Iperandrogenismo, il caso di Rebecca Garbin: “Anni per avere una diagnosi, io bullizzata come Khelif. Che male sentirla chiamare al maschile o trans”
di Gabriella Cantafio«Non entro nel merito dei parametri richiesti per competere alle Olimpiadi, non sono un’esperta, ma reputo ingiusta e oltraggiosa la gogna mediatica a cui è stata sottoposta Imane Khelif a causa di una condizione di salute». Rebecca Garbin, 23enne milanese, ha vissuto sulla sua pelle la discriminazione per l’aspetto mascolino determinato dall’iperandrogenismo, disturbo ormonale che causa un alto livello di testosterone.
Quando ha iniziato a sentirsi oggetto di scherno?
«Alle medie. Non avevo un accenno di seno, portavo i capelli corti perché fragili, avevo tanti peli sulle braccia, i lineamenti ben definiti e l’acne sul viso, sembravo un ragazzino. Anche se mi mettevo i vestitini, le compagne mi ripetevano che sembravo un maschio. La prima volta che sono andata in un locale, a 15 anni, un uomo di mezza età ha provato ad adescarmi credendo fossi un bambino».
Come viveva questa sua particolarità?
«Ai tempi credevo avessi soltanto l’aspetto di un maschiaccio, capita a tante ragazze.…
«Non entro nel merito dei parametri richiesti per competere alle Olimpiadi, non sono un’esperta, ma reputo ingiusta e oltraggiosa la gogna mediatica a cui è stata sottoposta Imane Khelif a causa di una condizione di salute». Rebecca Garbin, 23enne milanese, ha vissuto sulla sua pelle la discriminazione per l’aspetto mascolino determinato dall’iperandrogenismo, disturbo ormonale che causa un alto livello di testosterone.
Quando ha iniziato a sentirsi oggetto di scherno?
«Alle medie. Non avevo un accenno di seno, portavo i capelli corti perché fragili, avevo tanti peli sulle braccia, i lineamenti ben definiti e l’acne sul viso, sembravo un ragazzino. Anche se mi mettevo i vestitini, le compagne mi ripetevano che sembravo un maschio. La prima volta che sono andata in un locale, a 15 anni, un uomo di mezza età ha provato ad adescarmi credendo fossi un bambino».
Come viveva questa sua particolarità?
«Ai tempi credevo avessi soltanto l’aspetto di un maschiaccio, capita a tante ragazze. Non avevo alcun problema di salute evidente che portasse i miei genitori a indagare clinicamente. Soffrivo per gli attacchi ripetuti e reagivo aggressivamente. Esausta, nonostante adorassi il rosa, i fiocchi, i tacchi alti e tutto ciò che rientra nello stereotipo femminile, sono arrivata a vestirmi e atteggiarmi da maschio, era l’unico modo per non essere bullizzata. Solo nel periodo universitario, in cui ho cambiato città e amici, mi sono riavvicinata a quegli aspetti femminili che, per quanto stereotipati, mi erano mancati».
Quando è arrivata la diagnosi di iperandrogenismo?
«Per un periodo ho sofferto di dismenorrea, avevo un ciclo mestruale irregolare, molto doloroso e una mastite cronica, per cui mi sono rivolta a una ginecologa. Senza alcuna analisi del sangue, mi ha prescritto un farmaco che riequilibra i livelli di testosterone, ma su di me ha avuto effetti collaterali: sudavo molto, non dormivo, avevo dolori muscolari e mi era cresciuta un po’ di barba. Ho sospeso questa pillola finché, dopo una lunga attesa, tipica della sanità pubblica, l’anno scorso sono stata visitata da un endocrinologo: dopo esami del sangue specifici, mi ha diagnosticato un iperandrogenismo moderato. Quel farmaco aveva innalzato ancora di più i livelli di testosterone, già in eccesso nel mio corpo».
Cosa ha comportato la diagnosi?
«Ho dato un nome alle mie caratteristiche che hanno segnato la mia adolescenza. Attualmente, l’iperandrogenismo non mi causa alcun problema di salute a parte l’acne e un leggero irsutismo. Per ora ho deciso di non iniziare la cura farmacologica per abbassare il testosterone. Inizialmente, però, è stato difficile metabolizzare una diagnosi che sancisce la mia diversità, in una società piena di stereotipi e pregiudizi».
Ne dà prova la polemica scaturita attorno a Khelif.
«Mi ha fatto male sentirla chiamare con il pronome maschile o addirittura trans, come fosse una cosa negativa. Ci sono passata. Questa polemica ci dà prova di quanta strada c’è ancora da fare sul fronte dei diritti civili. Anche un disturbo ormonale, di cui in questo caso non conosciamo le cause, è occasione di discriminazione».
Emotivamente il suo aspetto l’ha resa più fragile, fisicamente crede di essere più forte?
«Non sono una sportiva, non ho mai avuto una particolare resistenza fisica, a scuola ho avuto pure il debito in scienze motorie. Crescendo, visto che mia madre era cintura nera di karate, ho provato qualche sport di combattimento, ma non mi sono mai contraddistinta».
Ora come si sente?
«Questo clima discriminatorio mi mette ansia, però ammetto di sentirmi più sicura di me stessa. Non so ancora se la mia è un’anomalia cromosomica, a settembre mi sottoporrò anche a dei test genetici. In ogni caso sto bene nel mio corpo e detesto le etichette».