Il sogno è così "americano" che era fin troppo prevedibile che dovesse concretizzarsi il prossimo 4 luglio, giorno dell'indipendenza. Il titolare del sogno è Oscar de la Hoya. E lui è convinto di poterlo tradurre in realtà: "La boxe deve ripartire, se riparte vuol dire che tutto il paese potrà tornare a sorridere, ne ha tutto il diritto".
Il "Golden Boy" ha 47 anni, da tempo ha smesso di giocarsi la vita sul ring (dal 2009). Però continua a immaginare una boxe migliore, in veste di allenatore e talent scout, anche se in questo momento, vista la situazione, si contenterebbe di una boxe e basta, né migliore né peggiore di prima: "Una cosa è il mondo con la boxe, ben altro è il mondo senza la boxe". Dice: "Il sistema sappia che sono pronto per organizzare una riunione con dieci incontri il 4 luglio". C'è una cosa però che deve ancora appurare, "el chico de oro". Che ci sia qualcuno disposto a ospitarlo: "Si faccia avanti chi ha voglia di fare un passo avanti, ma uscire dall'emergenza, state tranquilli, che lo faremo tutti insieme".
De la Hoya, che è stato campione del mondo in sei categorie diverse, e che nel '92 a Barcellona vinse l'oro olimpico, si allena ancora: sul percorso di circa un chilometro vicino casa, a Pasadena, ha ormai fatto i buchi sull'asfalto. Certo è niente alla preparazione in quota che effettuava nei suoi glory days, a volte oltre i 3 mila metri e a volte persino con due stivaletti da marines ai piedi. De la Hoya vorrebbe che la boxe, pure sport molto a rischio contagio per l'impossibile distanziamento sociale tra chi lo pratica, si allineasse alle pur lente riprese delle altre discipline come quelle motoristiche (la Nascar ha programmato 11 gare nella seconda metà di maggio).
De la Hoya è rimasto colpito dalla precoce riattivazione dell'Ultimate Fighting Championship, in un certo senso il sistema rivale, che ha già messo in calendario tre serate a cominciare addirittura dal 9 maggio. "Saranno ovviamente", prosegue de la Hoya parlando al New York Times, "eventi senza pubblico". Bisogna sapersi adattare, sacrificarsi proprio rinunciando a ciò che nello sport americano è sacro: lo spettacolo e, conseguentemente, la gente che guarda dal vivo e tifa oppure scommette oppure, più semplicemente, alimenta l'immane industria dell'intrattenimento invadendo, mettiamo, Las Vegas. Un amore per tanti, un business per tutti.
Per velocizzare i tempi, de la Hoya sta facendo in modo che almeno 90 dei pugili della sua accademia, la Golden Boy Promotions, siano pronti per salire sul ring. Anche per rispetto dei sentimenti da rinfocolare nella gente, dispersa e impaurita: "Ho capito che molti hanno bisogno di tornare a distrarsi, cercano qualcosa che somiglia al vecchio, classico entertainment". Niente di meglio che una riunione di boxe in cui due ragazzi, che si sono magari allenati nel garage di casa dei genitori per due mesi, come il 21enne Ryan Garcia, uno dei suoi protetti, salgono sul ring per giocarsi qualcosa. Garcia, peso leggero, è un piccolo caso. Ha più di sei milioni di follower su Instagram. Da due mesi, proprio come ha voluto il suo mentore de la Hoya, si è trasferito nell'appartamento dei genitori a La Jolla (da San Diego). Ha disputato venti incontri: tutti vinti. Negli ultimi giorni si è tenuto in condizione con un sacco veloce e un sacco pesante. Più suo padre che ogni tanto gli fa da sparring. Come facevano i pugili poveri che hanno fatto la storia di questo sport, Ryan è uno terra terra: "Amo quello faccio". Punto. Ma adesso è stanco di non stancarsi mai troppo. Vuole il match. Non ne fa uno da febbraio. A 17 anni, Tristan Kalkreuth ha pensato positivo decidendo lui cosa fare: "Ho programmato sei incontri". E' un supermedio. Potenza della boxe: "Che è sempre stato e sempre sarà uno sport che ti rapisce, anche se per un istante".
Ma gli ostacoli ci sono. E non sono tanto bassi. I dirigenti sanitari americani la pensano come tutti i loro colleghi europei o cinesi: "La boxe sarebbe meglio posticiparla, ha un margine di rischio di trasmissione del virus altissima". Certo, riconoscerà de la Hoya, non può essere paragonata al golf o al tiro con l'arco. Anche l'associazione dei medici di gara ritiene che la boxe debba attendere. E tenuto conto che la riunione di de la Hoya coinvolgerebbe, calcolando tutti gli interessati, almeno 60 persone, fra pugili, angoli, giudici, arbitri e rappresentanti delle tv, viene naturale supporre che nessuno sarà per ora disposto a concedere autorizzazioni. Ma il sogno resta, anzi più si avvicina la data e più quello diventa forte, da poterlo quasi toccare: "Ai miei ragazzi non ci vuole molto per essere pronti a combattere. Diciamo cinque settimane".
Come dire che spetta agli altri permettergli di organizzare la riunione dell'independence day: "Ma per la boxe", lo stoppa Melissa Nolan, del Dipartimento di epidemiologia e biostatistica dell'Università del South Carolina, "occorre che venga messo a punto, e con un facile accesso, un test rapido che in 15 minuti stabilisca che un atleta è negativo. Contiamo di averlo entro maggio". "Ma io vedo la luce", confida de la Hoya, "il 15 maggio il nostro governatore (de la Hoya vive a Pasadena, in California) prenderà delle decisioni cruciali, attraverso le quali passerà parte del nostro prossimo futuro". E intanto scalda i motori.
Il "Golden Boy" ha 47 anni, da tempo ha smesso di giocarsi la vita sul ring (dal 2009). Però continua a immaginare una boxe migliore, in veste di allenatore e talent scout, anche se in questo momento, vista la situazione, si contenterebbe di una boxe e basta, né migliore né peggiore di prima: "Una cosa è il mondo con la boxe, ben altro è il mondo senza la boxe". Dice: "Il sistema sappia che sono pronto per organizzare una riunione con dieci incontri il 4 luglio". C'è una cosa però che deve ancora appurare, "el chico de oro". Che ci sia qualcuno disposto a ospitarlo: "Si faccia avanti chi ha voglia di fare un passo avanti, ma uscire dall'emergenza, state tranquilli, che lo faremo tutti insieme".
De la Hoya, che è stato campione del mondo in sei categorie diverse, e che nel '92 a Barcellona vinse l'oro olimpico, si allena ancora: sul percorso di circa un chilometro vicino casa, a Pasadena, ha ormai fatto i buchi sull'asfalto. Certo è niente alla preparazione in quota che effettuava nei suoi glory days, a volte oltre i 3 mila metri e a volte persino con due stivaletti da marines ai piedi. De la Hoya vorrebbe che la boxe, pure sport molto a rischio contagio per l'impossibile distanziamento sociale tra chi lo pratica, si allineasse alle pur lente riprese delle altre discipline come quelle motoristiche (la Nascar ha programmato 11 gare nella seconda metà di maggio).
De la Hoya è rimasto colpito dalla precoce riattivazione dell'Ultimate Fighting Championship, in un certo senso il sistema rivale, che ha già messo in calendario tre serate a cominciare addirittura dal 9 maggio. "Saranno ovviamente", prosegue de la Hoya parlando al New York Times, "eventi senza pubblico". Bisogna sapersi adattare, sacrificarsi proprio rinunciando a ciò che nello sport americano è sacro: lo spettacolo e, conseguentemente, la gente che guarda dal vivo e tifa oppure scommette oppure, più semplicemente, alimenta l'immane industria dell'intrattenimento invadendo, mettiamo, Las Vegas. Un amore per tanti, un business per tutti.
Per velocizzare i tempi, de la Hoya sta facendo in modo che almeno 90 dei pugili della sua accademia, la Golden Boy Promotions, siano pronti per salire sul ring. Anche per rispetto dei sentimenti da rinfocolare nella gente, dispersa e impaurita: "Ho capito che molti hanno bisogno di tornare a distrarsi, cercano qualcosa che somiglia al vecchio, classico entertainment". Niente di meglio che una riunione di boxe in cui due ragazzi, che si sono magari allenati nel garage di casa dei genitori per due mesi, come il 21enne Ryan Garcia, uno dei suoi protetti, salgono sul ring per giocarsi qualcosa. Garcia, peso leggero, è un piccolo caso. Ha più di sei milioni di follower su Instagram. Da due mesi, proprio come ha voluto il suo mentore de la Hoya, si è trasferito nell'appartamento dei genitori a La Jolla (da San Diego). Ha disputato venti incontri: tutti vinti. Negli ultimi giorni si è tenuto in condizione con un sacco veloce e un sacco pesante. Più suo padre che ogni tanto gli fa da sparring. Come facevano i pugili poveri che hanno fatto la storia di questo sport, Ryan è uno terra terra: "Amo quello faccio". Punto. Ma adesso è stanco di non stancarsi mai troppo. Vuole il match. Non ne fa uno da febbraio. A 17 anni, Tristan Kalkreuth ha pensato positivo decidendo lui cosa fare: "Ho programmato sei incontri". E' un supermedio. Potenza della boxe: "Che è sempre stato e sempre sarà uno sport che ti rapisce, anche se per un istante".
Ma gli ostacoli ci sono. E non sono tanto bassi. I dirigenti sanitari americani la pensano come tutti i loro colleghi europei o cinesi: "La boxe sarebbe meglio posticiparla, ha un margine di rischio di trasmissione del virus altissima". Certo, riconoscerà de la Hoya, non può essere paragonata al golf o al tiro con l'arco. Anche l'associazione dei medici di gara ritiene che la boxe debba attendere. E tenuto conto che la riunione di de la Hoya coinvolgerebbe, calcolando tutti gli interessati, almeno 60 persone, fra pugili, angoli, giudici, arbitri e rappresentanti delle tv, viene naturale supporre che nessuno sarà per ora disposto a concedere autorizzazioni. Ma il sogno resta, anzi più si avvicina la data e più quello diventa forte, da poterlo quasi toccare: "Ai miei ragazzi non ci vuole molto per essere pronti a combattere. Diciamo cinque settimane".
Come dire che spetta agli altri permettergli di organizzare la riunione dell'independence day: "Ma per la boxe", lo stoppa Melissa Nolan, del Dipartimento di epidemiologia e biostatistica dell'Università del South Carolina, "occorre che venga messo a punto, e con un facile accesso, un test rapido che in 15 minuti stabilisca che un atleta è negativo. Contiamo di averlo entro maggio". "Ma io vedo la luce", confida de la Hoya, "il 15 maggio il nostro governatore (de la Hoya vive a Pasadena, in California) prenderà delle decisioni cruciali, attraverso le quali passerà parte del nostro prossimo futuro". E intanto scalda i motori.