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Angelo Lorenzetti: "Lavoravo in banca come Sarri, ho vinto lo scudetto del volley raccontando il Mago di Oz"

Angelo Lorenzetti, 4 scudetti a Modena (2002 e 2016), Piacenza (2009) Trento (2023) (legavolley.it) 
Il tecnico che ha conquistato 4 titoli in 3 città, passerà da Trento a Perugia: "Velasco mi chiamò quando ero alla Cassa di Risparmio di Fano. Mi piacciono Bielsa e Ancelotti. Ho pianto perché sapevo che non sarei più rientrato in palestra con questi ragazzi"
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Lavorava in banca, poi ha vinto quattro scudetti in tre città e un Mondiale per club. Ha guidato con polso fermo gli umori dei fuoriclasse di Trento, ma ha anche pianto dopo aver vinto gara 3 contro la Lube. E quando serviva una narrazione per spiegare il cammino fatto fino alla finale, ha scelto il Mago di Oz. Dopo Fefé De Giorgi campione del mondo, un altro tecnico pacato e misurato lascia il segno nella stagione magica del volley maschile. Anche se Angelo Lorenzetti sa che qualche volta la pazienza può perderla pure lui: “Pacato non sempre eh, ma da parte mia c’è la volontà di dimostrare che l’allenatore è al servizio dei giocatori, e che sono loro i veri protagonisti, il palco è tutto loro”.

Partiamo da quel posto in banca che ha lasciato.

“Come Maurizio Sarri, ho lavorato anch’io in banca: otto anni alla Cassa di Risparmio di Fa…

Lavorava in banca, poi ha vinto quattro scudetti in tre città e un Mondiale per club. Ha guidato con polso fermo gli umori dei fuoriclasse di Trento, ma ha anche pianto dopo aver vinto gara 3 contro la Lube. E quando serviva una narrazione per spiegare il cammino fatto fino alla finale, ha scelto il Mago di Oz. Dopo Fefé De Giorgi campione del mondo, un altro tecnico pacato e misurato lascia il segno nella stagione magica del volley maschile. Anche se Angelo Lorenzetti sa che qualche volta la pazienza può perderla pure lui: “Pacato non sempre eh, ma da parte mia c’è la volontà di dimostrare che l’allenatore è al servizio dei giocatori, e che sono loro i veri protagonisti, il palco è tutto loro”.

Partiamo da quel posto in banca che ha lasciato.

“Come Maurizio Sarri, ho lavorato anch’io in banca: otto anni alla Cassa di Risparmio di Fano dove vivevo e allenavo. Facevo da corrispondente in un ufficio per i rapporti con le altre banche. Quando c’erano i playoff prendevo le ferie e andavo da mia sorella a Carpi, per vedere queste sfide clamorose e imparare. Poi mi chiamò Velasco nelle nazionali giovanili, e lì è cominciata la mia carriera da allenatore professionista. Con Chicco Blengini, che allena Civitanova, ci siamo detti dopo la finale che in campo eravamo andati sempre in tre: io, lui e Julio”.

Lei cita Sarri, ma il suo allenatore preferito è Bielsa.

“Insieme ad Ancelotti. Uno perché è un mastino, che andava a cercare i giocatori porta a porta come me. L’altro perché pur avendo vinto tutto è uno che non se la tira mai”.

Hanno molto colpito le sue lacrime.

“Piangevo per Srecko Lisinac, un giocatore che ho fortemente voluto e che non ha potuto giocare le finali per infortunio. Gli sono molto affezionato, per tenerlo a Trento ho lottato ogni anno, lui è come l’attaccante che fa tanti gol, attira i difensori e lascia liberi gli spazi per gli inserimenti dei centrocampisti. Poi c’era qualcos’altro”.

Il suo addio per passare a Perugia?

“Sapevo che alla fine, dopo l’ultima palla, non sarei più rientrato in palestra a lavorare con questi ragazzi, è qualcosa che devo ancora metabolizzare. Ogni giorno non vedevo l’ora di allenarli, c’era un sentimento di gruppo nato dalle ceneri del gruppo del passato”.

Anche raccontando la storia del Mago di Oz?

“Le immagini aiutano a toccare con mano certi concetti che vuoi esprimere, lo storytelling deve far parte del bagaglio di un allenatore. Lo spaventapasseri, l’uomo di latta e il leone fanno un viaggio lungo che sembrava la nostra regular season, in cerca di qualcosa che avevamo già dentro. Siamo entrati in quella favola per rendere più forti i concetti che volevamo spiegarci”.

A dicembre avete perso nettamente il Mondiale per club contro Perugia: quanto ha influito quella sconfitta sulla stagione?

“Sapevamo che in quella finale per un attimo eravamo stati vicini alla squadra campione del mondo, e che quindi dovevamo migliorare. Ma allo stesso tempo, loro dovevano calare di livello”.

Quel che poi è successo: eliminati ai quarti dopo aver vinto tutte le partite della regular season.

“In un’intera stagione è difficile tenere un cammino costante, non è solo questione di condizione fisica, ma anche di concentrazione, una partitaccia capita. I miei ragazzi sono stati costanti e hanno giocato playoff spettacolari. Peccato solo che non abbiamo potuto esserci giocatori come Lisinac e nella Lube Zaytsev, che determinano lo stile delle proprie squadre”.

Alessandro Michieletto 

Quante energie ha tolto o dato il mondiale vinto in azzurro da Michieletto, Lavia e Sbertoli?

“Quando sono tornati dalla Polonia ho detto loro: “mi auguro che un giorno non verrete riconosciuti come una generazione di fenomeni, ma una generazione di semplici”. Con la semplicità è più facile ragionare. Quando si raggiunge la vetta ci sono emozioni e sconvolgimenti che rimangono dentro a lungo, bisogna imparare a gestirli e riconoscerli. I nostri tre campioni del mondo hanno ottenuto una popolarità incredibile, bella ma anche disturbante. I periodi di alti e bassi non si esauriscono in 24 ore. Un consiglio? Ho detto loro che l’Italia ne produce di giocatori, e che le gerarchie possono sempre cambiare: quando arriveranno altri giovani l’unica risposta sarà il lavoro”.

Michieletto diventerà il miglior giocatore al mondo?

“È un’etichetta molto difficile, sono convinto che Alessandro possa diventare un giocatore molto bravo. Sentirsi forte ti aiuta poco, bravo invece ti spinge a migliorare: meglio fare che essere. Lui viene da una famiglia che trasuda cultura sportiva, e l’ha aiutato nel momento dell'ingresso nella pallavolo dei grandi. È un ragazzo di poche parole, ma quando le spende lo fa in maniera precisa, non si perde in chiacchiere”.