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Alex Nikolov, il fenomeno di Civitanova: "Mi rivedo in Ituma, quante pressioni a 19 anni. Mio padre è il mio mental coach"

Aleksandar Nikolov, 19 anni, schiacciatore bulgaro della Lube (Maurizio Spalvieri/Lube Volley) 
Venerdì gara 4 potrebbe assegnare lo scudetto del volley a Trento, la Lube con Zaytsev infortunato si affida anche al giovane figlio d'arte: "Da piccolo volevo una foto con Ivan, ora gioco con lui e altri che vedevo solo in tv. Ho preso malissimo la morte di Ituma perché lei era giovane con un futuro davanti come me. Anche nella pallavolo ci vuole lo psicologo"
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Ora che Ivan Zaytsev si è fatto male, ha una lesione alla spalla destra che priverà Civitanova del suo carisma, dei suoi attacchi e della ricezione a cui si era sacrificato donando equilibrio, tra lo scudetto del volley e Trento è rimasta una distanza minima. Appuntamento venerdì per gara 4 (ore 20.30), nel Forum della Lube dove 4000 spettatori cercheranno di tenere in vita la Lube e farla arrivare alla "bella" di mercoledì 17 maggio. Ma non bastano le tribune, per realizzare un'impresa, servono anche gli uomini in campo. E Civitanova attinge a quello che è rimasto, che non è poco: Yant, Anzani, De Cecco, Balaso. Più un ragazzo di 19 anni, che  ha trascinato nella finale di Superlega una squadra che stava per sfasciarsi. E in Aleksandar Nikolov detto “Alex”, il classe 2003 di due metri e 6 che ha messo a terra 20 punti in gara 1 e 17 in gara 2 dopo essere stato Mvp delle semifinali, si confondono il…

Ora che Ivan Zaytsev si è fatto male, ha una lesione alla spalla destra che priverà Civitanova del suo carisma, dei suoi attacchi e della ricezione a cui si era sacrificato donando equilibrio, tra lo scudetto del volley e Trento è rimasta una distanza minima. Appuntamento venerdì per gara 4 (ore 20.30), nel Forum della Lube dove 4000 spettatori cercheranno di tenere in vita la Lube e farla arrivare alla "bella" di mercoledì 17 maggio. Ma non bastano le tribune, per realizzare un'impresa, servono anche gli uomini in campo. E Civitanova attinge a quello che è rimasto, che non è poco: Yant, Anzani, De Cecco, Balaso. Più un ragazzo di 19 anni, che  ha trascinato nella finale di Superlega una squadra che stava per sfasciarsi. E in Aleksandar Nikolov detto “Alex”, il classe 2003 di due metri e 6 che ha messo a terra 20 punti in gara 1 e 17 in gara 2 dopo essere stato Mvp delle semifinali, si confondono il futuro e il passato del padre campione, la Bulgaria delle radici e la California del suo college, il carisma dei compagni veterani e la fragilità, pochi giorni dopo la tragedia di Julia Ituma, di un giovane destinato a grandi traguardi.

L'abbraccio tra Nikolov e Ivan Zaytsev 

Alex Nikolov, come sta vivendo queste giornate?

“Con le lacrime di quando abbiamo superato le semifinali, e le parole che non avevo più. Mai successo prima di emozionarmi così, ripensando a una finale scudetto centrata alla prima stagione che un grande come mio padre ha vissuto poche volte in carriera”.

Si è fatto male Zaysev: è vero che da piccolo andava a caccia di una foto con lui?

“Per due-tre volte l’ho mancato, poi grazie a mio padre sono riuscito a bussare alla sua porta: uscì, e aveva ancora la cresta abbassata. Oggi ci gioco insieme e vedo un guerriero, che sembra avere la mia età, la stessa passione e grinta, e mi chiedo: com’è possibile? Non è facile a 34 anni, dopo aver vinto tanto, essere quello che spinge di più in allenamento e gioca ogni partita al massimo, a costo di infortunarsi”.

Cita suo padre Vladimir, che vinse lo scudetto a Trento e Cuneo e fu portato in Italia dal suo attuale dg Beppe Cormio.

“I miei primi ricordi di pallavolo risalgono a quando lui era a Cuneo, avevo 6-7 anni e tutto il palazzetto urlava il suo nome, era bellissimo e mi sono reso conto di chi fosse mio padre. Lui mi ha insegnato a portare in campo il cuore”.

In quel periodo cominciò a giocare?

“Facevo minivolley, meglio di niente. I primi passi nella pallavolo, i primi allenamenti due volte a settimana, li ho fatti in Turchia a 9 anni, quando papà era al Galatasaray”.

In soli dieci anni è arrivato alla finale scudetto?

“Non sono tantissimi, ma è oltre metà della mia vita. Sono fortunato a poter vivere una finale mancata a tanti”.

Lei è un classe 2003 che gioca ai massimi livelli, come Jude Bellingham.

“E’ bello vedere uno così, che alla tua età fa grandi cose ai Mondiali di calcio. In partite viste 300 volte più di una finale di pallavolo. Ti ispira”.

Prima di Civitanova si è messo alla prova negli Stati Uniti.

“Ho giocato due stagioni nel campionato universitario per la Long Beach State University, ero nella facoltà di Business. Giocatore dell’anno e due volte medaglia d’argento: non male. È stata un’esperienza divertente, ho imparato tanto di me stesso, facendo tutto da solo dopo 17 anni sotto l’ala di mio padre. Eppoi il volley americano è molto creativo”.

Come se l’è cavata con l’alimentazione?

“Alla mia età qualsiasi cibo non fa effetto. Comunque, in Italia mangio pasta all’arrabbiata, negli Usa hamburger da In-N-Out, e in Bulgaria i piatti della nonna”.

Cosa ha provato quando ha saputo della tragedia di Julia Ituma, quasi sua coetanea?

“Ricordo quella ragazza, l’avevo vista la scorsa estate al Festival della gioventù europea. Una tragedia, l’ho presa malissimo perché lei era sulla mia stessa strada, giovane con un futuro davanti: vedevo un po’ di me in lei. Quella mattina ho pregato perché non succeda mai più”.

Ha vissuto momenti duri anche lei?

“Molto duri. Se quest’anno non ci fossero state alcune persone accanto a me sarebbe stato un inferno. Parlo di mio padre, mia madre, la mia ragazza. Io così giovane in un super team, accanto a giocatori visti solo in tv, ero il primo a mettermi pressione addosso. Non mi sentivo come mi piace sentirmi”.

Ha uno psicologo?

“Il mio mental coach e psicologo si può dire che è mio padre, sono fortunato”.

Potrebbe servire una figura del genere nel suo sport?

“Tante squadre di basket e calcio ci investono, la pallavolo forse è diversa?”.