cui ipotizzava il crollo dell'impianto al primo gol dell'albanese, ancora a quota zero dopo il girone d'andata nel Girone misto Serie A - Serie B Centro-Sud. Una profezia che si avverò, rete di Lushta al Bari e crollo di una balaustra nell'impianto napoletano, con diversi feriti.
E la conferma che il baseball è territorio di caccia per malefici e sinistri presagi arriva con la vicenda dei San Francisco Giants, accompagnati dall'augurio di non vincere più dopo il grande salto da New York alla Baia californiana, nel 1957. Il titolo per i Giants sarebbe arrivato solo 53 anni dopo (2010), successo mutilato dal tremendo terremoto che scuoteva la California e che interrompeva le World Series contro Oakland per dieci giorni tra gara 1 e gara 2. A Philadelphia invece nel 1985 la costruzione di una statua più alta di quella del fondatore della città dell'amore fraterno nel 1681, William Penn, avrebbe messo fuori gioco per quasi un quarto di secolo i Phillies nel baseball, i 76ers nella Nba, gli Eagles nella Nfl, i Flyers nella Nhl. Nel 2007 un gruppo di operai risistemava la statua di Penn sull'edificio più alto di Phila, ecco il titolo nel baseball dei Phillies, l'anno successivo. E dalla palla ovale al pallone, le maledizioni non mancano neppure da quest'altra parte dell'Atlantico. La più celebre riguarda Bela Guttmann, allenatore ungherese del Benfica che si intestava pagine di letteratura calcistica con due Coppe Campioni negli anni Sessanta. Un José Mourinho oppure Phil Jackson in bianco e nero, genio della comunicazione davanti ai microfoni, psicologia e successi che però si vedeva rifiutare un premio extra per il secondo trionfo - consecutivo, nel 1962 - in Coppa dalla dirigenza portoghese: anatema lanciato, nessun club portoghese avrebbe più sollevato coppe da quel momento. L'editto di Guttmann, 54 anni dopo e cinque finali perse, continua e avvolge il Benfica anche in altre competizioni internazionali, come l'Europa League.
Mentre in Argentina si mescolano superstizione, suggestione e gusto del macabro per il Racing Avellaneda, terza squadra di Buenos Aires dopo Boca Juniors e River Plate, che nel 1967 - successo nella finale di Coppa Intercontinentale con il Celtic Glasgow - vedeva l'inizio di una parabola discendente, tra insuccessi e una sanguinosa retrocessione. La colpa sarebbe da attribuire ai nemici-tifosi dell'Independiente che dopo la partita del Racing contro gli scozzesi avrebbero seppellito sotto il terreno di gioco sette gatti neri morti. La strategia della tifoseria dell'Independiente ha riscosso tale successo da convincere i dirigenti del Racing a rovesciare il campo come un calzino, alla ricerca dei poveri felini. Nessuna traccia. E anche il ritorno al successo del Racing, nel 2001 coincideva con il punto più basso della storia moderna argentina, crisi economica che metteva il Paese al tappeto e poca voglia di festeggiare. E c'è traccia di malefici anche in Italia, sempre in bianco e nero, per la precisione allo stadio Collana di Napoli che era costretto alle prestazioni scadenti dell'attaccante albanese Riza Lushta, un cecchino con la maglia della Juventus, una versione retrò di Luther Blissett in maglia azzurra. Il giornalista Carlo Di Nanni del Corriere del Mezzogiorno vergava un articolo in cui ipotizzava il crollo dell'impianto al primo gol dell'albanese, ancora a quota zero dopo il girone d'andata nel Girone misto Serie A - Serie B Centro-Sud. Una profezia che si avverò, rete di Lushta al Bari e crollo di una balaustra nell'impianto napoletano, con diversi feriti.