Go home. A loro è sempre difficile dirlo. Avere e non avere. Una casa, un tetto, un riparo. Homeless in Paris. Sans-abris à Paris. È il problema di ogni Olimpiade: dove mettere chi vive per strada? Gli altri d'estate vanno in vacanza, loro no. E rovinano l'immagine della città: tu accendi la Tour Eiffel, loro spengono le cicche sui cartoni, tu ripulisci la Senna, loro insozzano i boulevard, tu esponi la moda, loro gli stracci. Non va bene, anche senza mito della grandeur. Le città ci tengono a mettere in mostra le loro belle cartoline tanto che il "conte" Victor Lustig, non lo era ma si presentava come un gran signore, il 27 aprile del '36 finì su un traghetto che attraversava la baia di San Francisco, verso l'isola di Alcatraz. Con le catene ai polsi. Gran tipo, ma soprattutto incredibile truffatore: parlava cinque lingue, aveva 47 pseudonimi e una dozzina di passaporti falsi. Nel 1925 a Parigi spacciandosi da funzionario del governo riuscì a vendere due volte la Tour Eiffel al miglior offerente, causa demolizione per guasti tecnici e costose riparazioni. Non male come impresa. Oggi a rovinare il luccichio della Tour ci sono i vecchi e nuovi miserabili. Il governo francese vorrebbe che per il periodo olimpico sloggiassero da qualche parte, magari nella regione dell'Île-de-France, dove esiste più disponibilità. A Parigi ci sono circa 5 mila stanze di strutture ricettive a disposizione delle emergenze, ma i proprietari le rivogliono indietro per affittarle ai turisti. Gente senza fissa dimora, fatevi più in là. È interessante notare come passino gli anni, anzi i decenni, e le soluzioni siano sempre quelle: nascondere, non risolvere. Allez-y, via, sciò.
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Per i Giochi di Pechino nel 2008 stesso problema, ma soluzione più semplice: abbattere qualsiasi immagine della vecchia città tradizionale, rispedire i suoi occupanti nelle zone di origine. Distrutti gli hutong, equivalenti dei bassi napoletani, luoghi sociali e storici (dinastia Yuan), viuzze, curve, vita all'aperto, abitazioni costruite intorno a un cortile quadrato, all'origine un pozzo. Quasi 4.400 stradine, che componevano il centro storico, tutte demolite. Peccato perché a Lishi Hutong, alle spalle della Città Proibita, nessuno vedrà più la signora Liu, ex operaia tessile, friggere pollo e fagiolini nel vicolo su una padella nera e incrostata. Viveva con il marito, figlio con moglie e bimba, in due stanze, senza cesso, doccia fuori (d'estate), pigiama steso per la strada, cento euro di pensione. Sotto il suo letto c'era di tutto, sul muro la foto del matrimonio con il signor Fu. Un ricordo allegro: "Eravamo poveri, avevamo fame, ma quel giorno almeno abbiamo mangiato". Menù per la sera: pannocchie bollite e riso. Il bagno pubblico (alla turca) per il resto. La vecchia Cina da non far vedere perché la nuova Cina correva verso il futuro. Lontana dalla miseria, dalla signora Liu, dalle sue lanterne rosse.
Però gli homeless non hanno tutti la stessa coreografia. Ci sono quelli lost in translation. I danni della vita sono gli stessi, ma l'ambiente no. Le bolle scoppiano, anche quella finanziara. Ai Mondiali di calcio 2002 a Tokyo un melone costava 90 euro. E dovevate capitare nella parte nordest della città, nel quartiere di Akasaka, accanto al fiume Sumida, per accorgervi di loro. Dei tremila giapponesi invisibili. Non esistenti per le statistiche, perché cosa volete che sia quella cifra in una città di 14 milioni di abitanti? Dovevate scendere giù, sulla camminata, affacciarvi sulla riva, per vederli. Gli homeless made in Japan. Nulla di comparabile con New York, con Rio, con Roma. Il senzatetto giapponese è uomo, non chiede l'elemosina, ha una sua unità architettonica, un suo habitat razionale, niente fuori posto. Tende sintetiche, dello stesso colore azzurro, con fuori appendini per le giacche e per il bucato, fili stesi, calzini ad asciugare, scopa appesa, batterie per fare luce (con ricambio), bidoni per riciclare i rifiuti (da rivendere), carrellino con ruote per non fare sforzi, bicicletta. Nessun cattivo odore, né sporcizia, né disordine. Quasi uno stand del Salone del Mobile, molto ecologico e minimal. E sotto la tenda: radio e tv. Per il resto: gli internet caffè aperti 24 ore con docce in loco, tanto da far nascere il termine "cyber-homeless". La povertà vissuta con decenza, senza lasciarsi andare, ma con vergogna. C'era il signor Inoue che prima lavorava nelle costruzioni e poi si è ridotto a fare il bagarino. "Faccio la fila per chi non ha tempo". Quindi per tutti. Pronto a pettinarsi in caso di foto e a far funzionare il generatore elettrico per la luce aggiuntiva. Ma ai Giochi di Tokyo, disputati nel 2021, con pandemia, anche il Giappone ha cancellato il disagio: smantellato Ueno Park e allontanato il signor Osamu Yamada, che stazionava nel giardino attorno allo stadio olimpico. Qualcuno però gli ha fornito un carrello. Per non farlo stancare troppo. Questo conta nei traslochi a Cinque Cerchi: la forma.