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The Open Championship, il Wimbledon del golf tra accuse e veleni. E c'è anche Woods

The Open Championship, il Wimbledon del golf tra accuse e veleni. E c'è anche Woods
(reuters)
Sui campi storici di St Andrews uno degli appuntament più attesi, ma l'edizione numero 150 del major nasce tra insolite diatribe in seguito alla nascita della Superlega finanziata dai petromiliardi dell'Arabia Saudita. Sul green anche Tiger
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Non è concepibile recarsi in pellegrinaggio al tempio e poi, una volta là, mettersi a litigare. E invece è proprio quello che sta succedendo nel golf mondiale che pure, da secolare tradizione, è sport di correttezza e reciproco fair play dove, tanto per dirne una, i giocatori sono gli arbitri di sé stessi e devono autoinfliggersi penalità se si accorgono di aver involontariamente violato qualche regola.

Tutto ruota attorno alla recente nascita di una specie di Superlega (la LIV), ovvero una serie di tornei (otto quest'anno, 14 dal prossimo) finanziata dai petromiliardi dell'Arabia Saudita che sta tentando a suon di ingaggi e guadagni garantiti molti giocatori impegnati sui due Tour principali, quello americano e quello europeo. I quali hanno reagito all'inedita concorrenza cercando di sbarrare la strada ai "traditori" con multe e interdizioni varie (inibendo, tra l'altro, la partecipazione alle prossime Ryder Cup, la prima delle quali sarà a Roma nel '23).

Accade così che proprio quando il Gran Circo del Golf si accinge a far tappa nel più storico dei suoi campi, St Andrews, considerato appunto il tempio di questo sport che qui è nato fra terra e mare, il brusìo delle polemiche tra "lealisti" e "scissionisti" salga improvvisamente di tono, lambendo i margini del sacrilegio. Così l'edizione numero 150 di questa Wimbledon del Golf nasce fra insolite diatribe, destinate a far da sottofondo alla gara, al via giovedì. Giocatori che condividono da sempre gli stessi spogliatoi in un clima spesso cameratesco ora cominciano a guardarsi storto, a seconda delle scelte fatte.

Finora i petrodollari hanno convinto pochi nomi di spicco. Il più famoso è Phil Mickelson che però a 52 anni, sceso al n.89 del mondo, non può più essere competitivo e, inoltre, deve far fronte alle perdite accumulate al tavolo verde, una dipendenza dalla quale ha cercato di emanciparsi dopo averci lasciato più di 200 milioni. Più giovani, certamente forti, ma un po' in ombra da qualche tempo, gli altri tre "scissionisti" di maggior peso: Dustin Johnson (n.17), Brooks Koepka (20) e Bryson DeChambeau (32). A tutti e tre, e ai britannici Poulter e Mc Dowell (campioni a fine corsa), però, i principali sponsor hanno ritirato il supporto, rompendo i contratti in vista di una minor esposizione mediatica e, anche, di una corrente di antipatia provocata dall'aver detto sì ai dollari dell'Arabia Saudita, di cui non si dimentica il coinvolgimento nella tragedia dell'11 settembre (anche se poi Riad è un'alleata degli Stati Uniti).

A quei dollari hanno detto no, finora, i veri protagonisti, abitanti delle prime 50 posizioni della classifica mondiale. Billy Horschel ha definito letteralmente "Ipocriti" i colleghi che adducono l'esigenza di stare più in famiglia come vera ragione della scelta; Jordan Spieth ha smentito decisamente di essere in trattative con la LIV; Rory McIlroy ha detto, in fondo, la cosa più sensata: "Parlatevi". Questa è stata la sua esortazione rivolta ai tre circuiti concorrenti. E forse a un qualche compromesso si dovrà arrivare, dato che una causa internazionale basata sul principio della libera concorrenza potrebbe dichiarare illegittime le sanzioni contro chi aderisce alla nuova Lega.

A quei dollari (addirittura un miliardo!) ha detto decisamente no la leggenda vivente (ma zoppicante): cioè Tiger Woods, ben fermo nella sua decisione di non rinnegare il circuito in cui ha vissuto tutta la sua straordinaria carriera. Ormai fa fatica a camminare e si ripresenta a St Andrews dopo una pausa di due mesi seguita a un ritiro in corsa dal PGA Championship e dalla rinuncia all'US Open. Ma qui a St Andrews, nel Tempio dove ha scritto pagine splendide della sua storia, stravincendo nel 2000 e nel 2005, voleva assolutamente esserci a costo di trascinarsi a fatica lungo i suoi storici fairways. Gli organizzatori arabi e il vecchio fuoriclasse Greg Norman che li rappresenta, sapevano perfettamente che un suo sì avrebbe spostato gli equilibri, nonostante il tramonto sia ormai qui. Ma "The big cat" non ha esitato. La sua storia, deve aver pensato, vale più di un miliardo. Forse non c'è altro uomo al mondo che avrebbe resistito.

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