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Kinzang Lhamo, la vittoria del cuore: ultima nella maratona, arriva dopo un’ora e mezza tra gli applausi

Kinzang Lhamo all'arrivo (reuters)

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La portabandiera del Bhutan, più volte sul punto di mollare, ha chiuso la sua prova anche grazie all’incitamento della gente
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Novanta minuti di ritardo, novanta minuti di applausi. Fossero stati 92, sarebbe stata una situazione fantozziana in piena regola. Ma la storia della bhutanese Kinzang Lhamo, ultima al traguardo della maratona dei Giochi di Parigi dopo 3h 52’ e 59”, non deve far ridere, anzi. Perché la sua gara incarna il perfetto spirito olimpico. Poco importa che l’olandese Sifan Hassan abbia tagliato il traguardo un’ora e mezza prima. Più volte sul punto di mollare, Kinzang ha trovato nel pubblico un alleato prezioso, trasformando gli applausi generali in benzina per alimentare il suo sogno. All’arrivo davanti all’Esplanade des Invalides, la bhutanese ha ricordato al mondo l’illuminazione di uno dei figli di Parigi (Ville Lumiere non per caso), Pierre de Coubertin, il fondatore dei Giochi olimpici moderni. Perché “l’importante non è vincere, ma partecipare”. Stavolta per davvero.

Il valore della sconfitta

Come Benedetta Pilato ha spiegato il valore, immenso, di un quarto posto alle Olimpiadi, Lhamo…

Novanta minuti di ritardo, novanta minuti di applausi. Fossero stati 92, sarebbe stata una situazione fantozziana in piena regola. Ma la storia della bhutanese Kinzang Lhamo, ultima al traguardo della maratona dei Giochi di Parigi dopo 3h 52’ e 59”, non deve far ridere, anzi. Perché la sua gara incarna il perfetto spirito olimpico. Poco importa che l’olandese Sifan Hassan abbia tagliato il traguardo un’ora e mezza prima. Più volte sul punto di mollare, Kinzang ha trovato nel pubblico un alleato prezioso, trasformando gli applausi generali in benzina per alimentare il suo sogno. All’arrivo davanti all’Esplanade des Invalides, la bhutanese ha ricordato al mondo l’illuminazione di uno dei figli di Parigi (Ville Lumiere non per caso), Pierre de Coubertin, il fondatore dei Giochi olimpici moderni. Perché “l’importante non è vincere, ma partecipare”. Stavolta per davvero.

Il valore della sconfitta

Come Benedetta Pilato ha spiegato il valore, immenso, di un quarto posto alle Olimpiadi, Lhamo ha insegnato a non vergognarsi della sconfitta. “Il mio obiettivo? Completare la maratona”, aveva dichiarato la portabandiera 26enne del Bhutan durante la cerimonia di apertura. L’ha fatto. Con il mondo ai suoi piedi, elettrizzati dal tifo del pubblico. Perché tutti ricorderanno l’impresa di Hassan, ma nessuno scorderà la lezione di Lhamo. La metafora della Casa di carta. Nella serie Netflix il Professore chiede alla sua banda: “Immaginate una partita del mondiale. Brasile contro Camerun. Chi vince?”. Il Brasile, ovviamente. Ma se la domanda diventa: “chi vorreste che vincesse?”. Allora cambia tutto. Risposta unanime: “Camerun”.

La vittoria del cuore

Ecco spiegato il successo della maratoneta bhutanese. “Istintivamente l’essere umano prende le parti del perdente”, conclude il Professore. Lhamo avrà pure perso alle Olimpiadi, ma ha vinto il cuore della gente. Così ha rivoluzionato le regole dello sport e gettato nel cestino la cultura tossica del successo. Un po’ come quel suo antichissimo collega, Filippide. La gara olimpica moderna prende il nome di maratona proprio dal suo mito, quello della corsa estenuante per annunciare ad Atene la vittoria sui Persiani. Beh, quello sforzo non finì nel migliore dei modi. In ogni caso, il militare coprì la distanza in due giorni. Quarantotto ore per la prima medaglia d’oro di sempre nella maratona. E lo ricordiamo ancora. Quindi che volete che siano poco meno di quattro ore? Il tempo necessario per correre nella storia, indimenticabile, pure la sua.

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