"Non ho ucciso Simiso. Anche i miei vicini hanno postato messaggi molto brutti su di me. Non sono più al sicuro, mi resta solo il suicidio". Una morte sul ring non resta mai un dramma isolato. Simiso Buthelezi era uno sconosciuto, anche per chi è addentro la boxe. Aveva pochi incontri, stava per vincere il quinto da professionista: gli avrebbe consentito un miglioramento delle proprie condizioni. Forse sarebbe diventato un campione, probabilmente no e magari avrebbe lavorato nel campo della botanica e della zoologia, materie nelle quali si era laureato pochi giorni prima del match fatale. Una notte di cui si è tanto parlato per l'epilogo straziante, drammatico. Immagini che hanno fatto il giro del mondo: lui che mulina colpi verso un avversario che non c'è, l'arbitro che lo ferma, la corsa in ospedale dopo viene rilevata una emorragia cerebrale che porrà fine alla sua vita.
Il suicidio. Basta questa parola, pronunciata in uno sfogo a Sowetan Live, per far capire il dramma anche dell'altro, Suphesivile Mutunguia. "Ho ricevuto pesanti critiche e insulti sulle piattaforme social quando Simiso è stato ricoverato in ospedale. Ora che è morto la situazione è peggiorata". Insulti che Mutunguia non merita, tra l'altro le immagini del match testimoniano come non ci siano stati colpi particolarmente cruenti. Semmai i dubbi sono a monte: Simiso era nella condizioni di salire sul ring? Il suoi allenatore ha assicurato di sì, ma una commissione incaricata sull'accaduto darà maggiori chiarimenti.
Resta il dramma che accompagnerà sempre Suphesivile, così come ha accompagnato anche pugili molto più famosi di lui, alcuni delle vere e proprie leggende. Un paio di esempi senza fare un triste elenco. Quando nel febbraio del 1933 Ernie Shaaf morì dopo aver subito i colpi di Primo Carnera, il gigante italiano non voleva più combattere (lo aspettava la sfida per il titolo mondiale dei pesi massimi). Fu una lettera della mamma dello sfortunato pugile di origine tedesca a convincerlo a tornare sui propri passi. Tanti anni dopo, nel 1982, il pugno che cambio la boxe rendendola più controllata e sicura. Il pugno di troppo, ''quello che non vorrei aver dato e che non mi perdono". Lo diede Ray Boom Boom Mancini a Duk Koo Kim dopo un incontro di selvaggia intensità. Il coreano non ce la fece: dopo poco tempo si suicidò anche la madre, passò un anno e si sparò anche l'arbitro. E Mancini, un ragazzo che all'epoca aveva 21 anni e infiammava la folle di tutta l'America, vide scritto in quel pugno il proprio futuro: anni in cui ha dovuto affrontare il match più difficile contro un avversario che non abbassa mai la guardia. Il rimorso.