Il momento peggiore è venuto il lunedì sera, anche se già da due giorni l'aria era diventata bollente e il fumo costringeva almeno i più prudenti a chiudere le finestre. Sulmona aveva quasi imparato a convivere con l'incendio. Fino a lunedì 21 agosto 2017: "Quel giorno il fuoco sembrava spuntare su tutti i costoni. Non c'era continuità tra un focolaio e l'altro. Era come se qualcuno lanciasse delle bombe incendiarie sulla montagna, un po' a caso e un po' per disorientare le squadre dei vigili del fuoco. Una lingua incandescente si avvicinava all'abitato di qua, tutti correvamo in quella direzione e immediatamente dopo alle nostre spalle un altro bosco si accendeva. Ci siamo sentiti accerchiati e impotenti. Passavamo i giorni a rincorrere un nemico che si faceva beffe di noi. Mi sono sentita perduta e con pochi mezzi a disposizione. C'era Sky che faceva un servizio in diretta. Mentre mi preparavo per l'intervista ho detto: "Annamaria, che stai a fare qua co' sta fascia a combattere una battaglia persa?". Così sono andata dal giornalista e ho detto che me la toglievo quella fascia tricolore se non ci avessero mandato più uomini e più mezzi". Quando il fuoco è sull'uscio, vale tutto. Annamaria Casini ha minacciato le dimissioni simboliche da sindaco di Sulmona. Ha ottenuto quattro Canadair, un elicottero speciale, due Agusta più piccoli, una sessantina di alpini. I vigili del fuoco e i carabinieri del corpo forestale erano già sul posto da tre giorni. Ma sembrava che niente fosse sufficiente a fermare il mostro.
vittoria definitiva: «Guai a pensare troppo presto di aver vinto il fuoco. Quante volte abbiamo creduto di averlo battuto e invece lui lavorava le radici, covava sotto il terreno».
Per Angelo Porcu, che ha trascorso l’estate a coordinare i soccorsi italiani dal centro operativo dei vigili, il fuoco è “Lui”, quasi un dio che va rispettato. Un dio scontroso e imprevedibile, proprio come nei miti greci e romani. Nato dall’ira gelosa di Giunone, stufa di avere un marito fedifrago. Chi sia stato il padre non è certo. Ma che il figlio fosse intrattabile lo scoprirono presto gli uomini. L’Italia lo capì il 3 settembre del 1976 quando una ricca signora con la passione per la difesa dell’ambiente inforcò una motocicletta e iniziò a percorrere le strade sopra Porto Santo Stefano organizzando i volontari lungo i boschi in fiamme. Poco dopo arrivò l’esercito. E qualche giorno più in là comparvero per la prima volta nei nostri cieli i Canadair messi a disposizione dal presidente della Repubblica francese. Giscard D’Estaing lo aveva chiamato lei, si conoscevano personalmente. Lei era Susanna Agnelli, all’epoca sindaco di Argentario: «In quei giorni — racconterà anni dopo a Repubblica — mi sembrava di essere nell’inferno del Vietnam». L’incendio dell’Argentario è diventato da subito l’Incendio. Che si sarebbe drammaticamente ripetuto nel 1981. Quei roghi lontani, con il loro carico di vittime, sono diventati un punto di svolta per un di un cambio di sensibilità pubblica. Sono riusciti a bucare il video, hanno invaso le pagine di cronaca quando l’Italia viveva l’emergenza del terrorismo. In quarant’anni di strada se n’è fatta. È nata la protezione civile, Canadair ed elicotteri non sono più una gentile donazione di amici potenti. Ma sono sempre sotto stress: «In questa estate abbiamo più che raddoppiato i voli e quadruplicato i lanci», dice Porcu. Perché non solo gli incendi si sono moltiplicati, si sono fatti molto più aggressivi. Sconfiggerli è sempre più difficile.
A Sulmona il primo allarme arriva alle 12.14 di sabato 19 agosto. Il tabulato di Domenico De Bartolomeo, ingegnere e vigile del fuoco per vocazione, parla chiaro e non possono esserci dubbi: il più grande rogo che si ricordi sulla montagna che sovrasta la cittadina è partito a otto chilometri in linea d’aria «nel tenimento comunale di Pacentro ». Pacentro è un paese di mille anime che ama raccontarsi come estremamente religioso. Punteggiato di cartelli turistici e insegne con i nomi di decine di chiese. Immacolate, Annunziate, Addolorate, tutte con il loro campanile, qualcuna con un pezzo di convento medievale, tutte con la loro spiegazione a lato della facciata. Per la verità, tra tutte quelle madonne manca la più famosa, quella che più di altre avrebbe il potere di portare da queste parti i turisti o anche solo i curiosi. Non ci sono cartelli per indicare la residenza della famiglia Ciccone che un secolo fa mandò i figli a fare fortuna in America senza sapere che, in una maniera molto particolare, la nipote di quegli emigranti avrebbe trovato modo di onorare la Vergine locale. «Madonna, la cantante? Che io sappia non è mai arrivata a vedere il paese di origine della famiglia. Ci è venuto il padre, quando lei è arrivata in Italia per i suoi concerti». Il titolare del Caffè De Martinis, in piazza Umberto I, non sembra farsi molte illusioni sulla possibilità che “Like a Virgin” faccia un salto da queste parti. Ha invece le idee abbastanza chiare sulle possibili origini dell’incendio: «Vede, una volta la gente andava nel bosco, prendeva la legna e così finiva per ripulirlo. Adesso l’area qui intorno appartiene al parco della Majella, non si può toccare più nulla, il sottobosco è lasciato a se stesso e si vedono i risultati». Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: la vegetazione cresce, diventa sterpaglia, rinsecchisce e si trasforma in innesco naturale. Basta una scintilla e gli alberi si accendono come un mucchio di paglia, le fiamme salgono alte anche venti metri e fermarle diventa un incubo.
Parco della Majella, Morrone in fiamme da sei giorni: arrivano i 'super alpini"
Le fiamme sul Morrone persistono da sei giorni. Nel massiccio della Majella che sovrasta la città di Sulmona e le frazioni de Le Marane, Fonte D'amore, Badia, Bagnaturo, da sabato 19 si lotta per spegnere l'incendio che ha già distrutto circa 150 ettari di vegetazione e prodotto danni irreparabili all'ambiente proprio nel cuore del Parco Nazionale. Questa mattina sono arrivati anche i 'super alpini' dell'Aquila, "per tentare di coadiuvare i Canadair nello spegnimento delle praterie e degli arbusteti a ginepro" scrive il Parco della Majella sulla sua pagina Facebook. I militari impiegati sono attrezzati con tutto quanto necessario per operare in autonomia e ininterrottamente (viveri compresi) per 48 ore consecutive. Si tratta di un reparto speciale che fa parte del nono reggimento dell'Aquila costituito specificatamente per le emergenze di Protezione civile che ha già preso parte al soccorso a Rigopiano, all'emergenza neve in Abruzzo, e che ha operato fin dai primi momenti dell'emergenza terremoto nella zona di Amatrice. Gli alpini lavoreranno con due gruppi: il primo nella zona di Sulmona, il secondo con cinque squadre nell'area di Passo San Leonardo, zona più pericolosa sia per le fiamme che per la quota da raggiungere. L'incedio ora prosegue con più focolai e si è spinto sulle creste sommitali in vista della Valle dell'Orta. Intanto il Parco ha deciso di revocare tutti i nulla osta concessi ai comuni che intendono effettuare fuochi pirotecnici in occasione delle festività patronali. "Siamo chiamati - afferma il direttore - alla responsabilità di prevenire per quanto possibile ogni rischio di incendio con inneschi accidentali. Va tenuto conto anche dell'impossibilità di pronto intervento da parte dei Carabinieri Forestali, come previsto dalla recente riorganizzazione, in caso di roghi accidentali"
Chi la combatte tutti i giorni racconta che «quella del fuoco è una forza potente, è come quella del mare». Raffaele Manicone ha lavorato per trent’anni nel Corpo forestale, da pochi mesi raggruppato nei Carabinieri. Studia la biodiversità, gli effetti di eventi traumatici come un incendio sulla vita di piante e animali. Considera il bosco un essere vivente: «Reagisce ai cambi di temperatura, in qualche modo riesce anche a spostarsi. È intelligente. Solo che i suoi comportamenti sono lenti, vanno misurati sulla sua scala del tempo. Che è molto diversa dalla nostra. Un bosco vive 500 anni, costruisce in qualche secolo quel che noi dobbiamo realizzare in pochi decenni. È una riserva di acqua, un rifugio per gli animali. È anche una spugna. Assorbe grandi quantità di CO2. L’incendio libera di colpo l’anidride carbonica, spreme la spugna. L’energia che si scatena può essere enorme, proprio perché il bosco è intelligente». Capita infatti che in periodi di siccità gli alberi entrino in modalità “economy”: «Sono organismi modulari — continua Manicone — risparmiano cedendo foglie, rami. Questa estate la siccità ha provocato la caduta del fogliame ad agosto. Noi non potremmo mai tagliarci un braccio per risparmiare energia». Ma il sacrificio si paga caro. Un bosco in modalità “economy”, che ha risparmiato acqua per molti mesi, diventa una bomba pronta ad esplodere.
Sono trascorse poche settimane. Raffaele ricorda l’incendio del Vesuvio come «una cosa mai vista, enorme, impossibile da immaginare. In pochi giorni se ne sono andati 1.000 ettari di bosco. Un disastro, un lavoro durato decenni tutto da rifare». Ci erano voluti quarant’anni per far crescere quegli alberi. L’assalto del fuoco è partito la notte del 12 luglio sopra Ottaviano e Terzigno. Dalle valli sul fianco del vulcano è arrivato fino al litorale di Napoli. «Si è avvicinato alla discarica di Novelle Castelluccio, abbiamo dovuto schierare l’esercito per evitare che il rogo sprigionasse una nube tossica sulla città ». Manicone ricostruisce la storia di quelle foreste: «Erano state create negli anni Cinquanta e Sessanta. Riportando terra, seminando alberi, costruendo con pazienza e studio una fitta rete di muretti a secco per contenere il terreno. Ora, dopo il rogo, sono rimasti solo i parapetti di pietra. Il resto, lo strato di 50-80 centimetri di humus su cui poggiava il sottobosco, è tutto bruciato. La pioggia delle ultime settimane ha fatto il resto. Ha dilavato ciò che restava dell’humus, l’ha portato a valle intasando le strade di fango. I fianchi del vulcano sono tornati quello che erano, una distesa di nuda lava, lo scivolo ideale per le piogge, la premessa inevitabile delle alluvioni».
Sul fatto che l’inferno di Sulmona sia cominciato nel paese delle Madonne, non sembrano esserci più dubbi. Ma meno di 24 ore dopo, alle 6 del mattino della domenica, «un altro incendio origina in località Marane», come annota con precisione il resoconto ufficiale. Marane non ha nulla a che vedere con Pacentro. È proprio da un’altra parte, su un costone a due chilometri in linea d’aria, lungo la torrida strada statale 17 cantata da Guccini. È sempre sulla montagna che sovrasta il capoluogo ma molto lontano dal primo focolaio. E poi Marane ha antenati che hanno poco a che fare con le rock star. «Lo vede questo cippo? Ha ancora incisa la P, il simbolo del santo». Giorgio Di Pietro è un patito di storia locale. Esibisce il cilindro di marmo bianco all’ingresso del suo ristorante, Frangiò al Casale, proprio ai piedi del bosco di Marane. Il santo è Pietro da Morrone, diventato pontefice con il nome di Celestino V. Tornato, come si dice, all’onore delle cronache nel 2013 quando Joseph Ratzinger, 719 anni dopo, ha fatto come lui: si è dimesso da papa. Pietro da Morrone lasciò perché, in fondo, amava molto più questi boschi dei palazzi della Curia romana. «Lo vede? Il suo eremo, l’abbazia di sant’Onofrio al Morrone è lì, a metà del costone roccioso», dice il ristoratore indicando con la mano una costruzione bianca quasi appesa alla parete verticale. Il comandante De Bartolomeo spiega che in qualche modo anche questa volta il santo è riuscito a difendere la sua montagna. «Il 23 agosto la situazione della località Marane si era fatta davvero pesante. Il fuoco ha cominciato ad espandersi verso est. Tra le nostre difficoltà c’era l’impossibilità di portare l’acqua sui versanti scoscesi per aggredire il fuoco dal basso, sul terreno.
Monte Morrone, le immagini della devastazione nel video dei Vigili del fuoco
E tra preoccupazioni c’era anche quella per l’Eremo che è sì di pietra ma ha il tetto in legno. Due dei nostri ragazzi lo hanno raggiunto e ci siamo accorti che il pozzo della chiesa era ancora in funzione. Siamo riusciti a caricare acqua. Abbiamo pompato tutta la notte e abbiamo riempito l’autopompa che si porta a spalle per bagnare i boschi intorno e proteggere l’abitato dall’arrivo dell’incendio». A valle, alle pendici del Morrone, gli abitanti spaventati facevano lo stesso, come in un quadro medievale con le catene umane a trasportare i secchi per fermare le fiamme: «Ho chiamato i miei cugini e tutti quelli che potevano venire con una pentola per bagnare — ricorda Giorgio — perché dietro il ristorante ho la legnaia e il fuoco era e duecento metri. Non riuscivo nemmeno a guardare verso la montagna, il calore mi bruciava la faccia». La situazione resta difficile sia a Marane che a Pacentro. Ma il 27 agosto, una settimana dopo, il fronte del fuoco si allarga a est. Nuovi boschi cominciano a bruciare sopra Prezza, Raiano, Goriano Sicoli.
Tre giorni ancora e le fiamme finiscono anche Pratola Peligna. Il cielo sopra Sulmona diventa bollente. Raffaello De Angelis, dipendente comunale con la passione per le tradizioni e la giostra cavalleresca, capitano del sestiere di Borgo Pacentrano, ricorda «tutta la montagna in fiamme. Il vento caldo si sentiva anche in paese. E poi tutto il giorno i Canadair, gli elicotteri. Di notte le fiamme che ci circondavano. Un incubo». La sindaca aggiunge una considerazione, che è il sospetto di molti: «Possibile che il fuoco saltasse da un bosco all’altro senza una lingua che segnasse la continuità? Alla sera, proprio mentre l’ultimo Canadair si allontanava perché con il buio non possono lanciare, ecco che si accendeva un nuovo rogo in un luogo impensato, dove fino a poche ore prima tutto era verde. A un certo punto, presi dallo sconforto, abbiamo pensato di essere di fronte a un nuovo tipo di terrorismo. Poi sa, hanno trovato gli inneschi...». Dell’indagine su Sulmona il tenente colonnello Marco di Fonzo preferisce non parlare: «È ancora in corso, abbiamo delle ipotesi ma non possono dire nulla», si schermisce. Lui, il capo degli acchiappaincendiari italiani comanda la sezione investigativa anticendi boschivi del corpo dei carabinieri. Chi sono i piromani, colonnello? Mai fare una domanda come questa a gente del mestiere. Perché «i piromani sono persone malate, con problemi psichiatrici, che vanno fermate, messe in condizioni di non nuocere e curate, non arrestate. Noi non ci occupiamo di loro e va detto che non sono molti.
A noi interessano gli incendiari. Quest’estate ne abbiamo arrestati una quarantina». Distinzione importante. Dunque, chi sono gli incendiari? La risposta è tanto filosofica quanto spiazzante: «Ciascuno di noi è un potenziale incendiario». C’è un po’ di provocazione, ma solo un po’. «Partiamo da un presupposto: anche quando fa molto caldo l’autocombustione non esiste». È come la favola di babbo Natale: tranquillizzante ma, in fondo, falsa. Peggio, molto peggio, sapere che chi dà fuoco lo fa per ragioni molto meschine, per ripicca, per danneggiare qualcuno. «E nella metà dei casi — aggiunge Di Fonzo — si tratta di incendi colposi». Il fuoco parte per sbadataggine, imperizia, incapacità a saperlo governare. «Quella dell’imperizia — spiega Angelo Porcu dal centro di coordinamento nazionale — è una motivazione che si tende a sottovalutare. Paradossalmente è più rassicurante pensare che ci sia il dolo, che qualcuno abbia voluto incendiare per forza. L’idea che un bosco vada a fuoco per la faciloneria delle persone perbene a rifletterci è molto più inquietante». Il 5 agosto scorso sotto il Gran Sasso a Fontevetica, pochi chilometri in linea d’aria dalla tragica Rigopiano, un gruppo di amici è salito in quota per la classica passeggiata del fine settimana. Due ore di camminata e poi il meritato riposo nella radura. Qualcuno raccoglie le pietre, le mette in cerchio, qualcun altro trova la legna e prepara, Si ride, si scherza e si infilza la carne di agnello in lunghi spiedini di legno. Gli arrosticini sono il vanto della cucina abruzzese, non possono mancare nella scampagnata. «Chissà quante volte quegli amici saranno andati in vita loro in quella radura, senza che succedesse assolutamente nulla», concede il comandante De Bartolomeo. Perché «normalmente quel prato è verde, e l’erba è piena d’acqua. Ma quest’estate non ha piovuto, l’erba era tutta secca e gialla.
Così il fuoco è partito e ha raggiunto il bosco. Il 13 agosto due dei nostri ragazzi hanno rischiato la vita su quell’incendio. Il rotore posteriore ha perso portanza e il loro elicottero si è avvitato precipitando mentre stava atterrando. Per fortuna non è esploso e l’equipaggio si è salvato». Di storie come questa, l’imperizia che scatena l’inferno, il colonnello Di Fonzo, l’acchiappaincendiari, ne ha incontrate tante: «Mi è rimasta impressa la figura di un anziano dell’isola D’Elba. Un giorno ha pulito il suo bosco e ha dato fuoco alle sterpaglie. L’incendio gli ha distrutto la collina. Era affranto. Lo abbiamo seguito discretamente per qualche tempo, tanto per verificare che davvero avesse causato il disastro per errore. Era così. Girava l’isola senza meta apparente, tutti i suoi amici confermavano che non era più lui. Si sentiva in colpa. Tutti i giorni apriva la finestra e vedeva quel disastro. Era come se avesse incenerito il salotto di casa sua».
Ci sono in giro personaggi che muovono assai meno al compatimento. Se la metà degli incendi in Italia è di origine dolosa, per quale ragione quest’estate sono entrati in azione 50 mila incendiari? L’unico movente che si dovrebbe escludere è quello antico della speculazione edilizia: «Dal 2000 una legge impedisce di costruire sui luoghi distrutti dal fuoco. Il divieto dura dieci anni». Un periodo sufficiente per scoraggiare i palazzinari? «Penso che sia un deterrente notevole», dice Di Fonzo. Che elenca invece altri motivi: «Uno dei più incredibili è quello degli asparagi». Gli asparagi? «Nelle zone in cui vengono normalmente raccolti si è scoperto che subito dopo l’incendio, quando la cenere ha finito di bruciare, spuntano piccoli asparagi, tenerissimi, che gli automobilisti si fermano volentieri a comperare ai banchetti improvvisati lungo la statale. Lei capisce? Si distrugge un bosco per vendere un centinaio di mazzetti di asparagi. Una follia». I motivi per cui si appiccano volontariamente gli incendi, spiega il colonnello, sono la cartina di tornasole di una comunità: «Ogni area ha un motivo particolare per accendere le micce».
Lazio, Sicilia, Campania e Puglia sono le regioni in testa alla classifica per numero di incendi in questa estate. «In quelle aree gioca un ruolo decisivo la pastorizia. Se io brucio all’inizio di agosto, con le prime piogge di settembre spunta una bella erbetta di cui gli animali sono particolarmente ghiotti». L’erba per le pecore come gli asparagi per gli uomini: una prelibatezza nata dal disastro ambientale. Deprecabile, certamente. Ma c’è di peggio. Si brucia per fare dispetto ai vicini, si brucia per invidia o per storie di autorizzazioni comunali non rilasciate. «Spesso — conferma Di Fonzo — si dà fuoco agli alberi perché si sta litigando con la pubblica amministrazione. Frequentemente con il Comune ma anche con Province, Regioni, enti dei parchi naturali. Qualcuno ha incendiato una pineta in Toscana per rovinare il paesaggio a chi aveva ottenuto una licenzia alberghiera che a lui era stata negata». C’è chi brucia «per vedere entrare in azione la macchina dei soccorsi. Ragazzate pericolose, come quella degli adolescenti che gettavano i sassi dai cavalcavia». Ma c’è anche chi brucia per poter andare a spegnere e guadagnare un po’ di soldi: «È successo anche questo recentemente», ammette il colonnello. Precisando subito: «È accaduto in Sicilia. Irresponsabili, sono stati individuati e tolti dal servizio». A metà luglio è andata a fuoco la pineta di Castelfusano, vicino a Ostia, alle porte di Roma. Sono stati trovati gli inneschi e forse una prima possibile spiegazione: «La guerra nel racket che controlla la prostituzione nella zona». Quando l’incendio viene scatenato da bande di criminali i sistemi per innescarlo posso essere particolarmente sofisticati: «Si fa partire la miccia a distanza. Basta un cellulare. Abbiamo scoperto perso che accendevano in questo modo mentre si trovava con gli amici nella piazza del paese, rendendosi così insospettabili». La stessa tecnica usata dai jihadisti.
L’identikit dell’incendiario è abbastanza definito: «Nel 95 per cento dei casi è un uomo sopra i cinquant’anni. Le donne che bruciano i boschi sono molto poche». E i piromani? Sono davvero introvabili come l’araba fenice? Esistono. Non sono molti e spesso sono davvero insospettabili. Nei mesi scorsi un distinto cinquantenne è stato sorpreso dalle telecamere nascoste a incendiare i cassonetti in una foresta calabrese, mandando in fumo una pineta di notevoli dimensioni. Perché lo faceva? «Ci ha spiegato che lui è un amante della natura ». Bel modo per mostrare affetto... «Non sopportava la sporcizia intorno ai cassonetti, i sacchetti di plastica abbandonati. Ha deciso di dar fuoco per pulire». In fondo il cinquantenne calabrese ha seguito alla lettera l’etimologia greca del verbo purificare, ripulire con il fuoco. Mille motivi per munirsi di molotov e accendino. O addirittura, come pare essere accaduto quest’estate sul Vesuvio, per incendiare animali cospargendoli di benzina e lasciando che fuggissero nel cuore delle foreste per dare fuoco in punti difficili da raggiungere con i mezzi di soccorso. «Se sapessero quali pericoli corriamo noi per spegnere un rogo, molti degli incendiari cambierebbero mestiere», dice il colonnello De Bartolomeo. E racconta che proprio sul Morrone questo agosto, ha rischiato la vita con i suoi uomini. «Il 29 sul costone sopra Pratola Peligna, abbiamo aspettato un’ora sul ciglio della strada sterrata. Sapevamo che il fuoco stava scendendo dalla foresta. Ci siamo fermati nel punto in cui la strada faceva una specie di esse. Abbiamo bagnato il sottobosco ai lati dello sterrato piazzando i mezzi per poter lavorare e, se del caso, allontanarci. Sembrava una situazione di sicurezza. Nella parte centrale della esse abbiamo sistemato i mezzi di spegnimento, sui due tronconi ai lati i miei ragazzi hanno cominciato a preparare il terreno, bagnando il sottobosco. La situazione si è complicata quando uno dei due mezzi al centro è entrato in avaria. Il motore non ripartiva e il camion restava piantato lì. Con la conseguenza di bloccare la strada. Quando il fuoco è arrivato al bordo dello sterrato ha cominciato a spegnersi perché ha incontrato il terreno bagnato. La nostra fortuna è stata che, un attimo prima della fiammata, il motore del mezzo è miracolosamente ripartito.
Racconta anche lui un’estate impossibile “con decine di chiamate in contemporanea su fronti diversi. Se arrivi in venti minuti portandoti dietro un’autobotte da 4.000 litri d’acqua le persone protestano perché «è un’ora che abbiamo chiamato». Meccanismi forse comprensibili non fosse che in poco tempo diventano l’esca per incendiare i politici locali, benzina per le polemiche di basso livello, innescate sull’emotività e irrobustite da competenze acquisite nelle ore serali su Google. Improvvisamente tutti diventano vigili del fuoco e guardie forestali e spiegano a chi fa il mestiere da trent’anni come e dove intervenire. L’incendio del Morrone, sulle foreste intorno a Sulmona, è stato spento ufficialmente «alle ore 16 del 7 settembre 2017» come sta scritto nei documenti ufficiali del comando dei vigili del fuoco. In 20 giorni sono stati cancellati 1.000 ettari di bosco. «Ci vorrà molto tempo per tornare alla normalità — dice la sindaca — e per recuperare quella parte dell’habitat naturale che è stata distrutta. Dopo l’incendio abbiamo trovato animali selvatici morti nelle loro tane, tassi che sono scesi a valle alla ricerca di un rifugio. Gli unici che si sono salvati sono stati i lupi. Perché i piccoli nati nella primavera erano ormai cresciuti e hanno potuto seguire i genitori su per la montagna, in luoghi sicuri e, allo stesso tempo, lontani dall’abitato». Uno dei motivi che spingono gli incendiari, spiega Manicone, «è proprio quello di cambiare habitat alla selvaggina, di spostarla in aree considerate più accessibili e favorevoli al bracconaggio». Il 2017 a Sulmona è stato un anno orribile: «A gennaio siamo rimasti sotto 80 centimetri di neve — ricorda Annamaria Casini — e abbiamo avuto il terremoto. Quest’estate è andata a fuoco la montagna. Lo sa quel è stato il segnale definitivo della sfortuna? Mentre tutti i boschi intorno a noi bruciavano, un bus ha preso fuoco a Cocullo, a un’uscita di distanza sull’autostrada per Roma. I passeggeri sono riusciti a salvarsi ma anche la carcassa dell’autobus finito in fumo ha provocato un nuovo rogo sulla montagna. Su un versante che fino ad allora non era stato toccato dalle fiamme».
Chi può aver voluto male a questi boschi?». Il cambio di stagione fa già presagire nuovi e diversi allarmi. Non solo sul Vesuvio ma anche sulle tante foreste ferite da un’estate rovente, le piogge intense stanno completando l’opera di distruzione dei terreni, creando le premesse per la stagione delle alluvioni. Fuoco e acqua, Vulcano e Nettuno, Efesto e Poseidone si alleano ancora a spese di un ambiente dissetato. L’Italia dovrà imparare in fretta a spezzare questa danza macabra.