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L'ultimo capolavoro di Francesca Porcellato: "Il mio viaggio incredibile"

Francesca Porcellato (reuters)
La veneta, classe 1970, è arrivata seconda nella crono di paraciclismo su strada a Tokyo. Quattordicesima medaglia in tre specialità diverse su undici edizioni dei Giochi, tra estive e invernali: "Non ho ancora deciso cosa fare da grande"
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Infinita, "Rossa volante". Il 31 agosto i lunghi ricci ondeggiano sul Fuji International Speedway di Oyama. Niente Formula 1 o MotoGp, quel giorno a sfrecciare verso l'argento è la sua amata handbike. Classe 1970, Francesca Porcellato nasce a Castelfranco Veneto, città del pittore Giorgione. Il capolavoro che dipinge a Tokyo è il secondo posto nella crono di paraciclismo su strada (categoria H1-H3), a 43" dalla tedesca Annika Zeyen. Quattordicesima medaglia in tre discipline (con atletica e sci di fondo) su undici Paralimpiadi, tra edizioni estive e invernali. L'uso delle gambe lo ha perso a 18 mesi, investita da un camion. Ma non si è mai posta limiti. A Seul '88 il primo oro, nei 100 metri (T53). Trentatré anni più tardi è ancora lì, tra le migliori al mondo. Con passione, coraggio, tenacia.
Che gara è stata?
"Un percorso ostico, con salite, discese, curve tecniche. Un cambio di ritmo cont…

Infinita, "Rossa volante". Il 31 agosto i lunghi ricci ondeggiano sul Fuji International Speedway di Oyama. Niente Formula 1 o MotoGp, quel giorno a sfrecciare verso l'argento è la sua amata handbike. Classe 1970, Francesca Porcellato nasce a Castelfranco Veneto, città del pittore Giorgione. Il capolavoro che dipinge a Tokyo è il secondo posto nella crono di paraciclismo su strada (categoria H1-H3), a 43" dalla tedesca Annika Zeyen. Quattordicesima medaglia in tre discipline (con atletica e sci di fondo) su undici Paralimpiadi, tra edizioni estive e invernali. L'uso delle gambe lo ha perso a 18 mesi, investita da un camion. Ma non si è mai posta limiti. A Seul '88 il primo oro, nei 100 metri (T53). Trentatré anni più tardi è ancora lì, tra le migliori al mondo. Con passione, coraggio, tenacia.
Che gara è stata?
"Un percorso ostico, con salite, discese, curve tecniche. Un cambio di ritmo continuo, senza respiro. Ma l'ho interpretato bene. Questo argento è bellissimo, ogni volta che guardo le foto del podio leggo la gioia nei miei occhi".
Rimpianti per l'oro mancato?
"Nessuno, ho dato il massimo. La tedesca è stata più forte. Una differenza netta, non si può recriminare su una curva o un rapporto in salita troppo duro".


Come sono stati questi Giochi?
"Particolari. La mia prima volta lontana dal villaggio olimpico non sarà indimenticabile. Le Paralimpiadi vogliono dire condivisione, culture che si incontrano. Basti pensare alla mensa, con enormi tavolate dove siedono atleti di tutto il mondo, di discipline diverse. Noi invece siamo rimasti tutto il tempo in un hotel vicino al circuito di gara. Allenamenti a parte, senza uscire. Sempre in camera, nessuna zona in comune dove sostare. E poi la mancanza del pubblico. Ci siamo fatti il tifo a vicenda, solo durante la cerimonia di premiazione abbiamo realizzato il contesto. In valigia ho una medaglia preziosa, ma sono contenta di tornare a casa".
Quanto ha desiderato queste Paralimpiadi?
"Le ho sognate per cinque anni. L'edizione di Rio de Janeiro mi aveva lasciato l'amaro in bocca, venivo da un infortunio e non ero riuscita a dare il meglio (doppio bronzo, ndr). Mi ero ripromessa di farlo a Tokyo. Quando hanno posticipato l'evento ho ricevuto una mazzata. Non sono più giovanissima, un po' di sconforto c'è stato. Ma ho lavorato duramente, ci ho creduto".
Il rinvio ha alterato la sua routine?
"L'avvicinamento è stato lineare, non ha subito stravolgimenti come nel 2020. A novembre mi sono trasferita a Fuerteventura, nelle Isole Canarie, dove ogni anno svolgo la preparazione invernale. L'effetto della pandemia era più mitigato, mentre al ritorno in Italia ho dovuto farci i conti. Per fortuna la mia disciplina è all'aperto, non ho risentito della chiusura di strutture come piscine e palestre. A cambiare è stata la cadenza delle competizioni. Poche, senza la possibilità di stare con gli altri atleti, prima e dopo la gara. Nonostante tutto, ho lavorato bene, concentrata. E all'appuntamento decisivo sono arrivata in forma".
A chi dedica la medaglia?
"A mio fratello, scomparso due anni fa. Mi manca, su quel circuito abbiamo lottato insieme. E al mio compagno e allenatore Dino Farinazzo, con cui condivido ogni cosa. Mi ha costruito come atleta, mi completa come donna. È il mio tutto. Voleva lasciare il suo lavoro, ha tenuto duro, con grandi sacrifici. Per me. Sapeva quanto Tokyo fosse importante".


Cosa c'è nel futuro di Francesca Porcellato?
"Qualche giorno di riposo, è il mio fisico a chiederlo. In attesa di capire cosa fare da grande. Vesto la maglia azzurra dall'età di sette anni, non è facile farsi trovare pronti ogni volta. Di certo, continuerò ad allenarmi. È la mia passione, la mia vita. Ma non so ancora a che livello e con quali obiettivi. La decisione è rimandata alla fine del periodo di stacco. Ora qualsiasi scelta sarebbe sbagliata, opterei per la quarta specialità..."
Quale?
"La 'divanata', con telecomando. Ma mi conosco, non sarebbe la risposta giusta".
Dove andrà in vacanza?
"Trascorrerò una settimana a Fuerteventura, la mia seconda casa. Un luogo dove rigenerarmi, ritrovare me stessa".
Si concederà qualche peccato di gola?
"Ho appena finito di mangiare un pezzo di pizza giapponese. Nulla di eccezionale, ma quanto mi è mancata. Per un po' basta dieta ferrea, approfitterò di qualche festa per lasciarmi andare".
Una carriera lunghissima. Se si gira indietro cosa vede?
"Quella bambina che a sei anni sognava di diventare un'atleta e correre veloce. Veniva presa in giro quando lo raccontava. 'Sei un'illusa', le dicevano. Ma io sapevo già dove volevo arrivare. Atterrata a Tokyo, mi è tornato in mente il suo volto. No, non ero un'illusa, e ce l'ho fatta. Non è stato semplice, tante volte la strada si è impennata sotto le ruote, percorrendo curve cieche. Ma che viaggio incredibile".
Ha specificato sei anni. Non a caso.
"È quando ho ricevuto la prima carrozzina. Utilizzavo tutori e un deambulatore, mi sentivo in gabbia. Quelle ruote hanno significato autonomia, velocità, libertà. La fine di ogni limite mentale. Mi hanno regalato due ali per volare. E sto ancora volando".