Sandro Donati ha allenato Alex Schwazer nel biennio 2015-2016 e il rapporto d’amicizia tra loro non si è mai interrotto. Lo storico paladino della lotta al doping, sempre dalla parte di Alex dopo il caso del 2016, oggi vice del dt azzurro Antonio La Torre, era a Francoforte ad assistere alla gara del 26 aprile.
Che sensazioni ha in questo momento, professor Donati?
«Stanchezza, amarezza. È una delle delusioni più grandi che si possano immaginare. Non ho ancora molti elementi, cercherò di capire di più nei prossimi giorni dalle carte che arriveranno dal laboratorio di Colonia».
Lei era a Francoforte, ha notato qualcosa di strano?
«Alex era tranquillo, era un normale controllo di gara ed era facilissimo aspettarselo. Avevo cercato di diss…
Sandro Donati ha allenato Alex Schwazer nel biennio 2015-2016 e il rapporto d’amicizia tra loro non si è mai interrotto. Lo storico paladino della lotta al doping, sempre dalla parte di Alex dopo il caso del 2016, oggi vice del dt azzurro Antonio La Torre, era a Francoforte ad assistere alla gara del 26 aprile.
Che sensazioni ha in questo momento, professor Donati?
«Stanchezza, amarezza. È una delle delusioni più grandi che si possano immaginare. Non ho ancora molti elementi, cercherò di capire di più nei prossimi giorni dalle carte che arriveranno dal laboratorio di Colonia».
Alex Schwazer positivo all’Epo, sospeso dall'antidoping tedesco: “Sono innocente, ma non mi difendo”
Lei era a Francoforte, ha notato qualcosa di strano?
«Alex era tranquillo, era un normale controllo di gara ed era facilissimo aspettarselo. Avevo cercato di dissuaderlo a partecipare, per una serie di motivi. E ho cercato di tutelarlo preventivamente con questa richiesta di avere un residuo di urina dall’ispettore antidoping».
Una scelta sua, totalmente inedita.
«È la prima volta che accade nella storia dell’antidoping. Avrà un valore vicino allo zero, è ovvio che verrebbe messa in discussione la catena di custodia. Ma l’ho fatto perché è l’unica possibilità che ci offre questo sistema antidoping così egoriferito per permettere all’atleta di avere qualcosa in mano. Dopo un controllo normalmente non resta niente, le provette iniziano un viaggio verso l’ignoto. Io l’ho fatto non soltanto per Alex, ma per tutti gli atleti: perché diventi un precedente».
Come procederete?
«Faremo analizzare il campione alla presenza di un perito. Se verranno trovate tracce di Epo, ci arrenderemo all’evidenza. Se così non dovesse essere, si aprirebbe un capitolo nuovo di una storia che di capitoli ne ha avuti troppi».
Delle due l’una: o Alex è il più grande perseguitato della storia dello sport, oppure, come minimo è un incosciente.
«La parola è odio: ha raccolto odio per una vita intera. Nel 2012 era colpevole, lo ammise, nulla da dire. Allora, per ottenere uno sconto di pena, testimoniò contro un atleta dell’Est Europa. Così è entrato, e io con lui, in rotta di collisione con un potere che non riesce a debellare il doping perché non vuole e non può. Prendiamo gli Enhanced Games, le Olimpiadi del doping di Las Vegas del maggio scorso. Quanti record sono stati battuti? Nessuno. E sa perché? Gli Enhanced Games non servono, perché nel mondo dello sport “normale” il doping non viene debellato e nemmeno combattuto. Tutti sanno che ci sono ormoni che stimolano la produzione endogena di testosterone e che è difficile prenderli. Più altre diavolerie che sono nate in questi anni. Non possiamo meravigliarci di niente. Ma il sistema dobbiamo combatterlo con le armi che abbiamo».
Alex è seguito da Domenico Pozzovivo: l’ha conosciuto?
«L’ho incontrato una volta o due, è un ragazzo molto istruito, mai avuto problemi di doping nella sua carriera. Non è consueto che un marciatore si faccia seguire da un ciclista, ma su Pozzovivo non posso dire niente».
E della reazione dei marciatori azzurri nei confronti di Schwazer che pensa?
«Hanno fatto un ragionamento basico. Li compatisco. Loro dovrebbero piuttosto sciogliere un enigma logico e psicologico: è più grave che un atleta assuma sostanze dopanti oppure che responsabili delle massime istituzioni dell’antidoping trucchino un campione per farlo risultare positivo? Può succedere a chiunque, per un motivo qualunque. E gli atleti non hanno la minima garanzia di fronte a questa macchina infernale».
Come ha sentito Schwazer in questi ultimi giorni?
«Mi è sembrata una persona ormai sconsolata. Come un innocente finito in qualcosa di molto più grande di lui. Come nel 2016, esattamente come allora».