Roma - A pugni con buon senso ed etica. Per Emiliano Giardina, genetista dell’università di Tor Vergata, che si è occupato di doping genetico ed è stato il consulente della Procura nel caso di Yara Gambirasio, serve chiarezza e coraggio dal Cio nella sfida per la definizione di identità di genere nello sport.
Imane Khelif – che per la Federazione internazionale di boxe non può competere nella categoria femminile, ed è stata squalificata dai Mondiali perché test “rimasti confidenziali” sembrano aver evidenziato la presenza del cromosoma Y – per il Cio può gareggiare perché “nel suo passaporto è donna”. Ma quel cromosona cosa indica? «La condizione dell’atleta non è chiara: ci sarebbe un cariotipo maschile — quindi la presenza di un cromosoma Y che definisce il sesso cromosomico maschile — a fronte di caratteristiche genitali femminili. La questione è molto delicata. Ci sono vari livelli di definizione del genere, non solo cromosomico. E non sono infrequenti in natura situazioni co…
Roma - A pugni con buon senso ed etica. Per Emiliano Giardina, genetista dell’università di Tor Vergata, che si è occupato di doping genetico ed è stato il consulente della Procura nel caso di Yara Gambirasio, serve chiarezza e coraggio dal Cio nella sfida per la definizione di identità di genere nello sport.
Imane Khelif – che per la Federazione internazionale di boxe non può competere nella categoria femminile, ed è stata squalificata dai Mondiali perché test “rimasti confidenziali” sembrano aver evidenziato la presenza del cromosoma Y – per il Cio può gareggiare perché “nel suo passaporto è donna”. Ma quel cromosona cosa indica? «La condizione dell’atleta non è chiara: ci sarebbe un cariotipo maschile — quindi la presenza di un cromosoma Y che definisce il sesso cromosomico maschile — a fronte di caratteristiche genitali femminili. La questione è molto delicata. Ci sono vari livelli di definizione del genere, non solo cromosomico. E non sono infrequenti in natura situazioni con discrepanze. Esistono variazioni sulla costituzione genetica, ma non devono comportare l’esclusione da una delle categorie».
All’algerina Imane Khelif le avversarie contestano il livello alto di testosterone: «Ma è compatibile con queste discrepanze. Se la persona a livello fisiologico produce quel livello di ormone che vogliamo fare? Un dosaggio ormonale non decide se si è maschi o femmine. Esistono variazioni genetiche, fa parte della variabilità umana. I contorni sono molto sfumati».
Quindi non è chiaro come stabilire il genere di una persona e, quindi, degli sportivi senza un’indagine più o meno invasiva: «È assolutamente necessaria una norma chiara: il Comitato olimpico deve definire come si accede a una delle due categorie. Se scegliesse il criterio del cariotipo sarebbe semplice: se hai cromosoma XY sei maschio. Ma potrebbe adottarne altri. Regolarsi, per esempio, in base alle caratteristiche esteriori, cosa che però porterebbe a una visita invasiva anche della dignità umana. È una decisione politica prima che scientifica».
Ecco perché servono criteri certi: «Mi auguro che questo caso e le polemiche che lo accompagnano servano per stabilire regole chiare: quali analisi effettuare, a quale età e a quali categorie richiederle. Il Cio sceglie la via più semplice, lanciando la palla nell’altra metà campo, ma non si affida una decisione così delicata a un passaporto. Un documento si può anche falsificare». Senza dimenticare che parliamo di sportivi, ma soprattutto di persone: «Chi ha ragione? Chi è donna? Queste sono condizioni mediche che coinvolgono la sfera emotiva di ognuno. Chiedere un test genetico per una competizione pone interrogativi etici importanti, la divulgazione dei propri dati è un tema sensibile, il Cio non può liquidare un problema così spinoso o cavarsela parlando di passaporto: tutto va affrontato e va normato. Va stabilito se il sesso è cromosomico o fenotipico. Va deciso se è necessario un test per stabilirlo, quale e chi lo deve fare. Fissare le cautele sulla privacy. Immaginate i disagi fisiologici ed emotivi che ha questa atleta, ora si trova stigmatizzata da un punto di vista sportivo: è mortificante».