Un angelo custode. È quello che tutti vorremmo. Qualcuno che ci dia un occhio e che ci salvi. Stand by me. Nello sport capita di averlo o di trovarlo. Ancora oggi la sua è un’immagine terribile da vedere: un corpo che affonda nell’acqua senza che nessuno attorno se ne accorga. Una piscina piena di spettatori, un’atleta che annega, un angelo che la riacciuffa sull’orlo della vita. Rescued after fainting, titolò il New York Times.
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Anita Alvarez, 25 anni, americana, sviene alla fine della sua prova di nuoto artistico ai Mondiali 2022. E va a fondo. «Era più pallida del solito, non l’ho vista prendere fiato alla fine dell’ultimo esercizio, ho pensato fosse strano». Gli angeli custodi non stanno lì a fare calcoli, fiutano il pericolo, si buttano. Andrea Fuentes, 39 anni, coach spagnola degli Usa, ha capito subito che qualcosa non andava, perché la sua allieva Anita non riemergeva? E si tuffava vestita in piscina, andando dritta come un siluro a recuperarla. «Sono stati i 25 metri più lunghi della mia vita e in più la polo bagnata mi appesantiva, quando l’ho raggiunta lei era quasi distesa sul fondo, così ho puntato i piedi, mi sono data una spinta e l’ho riportata su. Anita non respirava, non dava segni di vita, le ho dato uno schiaffo, niente, possibile che fosse affogata davanti a un pubblico ignaro?».
Forse il caldo, la pressione, la fatica. Non è tanto non respirare per 16 secondi, ma farlo in piena tensione agonistica quando il cuore pulsa a 200 battiti al minuto. L’altro occhio in quel momento dentro l’acqua era quello di una macchina azionata con il remote-control dal fotografo inglese (pluripremiato) Oli Scarff che mostrava che quella ragazza andava giù troppo velocemente. Mai un dramma acquatico ha avuto un serie di scatti così nitidi e in diretta. «C’erano soltanto due camere fotografiche subacquee in piscina: una, in funzione, era la mia e l’altra, quella dell’organizzazione, era spenta. Mi sono accorto che l’atleta era finita sott’acqua e nessuno interveniva, così ci siamo attivati subito per riprendere la sequenza e trasmetterla nel più breve tempo possibile».
Anita riportata in superficie ha poi ripreso conoscenza, le era già capitato uno svenimento durante i Trials americani, gli esami approfonditi e gli accertamenti a cui si è sottoposta non hanno rivelato nessuna anomalia, ha superato perfino un test dei Navy Seal, tra i motivi del suo black-out c’era lo stress di una stagione impegnativa (in 9 anni mai una vacanza). L’altro giorno Anita ai Mondiali di Doha ha molto pianto dopo aver vinto due bronzi nelle gare a squadre ed essersi qualificata per Parigi.
Pioggia e poi fiamme il 1° agosto 1976 al Gp di Germania al Nürburgring. Niki Lauda al secondo giro, alla curva Bergwerk, a 230 all’ora, tocca un cordolo o una roccia, la sua Ferrari taglia in diagonale la pista, pattina verso la rete di recinzione, la sfonda, rimbalza in una pioggia di rottami, si incendia, prosegue in testacoda avvolta nelle fiamme e si ferma. L’impatto è così violento che al pilota salta il casco. In quel momento stanno arrivando l’americano Brett Lunger e l’austrico Harald Ertl che centrano la 312 T. È l’undicesimo chilometro di una pista lunga quasi 23, il punto più a nord del tracciato e più lontano dai box e dai soccorsi. I serbatoi della Ferrari ancora pieni esplodono. Lauda ha 27 anni e sta bruciando vivo. Arriva anche Arturo Merzario, alla guida della March 761, si ferma, si getta in mezzo alle fiamme, ma non riesce a estrarlo dalla macchina e a schiacciare la levetta per sbloccare la cintura. Niki è intrappolato e si dimena. Racconta Merzario: «Per fortuna svenne e riuscii a liberarlo, non so come uno magrolino come me abbia trovato la forza per tirarlo fuori. Le esalazioni di magnesio lo stavano uccidendo. Gli feci anche il massaggio cardiaco e la respirazione artificiale che gli consentirono di restare in vita per circa 10 minuti prima dell’arrivo dei soccorsi. Lo avevo imparato in un esercizio di primo soccorso da militare».
Non ci sono solo gli Hell’s Angels. Penserete: che bel gesto l’aiuto di un amico-collega che sfida il fuoco per salvarti, che altro c’è di più sublime? Peccato che i due non si sopportassero: molto più di un’antipatia reciproca, vera inimicizia, tante scortesie. Lauda era stato il pilota che Enzo Ferrari aveva preferito a Merzario alla fine del 1973. Quello che gli aveva fatto sgarbi in gara, che gli aveva soffiato un campionato europeo. Il resto lo sapete tutti: Lauda soffrì e lottò per sopravvivere, la rieducazione fu dolorosa, bastava un grazie, ma lui non trovò il tempo. Tre settimane dopo il rogo Niki incontrò Arturo a Monza. Non gli disse niente, nemmeno ciao, come fosse un perfetto sconosciuto. L’altro ci rimase male. Due mesi dopo il pilota italiano gareggiò in Austria, vicino a dove abitava Niki. Stavolta Lauda lo andò a trovare e fece il gesto di togliersi l’orologio per regalarglielo. Merzario prese il Rolex e lo lanciò via. Era offeso e arrabbiato. Gli angeli custodi quando sono inconsapevoli sono molto permalosi: come ricambiare il loro salvataggio? Arturo pensava di meritare un sentimento, Niki credeva che la riconoscenza fosse un bel quadrante. Per trent’anni non si sono più parlati, come se fossero bruciate anche le parole. Poi la pace, su quello stesso circuito, e la commozione. Alla fine Lauda gli mandava i whatsapp e firmava: il tuo amico stronzo.
Nel ciclismo ci sono gli angeli custodi per contratto. Si chiamano gregari. E ci sono i compagni che ti tirano la volata: come il francese Florian Sénéchal a Katowice nel Giro di Polonia a favore dell’olandese Fabio Jakobsen. 5 agosto 2020, traguardo in discesa, mischia su due ruote, sprint finale a ottanta chilometri l’ora. Facciamola breve: Jakobsen viene scaraventato sulle transenne dalla foga di Dylan Groenewegen, anche lui olandese. Il resto è spaventoso: Sénéchal corre dal compagno a terra, gli alza la testa, ma non vede, né riconosce il volto. «Come se avesse preso una granata in faccia». Viso, denti, naso, palato, non c’è più niente. Però fa quello che deve fare: «Stava perdendo molto sangue, ho capito subito che stava soffocando, il mio primo riflesso è stato quello di prendere la testa e sollevarla per evitare che si strozzasse. L’ho tenuto così per un po’, eravamo soli».
In ospedale Jakobsen arriva in coma, gli danno l’estrema unzione, non c’è un bollettino medico, ma una catastrofe: commozione cerebrale, fratture al cranio, naso rotto, palato lacerato, mascella distrutta, spalla contusa, polmone in sofferenza, dieci denti rotti, lesionato il nervo che comanda le corde vocali. Avrà bisogno di centotrenta punti di sutura al viso e di un lungo e duro recupero. Incubi anche per il suo angelo custode: «Per diverse notti non sono riuscito a dormire». Jakobsen è tornato in bici e ha anche vinto, Sénéchal ancora non sa spiegarsi dove abbia trovato la forza per fare quella manovra. Alla fine Merzario l’ha detta giusta: Lauda gli stava sulle scatole, però ci sono volte in cui non conta essere angeli, basta essere uomini.