Sport

Furore e dolore

Holly Bradshaw

Holly Bradshaw

 

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Vale la pena di inseguire la gloria? E una volta in cima si riesce davvero a godersi la vista dall’alto? Ci insegnano che non è la meta, ma il viaggio che conta e che a definirci è tutto quello che attraversiamo prima di tagliare il traguardo. Ma è veramente così o mentre piazziamo la bandierina sulla nostra vetta non riusciamo a valutare i danni non tanto collaterali che lo sforzo ci procura?

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Capita di arrivare sfiancati al termine della notte e dei nostri sogni, spesso troppo esausti per chiederci se quella lunga e dolorosa rincorsa fosse proprio quello che volevamo. La scrittrice americana Dorothy Parker ha risposto alla domanda esistenziale con “Tanto vale vivere”, ma si sa che lo sport fa bene dopo aver fatto male, soprattutto se adotta quel “Whatever it takes”, costi quel che costi che Mario Draghi pronunciò undici anni fa (per l’euro, non per una medaglia).

Per Holly Bradshaw, 32 anni, astista britannica, terza ai Giochi di Tokyo nel 2021, il prezzo da pagare per scalare il cielo è troppo alto. «Vincere quella medaglia di bronzo mi ha danneggiata fisicamente e mentalmente, non credo di poter tornare indietro. Mi chiedo anche se ne sia valsa la pena o se mi porterò dietro i traumi per il resto della mia vita. Sono una brava atleta, ma il modo in cui ho vinto la mia medaglia è stato frutto di una preparazione così meticolosa e organizzata che mi ha tenuto impegnata in ogni singolo elemento della mia vita per 10 anni. Questo tra le altre cose ha comportato la raccolta di dati sul sonno, l’analisi della variabilità della frequenza cardiaca, dover pesare il cibo e me stessa ogni mattina. Non andavo mai bene, così diceva la bilancia, e per tre mesi ero costretta a morire di fame. Mi svegliavo nel cuore della notte e correvo a bere un bicchiere d’acqua, non potevo fare altro perché stavo cercando di perdere peso. Questo non significa che non abbia avuto momenti di gioia, ma sono stati troppi i vincoli ai quali mi sono sottoposta per tanti anni. Li descriverei come comportamenti malsani. E viverli per molto tempo non mi ha fatto bene». Furore e dolore.

Bradshaw ha gareggiato in tre Olimpiadi (un quinto, un sesto e un terzo posto) e spera di finire la sua carriera a Parigi 2024. Penserete che sia forse una persona ipercritica verso la sua disciplina e magari anche un po’ squilibrata, invece ha un master in psicologia dello sport, è una donna felicemente sposata con Paul (dal 2014), hanno una casa nel Lancashire e lei ha idee molto chiare su quello che vuole fare dopo: esercitare il suo lavoro e mettere su famiglia. Però il viaggio l’ha devastata: ha sofferto di febbre ghiandolare, problemi al tendine d’Achille, tre infezioni ai denti del giudizio, tre lesioni al tendine del ginocchio e si è fratturata una vertebra in allenamento facendo esercizi con il bilanciere. «Tanto da chiedermi: mi sono spinta troppo oltre? Forse il mio corpo sta cercando di mandarmi segnali». Holly è un tipo semplice, non si trucca per andare in campo, non indossa indumenti sportivi vistosi («Non mi piace avere l’ombelico scoperto»), ma ha ammesso con sincerità di essere stata molto infelice negli ultimi sei mesi. «Sono Holly Bradshaw, saltatrice con l’asta, mi alzo, vado ad allenarmi, non perché mi piaccia, ma perché è quello che faccio, e questa non è una buona ragione». Ci sono attori che si portano i personaggi a casa e non riescono a liberarsene, capita anche agli sportivi. «Dico a mio marito: non so chi sono, mi conosci solo come Holly l’atleta, e se fossi una persona completamente diversa?». Nemmeno l’esperienza olimpica l’ha lasciata soddisfatta, anzi ha aperto una crepa. «Sul momento è fantastica, ti senti speciale, vai al villaggio degli atleti e ci sono distributori automatici dove prendere la Coca-Cola senza pagare e avere cibo McDonald’s gratis ogni giorno. Ne vieni travolta. Poi torni a casa, ti siedi e ragioni: ho lavorato così duramente negli ultimi quattro anni per cosa? Per questa esperienza di due settimane che si riduce a una grande quantità di omaggi. Un’enorme delusione».

Poi pensi a Bradbury. Steven, il pattinatore australiano su ghiaccio, non Ray, lo scrittore americano di Fahrenheit 451. A 21 anni nello short track vince il bronzo nella staffetta 5 mila metri ai Giochi invernali di Lillehammer ’94 e poi ci aggiunge tre medaglie mondiali. È nata una stella. Ma in una gara di Coppa del mondo a Montreal mentre è in testa si scontra con due avversari. Una lama gli squarcia l’arteria femorale. La sua tuta gialla si macchia di rosso e anche il ghiaccio. Ancora oggi quelle immagini sono precedute dall’avviso: fate attenzione, se siete persone sensibili. Bradbury viene subito soccorso, perde più di quattro litri di sangue, lotta tra la vita e la morte, ma sopravvive. Il taglio è ricucito con 111 punti, la riabilitazione è lunga 18 mesi, ridare tonicità alla gamba sembra impossibile. A 22 anni la sua carriera è segnata, ma lui insiste: ai Giochi di Nagano ’98 arriva ottavo in staffetta, diciannovesimo sui 500 metri, ventunesimo sui 1000. È evidente, non è più competitivo, però non molla. Nel Duemila in allenamento un altro grave infortunio: si frattura due vertebre, C4 e C5, vicino al collo. Forse è un segnale che gli manda il cielo: hai 27 anni, è meglio che ti ritiri. Figurarsi se Bradbury lo ascolta, che saranno mai sei settimane con un collare ortopedico e due mesi lontano dalla pista? Steven torna e si qualifica per i Giochi di Salt Lake City 2002.

È iscritto a due specialità, non è il favorito, i fenomeni sono altri: nei 1500 esce al secondo turno, gli restano i 1000 metri, ma anche lì niente da fare, è fuori dalle semifinali, sembra l’addio, il cielo l’aveva avvertito. Invece squalificano il canadese Gagnon e lui rientra. Oddio andare avanti resta complicato, ma ops è un attimo, cadono in tre e un altro viene espulso. E Bradbury è in finale. Vedi che il cielo può essere smentito? Un po’ eh, non tanto. Parte la gara, Steven è in difficoltà, arranca, ultimo dopo i primi giri. È l’intruso, il miracolato, diciamo l’unbelievably lucky. Vabbè ragazzo ci hai provato, accontentati. Poi deve essere che il cielo si è vergognato di tutti i fulmini inviati a incenerire Bradbury e si deve essere detto: e se cambiassimo un po’ direzione? L’ultima curva. Capita tutto lì. Il cinese Li Jiajun perde aderenza nel tentativo di sorpassare l’americano Ohno che cade trascinando con sé anche gli altri due. Carambola. Vanno giù tutti come birilli. Arriva lui. Da dietro. L’australiano scarso. La lumaca. Mani al cielo, oro al collo.

«Thrilling race with an unexpected ending». Certo, nemmeno a Hitchcock sarebbe riuscito un finale così emozionante. Lui diventa: the last standing man. L’ultimo uomo rimasto in piedi. Dirà con onestà: «Non ero il più veloce e non penso di aver vinto la medaglia con il minuto e mezzo della gara, ma dopo un decennio di calvario». È il primo titolo olimpico invernale per l’Australia che al suo ex ragazzo sfortunato dedicherà un francobollo e un modo di dire “doing a Bradbury” (fare un Bradbury) a indicare un successo clamoroso e inaspettato.

Ha imprecato anche Sir Steve Redgrave, leggenda del canottaggio inglese, dopo il suo quinto e ultimo oro olimpico, piegato in due dalla fatica: «God, it really hurts». Dio, se fa male. Lo sport stronca. Toglie e dà. Lui sì, senza rimpianti.

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