Olivier Rabin (Wada), l’intervista: “L’antidoping diventerà più flessibile sulla contaminazione”
di Matteo PinciROMA – Nessun riferimento diretto a Sinner, Swiatek o altri atleti. Né ai processi in corso. Questa la premessa per poter parlare con Olivier Rabin, direttore senior di Scienza e medicina della Wada, l’organizzazione mondiale antidoping e visiting professor all’università di Trento. È l’uomo che supervisiona protocolli e elenco delle sostanze proibite oltre a sviluppo e ricerca. Ma le sue risposte possono offrire chiavi di lettura utili anche per capire cosa potrà succedere nel mondo della lotta al doping. E al Tas, che nel 2025 deciderà sulla positività di Jannik Sinner.
Olivier Rabin, dal 2027 dovrebbe entrare in vigore il nuovo regolamento antidoping: cosa prevede e perché era necessario?
“Dobbiamo dare più flessibilità al sistema per valutare i casi in cui la positività è data quasi certamente da contaminazione. Abbiamo stabilito quelli che chiamiamo “livelli minimi di segnalazione” che consentono ai laboratori di dire che al di sopra di un certo valore di una sostanza è più proba…
ROMA – Nessun riferimento diretto a Sinner, Swiatek o altri atleti. Né ai processi in corso. Questa la premessa per poter parlare con Olivier Rabin, direttore senior di Scienza e medicina della Wada, l’organizzazione mondiale antidoping e visiting professor all’università di Trento. È l’uomo che supervisiona protocolli e elenco delle sostanze proibite oltre a sviluppo e ricerca. Ma le sue risposte possono offrire chiavi di lettura utili anche per capire cosa potrà succedere nel mondo della lotta al doping. E al Tas, che nel 2025 deciderà sulla positività di Jannik Sinner.
Olivier Rabin, dal 2027 dovrebbe entrare in vigore il nuovo regolamento antidoping: cosa prevede e perché era necessario?
“Dobbiamo dare più flessibilità al sistema per valutare i casi in cui la positività è data quasi certamente da contaminazione. Abbiamo stabilito quelli che chiamiamo “livelli minimi di segnalazione” che consentono ai laboratori di dire che al di sopra di un certo valore di una sostanza è più probabile che sia doping, mentre al di sotto è più probabile che sia contaminazione. Ma queste modifiche saranno approvate alla Conferenza mondiale sul doping solo a dicembre 2025”.
Queste nuove interpretazioni potrebbero avere, anche indirettamente, un effetto sui processi in corso?
“I processi in corso vengono giudicati sulla base delle norme in vigore. Questa è la prassi attuale. Si opera secondo il codice che è stato adottato nel 2021. E su standard internazionali e documenti tecnici già approvati. Ma nella revisione del codice si sta discutendo anche la necessità di non rendere pubblici i nomi degli atleti quando risultano positivi per una contaminazione possibile. Oggi, quei nomi dovrebbero essere pubblicati. Ma è possibile che questo aspetto venga cambiato nei casi in cui la positività non è direttamente connessa a doping”.
Non è sospetto sentir parlare così spesso di contaminazione?
“Ci sono almeno tre ragioni per tutti questi casi di contaminazione. La sensibilità dei test è aumentata, rileviamo concentrazioni più basse di sostanze nelle urine e nel sangue. Laboratori come quello di Roma rilevano valori minimi. Il secondo elemento è che c’è ancora un numero abbastanza alto di integratori alimentari adulterati in commercio, anche su internet. Significa che i produttori mettono in quei prodotti dosi elevate di sostanze proibite per farli funzionare, senza segnalarle”.
E la terza motivazione?
“È che alcuni avvocati e atleti hanno capito che se provi a usare la scusa di una contaminazione, hai più probabilità, davanti al tribunale, di ottenere una sanzione ridotta. Quindi diventa una strategia. A volte possiamo dimostrare che non può essere contaminazione, anche se gli atleti fingono che lo sia. Può certamente essere una scusa”.
Molti atleti accusano differenze di trattamento tra diversi sport o tra livelli diversi.
“La scienza è cieca. La domanda, di fronte a una positività, è sempre: è un abuso di sostanza proibita o potrebbe trattarsi di altro? Indipendentemente dallo sport, dalla nazionalità degli atleti. Il bello di avere regolamenti unificati è che le sostanze proibite sono le stesse per tutti. In alcuni sport se ne cercano di più alcune perché è più probabile che vengano usate. Ma qualunque sia il risultato, viene trattato sempre allo stesso modo. Poi a volte possono esserci sfumature legali che vengono applicate, dai tribunali, riguardo grandi atleti nazionali o atleti internazionali. Ma se pensiamo che il codice Wada non sia applicato correttamente, o se non siamo soddisfatti delle sanzioni, possiamo fare appello al Tas. E lo facciamo regolarmente”.
La nuova frontiera è il doping genetico: di cosa si tratta?
“Funziona tramite mRna, un po’ come i vaccini per il Covid: inviando una sequenza di materiale genetico nel corpo, si possono sintetizzare alcune proteine. E possono essere anche proteine da utilizzare per il doping, come l’Epo o l’ormone della crescita. Ovviamente è un metodo proibito. E abbiamo modi e mezzi per rilevarli con un reparto di genetica”.
Nel ciclismo si è parlato dell’uso di monossido di carbonio e l’Unione ciclistica internazionale ha chiesto alla Wada di indagare se sia doping.
“Credo che almeno due team abbiano utilizzato il monossido di carbonio per la misurazione della massa di emoglobina. Questo non ha alcun effetto di miglioramento delle prestazioni. C’è una teoria secondo cui se questo metodo viene usato regolarmente più volte al giorno, può migliorare le prestazioni. Ma è ancora molto controverso, anche tra gli esperti: lo seguiamo. E abbiamo notato con interesse la decisione dell’Uci di vietarlo. Senza contare che il monossido può essere molto pericoloso. Comunque, se usato per migliorare le prestazioni, può essere considerato proibito”.
È vero, come si dice, che il doping è sempre un passo avanti all’antidoping?
“No, a volte siamo addirittura in vantaggio sul doping. Possiamo già rilevare le sostanze dopanti di domani o metodi per doparsi del futuro. La Wada lavora con l’industria farmaceutica per identificare sostanze in fase di studio. E con l’Oms e l’Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e il Crimine per accedere a quelle sostanze prima che vengano commercializzate. Mi fa sorridere sentir dire ‘sarete sempre un passo indietro’”.
Eppure i casi di atleti scoperti dopo anni di abuso non mancano.
“Ammetto che a volte il doping non è facile da rilevare: in certi casi rimane per un periodo breve di tempo nel corpo dell’atleta, per trovarlo dobbiamo arrivare al momento giusto, nel posto giusto. C i siamo tormentati anni chiedendoci se alcuni atleti famosi, nel ciclismo per esempio, si dopassero usando metodi super avanzati, monitoraggio genetico o simili. Alla fine, usavano sostanze classiche: semplicemente, non venivano testati al momento giusto”.