di GIULIA ECHITES
ROMA - L'Italia del volley è pronta per la final six di Milano ed è testa di serie. E tra chi scopre per la prima volta l'emozione di seguire i palleggi di Piccinini e co., c'è chi la sua passione la rivendica da anni.
"Le ragazze saltano dai finestrini e con la loro meravigliosa ginnastica mi corrono incontro come per abbracciarmi". Nella sua visione onirica, tradotta in musica e parole, Rocco Papaleo è in una stazione morta, dal cui binario arriva però un "vagone solo" con la squadra al completo.
Nel suo disco, La mia parte imperfetta, uscito nel 2012, l'artista esalta le azzurre del volley con il brano "La nazionale femminile di pallavolo". E nello stesso anno, nonostante un'"emozione paralizzante", Papaleo realizza il sogno di incontrare le sue beniamine.
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Come nasce l'idea di scrivere sulle italiane del volley?
"Le atlete costituiscono il momento saliente della canzone, l'idea nasce da una passione che ho verso quello sport e quelle ragazze. L'aspetto che più mi colpisce è l'eleganza e la leggiadria; sono così armoniche che, come dico nel testo, fanno dei salti che sembrano dei piccoli voli. Sembrano sfidare la legge di gravità e fermarsi in aria. A differenza degli uomini che sono più potenti, più "maschili" le donne del volley, che si alzano sulla rete per schiacciare o fare muro, conservano un fascino suggestivo".
Che cos'ha in più la pallavolo?
"La pallavolo è uno sport alternativo allo sport dominante che è il calcio, di cui pure sono appassionato, che nel mio paese, Lauria, ha raggiunto livelli superiori. E' sempre stato uno sport che ho avuto nel mirino e seguito con passione".
Qual è uno dei ricordi più belli?
"Nei primi anni di università a Roma, andai a vedere i mondiali del '78. In nazionale c'erano atleti come Di Coste e Greco. Il primo, dall'alto dei suoi 2,05 metri, era forte a schiacciare, Greco, 1,78 metri, un campione nella difesa. Questa alternanza mi fece pensare quanto la pallavolo, più di ogni altro sport, determini l'unione delle differenze".
Quindi la pallavolo è una passione dell'infanzia...
"No, direi più dell'adolescenza, alle scuole medie non avevamo neppure una palestra. Alle medie utilizzavamo un'aula per giocare: spostavamo i banchi durante l'ora di educazione fisica, si "tirava" una rete artigianale da una parete all'altra e si giocava a pallavolo. La palla toccava quasi sempre il soffitto troppo basso o l'arco che divideva l'aula, ma si giocava. Anche se in modo molto rudimentale, si giocava".
Ma lei il suo "desiderio più grande" lo ha realizzato...
"Carlo Magri, presidente della Federazione italiana pallavolo, mi ha dato il privilegio, nel 2012, di conoscere la squadra femminile durante un ritiro in Liguria. E' stato veramente un bellissimo momento".
ROMA - L'Italia del volley è pronta per la final six di Milano ed è testa di serie. E tra chi scopre per la prima volta l'emozione di seguire i palleggi di Piccinini e co., c'è chi la sua passione la rivendica da anni.
"Le ragazze saltano dai finestrini e con la loro meravigliosa ginnastica mi corrono incontro come per abbracciarmi". Nella sua visione onirica, tradotta in musica e parole, Rocco Papaleo è in una stazione morta, dal cui binario arriva però un "vagone solo" con la squadra al completo.
Nel suo disco, La mia parte imperfetta, uscito nel 2012, l'artista esalta le azzurre del volley con il brano "La nazionale femminile di pallavolo". E nello stesso anno, nonostante un'"emozione paralizzante", Papaleo realizza il sogno di incontrare le sue beniamine.
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Come nasce l'idea di scrivere sulle italiane del volley?
"Le atlete costituiscono il momento saliente della canzone, l'idea nasce da una passione che ho verso quello sport e quelle ragazze. L'aspetto che più mi colpisce è l'eleganza e la leggiadria; sono così armoniche che, come dico nel testo, fanno dei salti che sembrano dei piccoli voli. Sembrano sfidare la legge di gravità e fermarsi in aria. A differenza degli uomini che sono più potenti, più "maschili" le donne del volley, che si alzano sulla rete per schiacciare o fare muro, conservano un fascino suggestivo".
Che cos'ha in più la pallavolo?
"La pallavolo è uno sport alternativo allo sport dominante che è il calcio, di cui pure sono appassionato, che nel mio paese, Lauria, ha raggiunto livelli superiori. E' sempre stato uno sport che ho avuto nel mirino e seguito con passione".
Qual è uno dei ricordi più belli?
"Nei primi anni di università a Roma, andai a vedere i mondiali del '78. In nazionale c'erano atleti come Di Coste e Greco. Il primo, dall'alto dei suoi 2,05 metri, era forte a schiacciare, Greco, 1,78 metri, un campione nella difesa. Questa alternanza mi fece pensare quanto la pallavolo, più di ogni altro sport, determini l'unione delle differenze".
Quindi la pallavolo è una passione dell'infanzia...
"No, direi più dell'adolescenza, alle scuole medie non avevamo neppure una palestra. Alle medie utilizzavamo un'aula per giocare: spostavamo i banchi durante l'ora di educazione fisica, si "tirava" una rete artigianale da una parete all'altra e si giocava a pallavolo. La palla toccava quasi sempre il soffitto troppo basso o l'arco che divideva l'aula, ma si giocava. Anche se in modo molto rudimentale, si giocava".
Ma lei il suo "desiderio più grande" lo ha realizzato...
"Carlo Magri, presidente della Federazione italiana pallavolo, mi ha dato il privilegio, nel 2012, di conoscere la squadra femminile durante un ritiro in Liguria. E' stato veramente un bellissimo momento".