Fantasmi
È un gioco che abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita: inserirci di straforo nelle foto ricordo di persone che non conosciamo. Turisti, coppie innamorate, passanti che al ritorno dalle vacanze si ritroveranno con uno sconosciuto a fare capolino dietro i loro volti sorridenti in posa davanti alla basilica o mentre si baciano nel più bello dei tramonti. Internet ha recentemente dato un nome anche a questa antica pratica: si chiama photobomb, ovvero terrorismo mediatico con il sorriso sulla bocca. Una volta di foto se ne facevano di meno, scivolare nei ricordi di qualcun altro era più un evento casuale che altro, con tutto lo strascico di malinconiche considerazioni a corredo: "Chissà quante mie foto circolano nel mondo senza che ne sappia nulla". Esistono certamente tanti nostri piccoli avatar digitali su cui abbiamo perso ogni tipo di controllo e autorità.
A volte, però, perdere le tracce di se stessi non è più così facile. Se da una parte la digitalizzazione ha reso enormemente più semplice realizzare immagini, duplicarle e trasferirle, dall'altra ha permesso anche ciò che fino a poco tempo fa era impensabile: tenere traccia delle stesse, riuscire a incontrare il proprio simulacro nei luoghi della rete più impensabili, guardarsi in faccia mentre si è espropriati della propria identità. Da una parte il mondo si allarga, dall'altra la sua densità aumenta. C'è chi, come lo studioso di nuove tecnologie James Bridle, ha trovato una definizione per il problema coniando la definizione di Render Ghosts. A chi appartengono i volti e le figure umane che abitano le tante "photo stock" che circolano online e vengono regolarmente utilizzate per pubblicità, manifesti e a corredo di articoli? Chi sono le persone che vediamo circolare, vivere e respirare all'interno di cartelloni e progetti piazzati agli ingressi dei cantieri dagli architetti e che ci mostrano come sarà finalizzato un palazzo, quartiere o parco ancora in costruzione?
Scrive Bridle: "I Render Ghosts vivono nella nostra immaginazione, nello spazio liminale tra il presente e il futuro, il reale e il virtuale, il fisico e il digitale. Un mondo di architettura, urbanistica, di città prima che vengano completate, un tempo fuori dal tempo. Abitano uno spazio esclusivamente virtuale costruito da software di rendering 3D, relegato all'interno di cartelloni, lasciato lì a marcire e che verrà demolito all'arrivo del futuro in carne ed ossa, che poi non è mai patinato o perfetto come quello che i render che avevano fatto immaginare". Continua Bridle: "Ho parlato con una persona che realizza queste immagini e le descrive come "lorem ipsum architettonici", segnaposti estratti casualmente da enormi database popolati di luoghi immaginari".
Al moltiplicarsi di questi fantasmi aumentano anche le persone che ne captano e discutono l'eterea presenza. Lo ha fatto anche l'artista digitale Paolo Cirio con il suo progetto Street Ghosts. Cirio non fa altro che stampare a dimensioni reali le silhouette delle persone che per strada vengono fotografate dalle Google Car e inserite nelle mappe Street View in giro per il mondo. Questi bizzarri "stencil memento-google" vengono poi attaccati nei luoghi originali dove le foto sono state scattate. Il mondo reale copia dunque quello digitale in un gioco di rimandi che fa un po' girare la testa e pone diverse interessanti domande su chi tra loro abbia il predominio sull'altro o dove esattamente sia la linea di demarcazione tra i due. Sempre che ce ne sia una. Dice Paolo al sito americano Motherboard: "Per me è molto interessante che Google non chieda il permesso per fare quello che fa, semplicemente va in giro in ogni singola città del mondo scattando foto senza neanche avvertire la polizia o la pubblica amministrazione e, cosa ancora più assurda, senza neanche pagare nulla". "Ho la sensazione che ciò che succede oggi nei nostri schermi e dispositivi ci influenzi molto di più di quel che accade nello spazio fisico, su i muri delle nostre strade" conclude Cirio.
Forse è proprio questa la principale particolarità dei fantasmi digitali: la loro possibilità di trasferirsi senza difficoltà tra due dimensioni, quella reale e quella virtuale. Il significato e la forza della loro esistenza, invece di perdere di forza a ogni passaggio di questo tipo, ne acquistano di nuova fino al punto in cui il mondo che riteniamo reale, quello distante dalla tastiera del nostro computer, è sempre più colonizzato da queste presenze eteree. Apparizioni indefinibili capaci però di influenzare le opinioni e dirigere le azioni delle persone in carne ed ossa. Le utilizza in questa chiave anche Alice Goddard, stylist inglese che per il quinto numero del magazine da lei fondato, "Hot and Cool", ha curato un servizio di moda composto esclusivamente da immagini di modelli inconsapevoli prelevati proprio dal database di Street View di Google. "Styling vuol dire mostrare diversi tipi di vestiti in un modo nuovo" ha dichiarato Alice, "di solito vuol dire prendere qualcosa (un personaggio o un'idea) che trovo brutta e volgare e farla diventare invece qualcosa di buono. Ho trovato per caso questa piccola città americana in Google Maps e ho subito pensato che il look semplice delle persone che la abitavano fosse meraviglioso. La differenza principale con un normale servizio di moda street style è che le persone che sono ritratte hanno fatto uno sforzo incredibile nello scegliere i vestiti e il risultato finale è un po' troppo affettato e impostato, il soggetto è assolutamente consapevole di ciò che ne verrà fuori, mentre le persone che puoi trovare su Google Maps ovviamente non hanno idea di essere fotografate eppure i loro outfit erano per me molto interessanti".
Ecco che senza neanche accorgercene si è già passati dallo street style allo street view style. Quello di elevare gli abitanti del mondo virtuale a protagonisti e figure aspirazionali del mondo reale non è un esperimento isolato d'avanguardia, ma una pratica che ha sempre più emuli in diversi ambienti dell'arte pop. Il regista Theo Pozoga per la realizzazione del videoclip Hood del musicista elettronico Strip Steve ha utilizzato esclusivamente una serie di immagini, location e situazioni prese proprio da Google Street View. Chi ha bisogno di costosi e complicati set quando c'è tutto questo ammasso di volti (rigorosamente pixellati), situazioni e scorci alla nostra portata in modo perlopiù totalmente gratuito?
Fantasmi due volte. Una prima per colpa della digitalizzazione delle nostre immagini che le multinazionali fanno senza chiederci il permesso; una seconda nell'azione di artisti e lavoratori dell'industria culturale che decidono di liberare nuovamente nel circo mediatico questi milioni di zombie digitali che vagano nella rete privi della propria identità, senza scopo né direzione, abbandonati in un limbo senza uscita. Quello che rimane invariato è l'equilibrio complessivo della quantità di realtà del nostro mondo. Se le azioni di creativi e artisti come Paolo, Alice e Theo sembrano voler "de-virtualizzare" la realtà, al contrario siamo proprio noi a non poter fare più a meno delle nostre controparti fantasmatiche, tanto da imitarle nei comportamenti quotidiani che la stessa tecnologia ci suggerisce. L'ultimo dei neologismi legato alle app per appuntamenti guarda caso si chiama Ghosting. Con questa definizione si descrive l'abitudine di sparire improvvisamente dalla vita di qualcuno con cui stiamo uscendo e che abbiamo conosciuto proprio grazie a questo genere di applicazioni. Si tratta ovviamente di una forma di maleducazione emotiva che non nasce per colpa dei vari Tinder e Grindr, ma che certamente grazie a network del genere è divenuta incredibilmente più facile e veloce da mettere in pratica.
Gli spettri delle nostre immagini renderizzate, un tempo confinate alla cartellonistica delle agenzie immobiliari o alle foto delle vacanze rapite da perfetti sconosciuti, vogliono ora prendere il controllo del mondo. Sostituendosi ai viventi si mette in scena un inquietante e modernissimo remake de L'invasione degli ultracorpi. Software di manipolazione 3D, multinazionali impegnate a mappare l'intero globo e app per incontri sono il passaggio dimensionale che permette la comunicazione tra i due mondi, quello dei fantasmi e quello dei viventi. L'unica cosa che rimane da fare è decidere mescolarci a loro fino al punto da renderci del tutto indistinguibili.
Startup
La storia inizia a cavallo dell'anno 2000, quando si gonfia (e poi scoppia) la prima bolla di internet. La rete arriva alle masse e improvvisamente ci si accorge che una nuova economia non è soltanto possibile ma anche molto remunerativa. Almeno secondo le quotazioni in borsa di tante piccole aziende che salgono vertiginosamente. Alcune, altamente specializzate in servizi tecnologici, nel giro di pochi giorni di speculazione diventano addirittura più ricche della Fiat. Questione di pochi mesi e il sogno finisce bruscamente, modelli di business traballanti e l'improvvisa sfiducia dei mercati riportano tutti con i piedi per terra, qualcuno in mezzo a una strada o addirittura in prigione.
Nonostante il capitombolo, da allora qualcosa è irrimediabilmente mutato: l'idea di cambiare il mondo (e grazie a questa divenire incredibilmente ricchi) entra rapidamente a far parte dell'immaginario italiano. Abbandona l'ambito ristretto dell'intellighenzia e arriva alla massa, o questa se la prende. Inizia così la lunga corsa delle startup. Un tempo con questo termine si indicavano le piccole aziende che provavano a entrare nel mercato con originali idee di business, proponendo innovazioni tecnologiche software o hardware. Poi i contorni di significato si sono fatti più labili e oggi anche l'azienda del bresciano che progetta sturalavandini in fibra di carbonio non rinuncia ad autodefinirsi startup. Guardatevi intorno: è facile che più di un vostro conoscente sostenga di averne fondata una. Perché fare una startup, parteciparvi e crederci, vuol dire soprattutto non arrendersi alla realtà empirica del panorama lavorativo nazionale ma mettersi in condizione di sperare in un futuro migliore. Non solo: la parola evoca nella mente di chi la usa anche tutto un corollario di tramonti sulle coste californiane, macchine decappottabili guidate da ricchi CEO della Silicon Valley, notti insonni passate a scrivere codici premiati da un esordio in borsa col botto.
Il canale televisivo che apre la propria succursale e prova a guadagnare con i contenuti on demand? Startup. Lo studio grafico che inaugura il primo ufficio nella cantina della zia? Startup. I due amici giornalisti che mettono in piedi un'agenzia editoriale? Startup. Potrei continuare l'anticlimax a lungo, fino a raggiungere la semplice verità che oggi ormai qualunque cosa è startup. Poco importa che la mortalità di imprese del genere sfiori il 50%, la valanga è iniziata e non si fermerà, men che meno a causa di un noioso bagno di realtà. Noi lavoratori, sia dipendenti che soprattutto liberi professionisti, siamo come tante piccole startup in un mercato in continua mutazione, l'impresa più avventurosa e inventiva è infatti quella di modulare le proprie competenze a esigenze sempre nuove. L'obiettivo è trovare il modello di business che rispecchi meglio passioni e tendenze personali, permettendoci al tempo stesso di pagare l'affitto di casa.
Proviamo a guardare da vicino e in parallelo il singolo lavoratore e la piccola impresa tecnologica: quel che fanno e come lo fanno si somigliano in maniera impressionante. Il primo passo è quello nella cosiddetta "Valle della morte", il periodo iniziale in cui una startup deve trovare il proprio assetto e iniziare ad avere un profitto e dei clienti. Allo stesso modo, usciti dall'università ciascuno di noi si trova nella scomoda posizione di trasformare nozioni, testi e teorie in qualcosa capace di far guadagnare dei soldi. È lo scoglio più difficile da oltrepassare, quello su cui la maggior parte delle aziende si incagliano e che convince molti ad abbandonare le proprie aspirazioni per ripiegare su imprese più tradizionali come quelle di commesso, impiegato, assunto nell'impresa di famiglia. La seconda fase della startup è quella del break even. Così come un'impresa riesce a rientrare dei costi iniziali e prende a guadagnare, anche i più fortunati tra noi iniziano a piazzare qualche fattura da novanta giorni ai primi clienti. Terza e ultima fase: l'acquisizione. Una delle maggiori aspirazioni di una startup è infatti quella di venire acquisita da uno dei giganti del web che abitualmente pagano cifre iperboliche (ma comunque esigue rispetto ai propri bilanci miliardari) per inglobare tecnologie e community che farebbero troppa fatica a replicare partendo da zero. Instagram comprata da Facebook (un miliardo di dollari) e Tumblr comprato da Yahoo (1,1 miliardo di dollari) sono due dei principali casi degli ultimi anni. Per il singolo lavoratore l'acquisizione significa essere assunti da un'azienda che ci reputa così validi da essere disposta a legarsi a noi con un contratto che prevede uno stipendio fisso.
Da questo punto in poi le similitudini in parallelo tra lavoratore singolo e impresa collettiva finiscono e le due realtà prendono direzioni e comportamenti completamente opposti. Se la moderna startup ha come missione quella di nascere, crescere, reggersi sulle proprie gambe fino a farsi notare da una grande sorella della nuova economia, il lavoratore singolo castigato da stipendi sempre più modesti ha invece un'unica chance di capitalizzare il proprio talento: quella di riuscire a farsi licenziare. In questi anni di crisi economica, nonostante un livello degli stipendi sempre più basso, il vero problema delle grandi aziende è quello di riuscire a tagliare il costo del lavoro, cioè sbarazzarsi dove possibile dei propri impiegati. Spesso si tratta di persone assunte da poco ma già percepite come appartenenti a un'epoca pre-digitale, moderni dinosauri di cui non si sa più che fare se non invitarli a una dolce uscita dal mercato del lavoro tramite appositi scivoli incentivati. Altre volte sono proprio quei giovani talenti accolti a braccia aperte durante l'impennata di entusiasmo da new economy prodottasi una stagione prima e trasformatisi presto in alieni, atterrati dentro multinazionali vecchie di un secolo e senza nessuna intenzione di cambiare la propria organizzazione del lavoro. Sono giovani, qualcosa da fare lo troveranno di certo, tanto vale allora indirizzare anche loro verso l'uscita in attesa di tempi migliori in cui capire più chiaramente di chi si ha davvero bisogno.
Se nella migliore delle ipotesi l'imprenditore della startup, dopo anni di sacrifici e rischiosi investimenti, al momento di essere comprato da una grande azienda si vede recapitare l'assegno che vale una vita di fatiche, il singolo lavoratore ha possibilità di metter mano su un proprio tesoretto solo quando decide di farsi cacciare via. In un mondo di stipendi da 1200, 1500 euro al mese, quell'anno e mezzo o più di stipendio elargito tutto di un colpo sotto forma di buonuscita è la cifra più grande che un giovane professionista possa immaginare di guadagnare per buona parte della propria vita. Un gruzzolo dato in cambio del proprio entusiasmo.
Su tutta questa vicenda vale la pena di ricordare un libro di Carl Newport, che tra l'altro ha un titolo meraviglioso, ispirato da una citazione del comico Steve Martin. So Good They Can't Ignore You: Why Skills Trump Passion in the Quest for Work You Love. Troppo facile, dice l'autore che ha intervistato centinaia di personaggi di successo in ogni ambito, seguire l'adagio reso celebre dal discorso di Steve Jobs a Stanford: "Segui le tue passioni". Ciò che invece andrebbe fatto è cercare di mettere a frutto la propria professionalità e, solo nel momento in cui si è davvero indispensabili, investire il vantaggio ottenuto puntando alle priorità lavorative e di vita che più ci stanno a cuore e ottenendo quindi un maggiore controllo sulla nostra esistenza. Ecco un modo per uscire dall'asfissiante sistema conflittuale ormai di rito tra lavoratori e aziende. Tutto bello e tutto giusto, ma bisogna intendersi chiaramente su cosa significhi precisamente "essere indispensabili" al proprio datore di lavoro. Seguendo il corso del ragionamento messo in fila fino a questo momento, sembrerebbe proprio che l'unica posizione di forza del singolo nei confronti del mercato sia la resa. Così diventiamo davvero indispensabili quando ci trasformiamo in esubero, e il sistema investe su di noi solo nel momento in cui decide di rinunciarvi.
Privacy
È al centro del dibattito politico e sociale riguardo la nostra nuova vita online. A una più attenta osservazione, però, i maggiori esegeti e censori sembrano appartenere a una generazione che ha visto la rete entrare nella propria vita solo di recente, piuttosto che a quella che ci sta crescendo dentro. Secondo l'indagine europea del 2011 Social networking, age in privacy, in Italia oltre la metà dei ragazzi tra i 9 e i 16 anni ha un profilo su Facebook e, come qualcuno di loro ricorda a un attempato cronista del "Corriere della Sera", "Oggi l'obiettivo è mostrarsi, non nascondersi". Il pericolo dello sfruttamento commerciale dei propri dati è praticamente nullo rispetto alla paura di rimanere cannibalizzati e confusi nella massa informe di quei milioni di abitanti del pianeta Terra, ora più vicini e reali che mai proprio grazie alla loro istantanea rappresentazione digitale. Tutti siamo in piazza, incessantemente a confronto con i nostri simili. Lo stesso sistema dei social network sembra essere fondato sulla negazione dell'esigenza alla privacy: cosa sono i like, i retweet, i commenti e le informazioni da noi inserite se non tracce che lasciamo volontariamente ad amici e conoscenti perché qualcuno possa ritrovarci in questo deserto digitale? Come moderne molliche di Pollicino fatte di bit, così spargiamo per la strada milioni di indizi sulla nostra identità perché qualcuno da qualche parte si possa prendere la briga di venirci a cercare, interessarsi di noi, capire da dove proveniamo e magari comprenderci meglio di quanto non siamo riusciti a fare noi stessi.
Per molti commentatori, però, queste priorità di nuova generazione sembrano incomprensibili, eticamente inaccettabili, e si parla dell'importanza della privacy dimenticando la ben più diffusa e opposta pratica dell'esibizionismo. E se davvero il concetto di spazio personale come lo abbiamo inteso fino a oggi fosse sorpassato? Accantonate le reazioni umorali e istintive che hanno invaso la rete qualche tempo fa a seguito del cambio di policy di Instagram (che però nessuno si prende la briga di andare a leggere al momento dell'iscrizione) che minaccerebbe di utilizzare le nostre foto per campagne promozionali (invece di quelle di professionisti del mestiere? E perché mai?) ogni giorno milioni di ragazzi si iscrivono a servizi simili online, del tutto disinteressati all'uso che le multinazionali faranno delle proprie informazioni e contenuti. Più che fiducia nelle corporation si tratta di menefreghismo: "Se le prendano pure perché io non so che farci", sembrano dire a milioni da ogni parte del mondo.
A spiegare meglio di chiunque altro la situazione è lo stesso Mark Zuckerberg parlando ai Crunchies Awards del 2012, evento organizzato dal sito di tecnologia americano Techcrunch. Intervistato dal direttore Michael Arrington, ha descritto lo stato delle cose con tanto e tale candore dall'essere poi costretto a ritrattare le proprie dichiarazioni. "Quando ho iniziato nel mio dormitorio ad Harvard la domanda che mi facevano in tanti era: perché dovrei voler mettere una qualunque informazione su internet? Perché dovrei voler avere un sito? E poi cinque o sei anni più tardi c'è stata l'enorme esplosione dei blog e di tutti questi diversi servizi che permettevano alle persone di condividere tutte queste informazioni. La gente non solo è divenuta molto serena nel condividere informazioni di diverso tipo ma ormai lo fa in modo sempre più aperto e con sempre più persone contemporaneamente. Quella norma sociale è semplicemente qualcosa che è cambiata nel tempo".
Zuckerberg non è il solo a pensarla così. Anche Nick Denton, giornalista e fondatore del network Gawker la pensa allo stesso modo. Recentemente ha dichiarato a "Playboy": "Potremmo discutere del fatto che la privacy sia mai veramente esistita. Di solito amici e conoscenti nel villaggio sapevano bene cosa stava succedendo attorno a loro. Potremmo guardare a ciò che succede oggi come a un ritorno alla natura essenziale della condizione umana. Siamo stati circondati da ovvi scandali per la maggior parte dell'esistenza umana, quando si sapeva tutto di tutti. Poi è seguito un breve periodo in cui le persone si sono trasferite nelle città e le connessioni sociali si sono sfilacciate. Un breve periodo di sufficiente anonimato per comportamenti trasgressivi che nessuno avrebbe scoperto. Ora quel breve momento è giunto alla fine".
E così, mentre il dibattito continua a infuriare sulle prime pagine dei giornali cartacei e nei salotti dei legislatori, miliardi di ragazzi e ragazze online continuano tranquillamente a postare immagini e parole con la naturalezza tipica della libera circolazione online. È questo il modo che una nuova generazione ha di pagare i servizi che sta utilizzando e che li autorizza a chiedere in cambio non chissà quale silenzio o rispetto, quanto semplicemente un servizio tecnologico migliore che renda il processo di pubblica manifestazione della propria esistenza ancora più veloce, semplice ed efficace. Una scommessa che viene continuamente rilanciata come successo con Snapchat, il social network basato su contenuto "a tempo" in cui le immagini presenti spariscono dopo un periodo prestabilito e in cui l'esibizione (spesso pornografica) della propria persona non è solo moneta di scambio ma il cuore stesso del servizio di cui si usufruisce.
Come ricorda anche Stefano Rodotà, già tempo fa Julian Huxley, biologo e genetista, fratello del più celebre Aldous, scriveva di quella che sarebbe stata una nuova generazione di abitanti della Terra per cui aveva inventato la definizione di "postumani". Rileggendo le sue parole non possiamo non pensare ai milioni di giovanissimi assidui di Snapchat, WhatsApp e di un loro sistema valoriale per molti già incomprensibile. "Quando avremo esplorato le possibilità offerte dalla coscienza e dalla nostra persona e la conoscenza di queste sarà divenuta un bene comune una nuova specie di bisogno emergerà e ci renderemo conto che agendo nel modo opportuno nessuno dovrà rinunciare alla propria reale soddisfazione o ad un appagamento che sia minore del necessario. Questo processo avrà inizio come qualcosa di spiacevole e finirà con l'essere invece una benedizione. Si inizierà distruggendo le idee e le istituzioni che ci impediscono di realizzare le nostre possibilità (o che addirittura negheranno che ce ne sono da realizzare) e proseguirà iniziando la reale costruzione della vera storia del destino umano".
La topica secondo cui il data mining della rete nei nostri confronti è l'origine di tutti i mali è certamente la posizione più frequentata e facilmente argomentabile. In fondo come scrive anche il giornalista e scrittore di fantascienza Bruce Sterling: "I personal computer producono utenti, i social media bestiame". Più suggestivo ma non necessariamente più incredibile è pensare che questa totale condivisione di informazioni e intenti sia invece il primo passo verso un'evoluzione degli usi e dei costumi. Se nei romanzi di Houellebecq era il codice genetico a evolversi per permettere all'uomo di raggiungere un nuovo livello di consapevolezza, forse la vera pietra su cui fondare un diverso modello umano è proprio quella di una differente gestione della privacy, così come della proprietà intellettuale e fisica, dimenticando quanto è stato ritenuto giusto sino a ieri e persino quello che lo è per noi oggi, nella speranza di un nuovo imprevisto ma possibile scenario
È un gioco che abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita: inserirci di straforo nelle foto ricordo di persone che non conosciamo. Turisti, coppie innamorate, passanti che al ritorno dalle vacanze si ritroveranno con uno sconosciuto a fare capolino dietro i loro volti sorridenti in posa davanti alla basilica o mentre si baciano nel più bello dei tramonti. Internet ha recentemente dato un nome anche a questa antica pratica: si chiama photobomb, ovvero terrorismo mediatico con il sorriso sulla bocca. Una volta di foto se ne facevano di meno, scivolare nei ricordi di qualcun altro era più un evento casuale che altro, con tutto lo strascico di malinconiche considerazioni a corredo: "Chissà quante mie foto circolano nel mondo senza che ne sappia nulla". Esistono certamente tanti nostri piccoli avatar digitali su cui abbiamo perso ogni tipo di controllo e autorità.
A volte, però, perdere le tracce di se stessi non è più così facile. Se da una parte la digitalizzazione ha reso enormemente più semplice realizzare immagini, duplicarle e trasferirle, dall'altra ha permesso anche ciò che fino a poco tempo fa era impensabile: tenere traccia delle stesse, riuscire a incontrare il proprio simulacro nei luoghi della rete più impensabili, guardarsi in faccia mentre si è espropriati della propria identità. Da una parte il mondo si allarga, dall'altra la sua densità aumenta. C'è chi, come lo studioso di nuove tecnologie James Bridle, ha trovato una definizione per il problema coniando la definizione di Render Ghosts. A chi appartengono i volti e le figure umane che abitano le tante "photo stock" che circolano online e vengono regolarmente utilizzate per pubblicità, manifesti e a corredo di articoli? Chi sono le persone che vediamo circolare, vivere e respirare all'interno di cartelloni e progetti piazzati agli ingressi dei cantieri dagli architetti e che ci mostrano come sarà finalizzato un palazzo, quartiere o parco ancora in costruzione?
Scrive Bridle: "I Render Ghosts vivono nella nostra immaginazione, nello spazio liminale tra il presente e il futuro, il reale e il virtuale, il fisico e il digitale. Un mondo di architettura, urbanistica, di città prima che vengano completate, un tempo fuori dal tempo. Abitano uno spazio esclusivamente virtuale costruito da software di rendering 3D, relegato all'interno di cartelloni, lasciato lì a marcire e che verrà demolito all'arrivo del futuro in carne ed ossa, che poi non è mai patinato o perfetto come quello che i render che avevano fatto immaginare". Continua Bridle: "Ho parlato con una persona che realizza queste immagini e le descrive come "lorem ipsum architettonici", segnaposti estratti casualmente da enormi database popolati di luoghi immaginari".
Al moltiplicarsi di questi fantasmi aumentano anche le persone che ne captano e discutono l'eterea presenza. Lo ha fatto anche l'artista digitale Paolo Cirio con il suo progetto Street Ghosts. Cirio non fa altro che stampare a dimensioni reali le silhouette delle persone che per strada vengono fotografate dalle Google Car e inserite nelle mappe Street View in giro per il mondo. Questi bizzarri "stencil memento-google" vengono poi attaccati nei luoghi originali dove le foto sono state scattate. Il mondo reale copia dunque quello digitale in un gioco di rimandi che fa un po' girare la testa e pone diverse interessanti domande su chi tra loro abbia il predominio sull'altro o dove esattamente sia la linea di demarcazione tra i due. Sempre che ce ne sia una. Dice Paolo al sito americano Motherboard: "Per me è molto interessante che Google non chieda il permesso per fare quello che fa, semplicemente va in giro in ogni singola città del mondo scattando foto senza neanche avvertire la polizia o la pubblica amministrazione e, cosa ancora più assurda, senza neanche pagare nulla". "Ho la sensazione che ciò che succede oggi nei nostri schermi e dispositivi ci influenzi molto di più di quel che accade nello spazio fisico, su i muri delle nostre strade" conclude Cirio.
Forse è proprio questa la principale particolarità dei fantasmi digitali: la loro possibilità di trasferirsi senza difficoltà tra due dimensioni, quella reale e quella virtuale. Il significato e la forza della loro esistenza, invece di perdere di forza a ogni passaggio di questo tipo, ne acquistano di nuova fino al punto in cui il mondo che riteniamo reale, quello distante dalla tastiera del nostro computer, è sempre più colonizzato da queste presenze eteree. Apparizioni indefinibili capaci però di influenzare le opinioni e dirigere le azioni delle persone in carne ed ossa. Le utilizza in questa chiave anche Alice Goddard, stylist inglese che per il quinto numero del magazine da lei fondato, "Hot and Cool", ha curato un servizio di moda composto esclusivamente da immagini di modelli inconsapevoli prelevati proprio dal database di Street View di Google. "Styling vuol dire mostrare diversi tipi di vestiti in un modo nuovo" ha dichiarato Alice, "di solito vuol dire prendere qualcosa (un personaggio o un'idea) che trovo brutta e volgare e farla diventare invece qualcosa di buono. Ho trovato per caso questa piccola città americana in Google Maps e ho subito pensato che il look semplice delle persone che la abitavano fosse meraviglioso. La differenza principale con un normale servizio di moda street style è che le persone che sono ritratte hanno fatto uno sforzo incredibile nello scegliere i vestiti e il risultato finale è un po' troppo affettato e impostato, il soggetto è assolutamente consapevole di ciò che ne verrà fuori, mentre le persone che puoi trovare su Google Maps ovviamente non hanno idea di essere fotografate eppure i loro outfit erano per me molto interessanti".
Ecco che senza neanche accorgercene si è già passati dallo street style allo street view style. Quello di elevare gli abitanti del mondo virtuale a protagonisti e figure aspirazionali del mondo reale non è un esperimento isolato d'avanguardia, ma una pratica che ha sempre più emuli in diversi ambienti dell'arte pop. Il regista Theo Pozoga per la realizzazione del videoclip Hood del musicista elettronico Strip Steve ha utilizzato esclusivamente una serie di immagini, location e situazioni prese proprio da Google Street View. Chi ha bisogno di costosi e complicati set quando c'è tutto questo ammasso di volti (rigorosamente pixellati), situazioni e scorci alla nostra portata in modo perlopiù totalmente gratuito?
Fantasmi due volte. Una prima per colpa della digitalizzazione delle nostre immagini che le multinazionali fanno senza chiederci il permesso; una seconda nell'azione di artisti e lavoratori dell'industria culturale che decidono di liberare nuovamente nel circo mediatico questi milioni di zombie digitali che vagano nella rete privi della propria identità, senza scopo né direzione, abbandonati in un limbo senza uscita. Quello che rimane invariato è l'equilibrio complessivo della quantità di realtà del nostro mondo. Se le azioni di creativi e artisti come Paolo, Alice e Theo sembrano voler "de-virtualizzare" la realtà, al contrario siamo proprio noi a non poter fare più a meno delle nostre controparti fantasmatiche, tanto da imitarle nei comportamenti quotidiani che la stessa tecnologia ci suggerisce. L'ultimo dei neologismi legato alle app per appuntamenti guarda caso si chiama Ghosting. Con questa definizione si descrive l'abitudine di sparire improvvisamente dalla vita di qualcuno con cui stiamo uscendo e che abbiamo conosciuto proprio grazie a questo genere di applicazioni. Si tratta ovviamente di una forma di maleducazione emotiva che non nasce per colpa dei vari Tinder e Grindr, ma che certamente grazie a network del genere è divenuta incredibilmente più facile e veloce da mettere in pratica.
Gli spettri delle nostre immagini renderizzate, un tempo confinate alla cartellonistica delle agenzie immobiliari o alle foto delle vacanze rapite da perfetti sconosciuti, vogliono ora prendere il controllo del mondo. Sostituendosi ai viventi si mette in scena un inquietante e modernissimo remake de L'invasione degli ultracorpi. Software di manipolazione 3D, multinazionali impegnate a mappare l'intero globo e app per incontri sono il passaggio dimensionale che permette la comunicazione tra i due mondi, quello dei fantasmi e quello dei viventi. L'unica cosa che rimane da fare è decidere mescolarci a loro fino al punto da renderci del tutto indistinguibili.
Startup
La storia inizia a cavallo dell'anno 2000, quando si gonfia (e poi scoppia) la prima bolla di internet. La rete arriva alle masse e improvvisamente ci si accorge che una nuova economia non è soltanto possibile ma anche molto remunerativa. Almeno secondo le quotazioni in borsa di tante piccole aziende che salgono vertiginosamente. Alcune, altamente specializzate in servizi tecnologici, nel giro di pochi giorni di speculazione diventano addirittura più ricche della Fiat. Questione di pochi mesi e il sogno finisce bruscamente, modelli di business traballanti e l'improvvisa sfiducia dei mercati riportano tutti con i piedi per terra, qualcuno in mezzo a una strada o addirittura in prigione.
Nonostante il capitombolo, da allora qualcosa è irrimediabilmente mutato: l'idea di cambiare il mondo (e grazie a questa divenire incredibilmente ricchi) entra rapidamente a far parte dell'immaginario italiano. Abbandona l'ambito ristretto dell'intellighenzia e arriva alla massa, o questa se la prende. Inizia così la lunga corsa delle startup. Un tempo con questo termine si indicavano le piccole aziende che provavano a entrare nel mercato con originali idee di business, proponendo innovazioni tecnologiche software o hardware. Poi i contorni di significato si sono fatti più labili e oggi anche l'azienda del bresciano che progetta sturalavandini in fibra di carbonio non rinuncia ad autodefinirsi startup. Guardatevi intorno: è facile che più di un vostro conoscente sostenga di averne fondata una. Perché fare una startup, parteciparvi e crederci, vuol dire soprattutto non arrendersi alla realtà empirica del panorama lavorativo nazionale ma mettersi in condizione di sperare in un futuro migliore. Non solo: la parola evoca nella mente di chi la usa anche tutto un corollario di tramonti sulle coste californiane, macchine decappottabili guidate da ricchi CEO della Silicon Valley, notti insonni passate a scrivere codici premiati da un esordio in borsa col botto.
Il canale televisivo che apre la propria succursale e prova a guadagnare con i contenuti on demand? Startup. Lo studio grafico che inaugura il primo ufficio nella cantina della zia? Startup. I due amici giornalisti che mettono in piedi un'agenzia editoriale? Startup. Potrei continuare l'anticlimax a lungo, fino a raggiungere la semplice verità che oggi ormai qualunque cosa è startup. Poco importa che la mortalità di imprese del genere sfiori il 50%, la valanga è iniziata e non si fermerà, men che meno a causa di un noioso bagno di realtà. Noi lavoratori, sia dipendenti che soprattutto liberi professionisti, siamo come tante piccole startup in un mercato in continua mutazione, l'impresa più avventurosa e inventiva è infatti quella di modulare le proprie competenze a esigenze sempre nuove. L'obiettivo è trovare il modello di business che rispecchi meglio passioni e tendenze personali, permettendoci al tempo stesso di pagare l'affitto di casa.
Proviamo a guardare da vicino e in parallelo il singolo lavoratore e la piccola impresa tecnologica: quel che fanno e come lo fanno si somigliano in maniera impressionante. Il primo passo è quello nella cosiddetta "Valle della morte", il periodo iniziale in cui una startup deve trovare il proprio assetto e iniziare ad avere un profitto e dei clienti. Allo stesso modo, usciti dall'università ciascuno di noi si trova nella scomoda posizione di trasformare nozioni, testi e teorie in qualcosa capace di far guadagnare dei soldi. È lo scoglio più difficile da oltrepassare, quello su cui la maggior parte delle aziende si incagliano e che convince molti ad abbandonare le proprie aspirazioni per ripiegare su imprese più tradizionali come quelle di commesso, impiegato, assunto nell'impresa di famiglia. La seconda fase della startup è quella del break even. Così come un'impresa riesce a rientrare dei costi iniziali e prende a guadagnare, anche i più fortunati tra noi iniziano a piazzare qualche fattura da novanta giorni ai primi clienti. Terza e ultima fase: l'acquisizione. Una delle maggiori aspirazioni di una startup è infatti quella di venire acquisita da uno dei giganti del web che abitualmente pagano cifre iperboliche (ma comunque esigue rispetto ai propri bilanci miliardari) per inglobare tecnologie e community che farebbero troppa fatica a replicare partendo da zero. Instagram comprata da Facebook (un miliardo di dollari) e Tumblr comprato da Yahoo (1,1 miliardo di dollari) sono due dei principali casi degli ultimi anni. Per il singolo lavoratore l'acquisizione significa essere assunti da un'azienda che ci reputa così validi da essere disposta a legarsi a noi con un contratto che prevede uno stipendio fisso.
Da questo punto in poi le similitudini in parallelo tra lavoratore singolo e impresa collettiva finiscono e le due realtà prendono direzioni e comportamenti completamente opposti. Se la moderna startup ha come missione quella di nascere, crescere, reggersi sulle proprie gambe fino a farsi notare da una grande sorella della nuova economia, il lavoratore singolo castigato da stipendi sempre più modesti ha invece un'unica chance di capitalizzare il proprio talento: quella di riuscire a farsi licenziare. In questi anni di crisi economica, nonostante un livello degli stipendi sempre più basso, il vero problema delle grandi aziende è quello di riuscire a tagliare il costo del lavoro, cioè sbarazzarsi dove possibile dei propri impiegati. Spesso si tratta di persone assunte da poco ma già percepite come appartenenti a un'epoca pre-digitale, moderni dinosauri di cui non si sa più che fare se non invitarli a una dolce uscita dal mercato del lavoro tramite appositi scivoli incentivati. Altre volte sono proprio quei giovani talenti accolti a braccia aperte durante l'impennata di entusiasmo da new economy prodottasi una stagione prima e trasformatisi presto in alieni, atterrati dentro multinazionali vecchie di un secolo e senza nessuna intenzione di cambiare la propria organizzazione del lavoro. Sono giovani, qualcosa da fare lo troveranno di certo, tanto vale allora indirizzare anche loro verso l'uscita in attesa di tempi migliori in cui capire più chiaramente di chi si ha davvero bisogno.
Se nella migliore delle ipotesi l'imprenditore della startup, dopo anni di sacrifici e rischiosi investimenti, al momento di essere comprato da una grande azienda si vede recapitare l'assegno che vale una vita di fatiche, il singolo lavoratore ha possibilità di metter mano su un proprio tesoretto solo quando decide di farsi cacciare via. In un mondo di stipendi da 1200, 1500 euro al mese, quell'anno e mezzo o più di stipendio elargito tutto di un colpo sotto forma di buonuscita è la cifra più grande che un giovane professionista possa immaginare di guadagnare per buona parte della propria vita. Un gruzzolo dato in cambio del proprio entusiasmo.
Su tutta questa vicenda vale la pena di ricordare un libro di Carl Newport, che tra l'altro ha un titolo meraviglioso, ispirato da una citazione del comico Steve Martin. So Good They Can't Ignore You: Why Skills Trump Passion in the Quest for Work You Love. Troppo facile, dice l'autore che ha intervistato centinaia di personaggi di successo in ogni ambito, seguire l'adagio reso celebre dal discorso di Steve Jobs a Stanford: "Segui le tue passioni". Ciò che invece andrebbe fatto è cercare di mettere a frutto la propria professionalità e, solo nel momento in cui si è davvero indispensabili, investire il vantaggio ottenuto puntando alle priorità lavorative e di vita che più ci stanno a cuore e ottenendo quindi un maggiore controllo sulla nostra esistenza. Ecco un modo per uscire dall'asfissiante sistema conflittuale ormai di rito tra lavoratori e aziende. Tutto bello e tutto giusto, ma bisogna intendersi chiaramente su cosa significhi precisamente "essere indispensabili" al proprio datore di lavoro. Seguendo il corso del ragionamento messo in fila fino a questo momento, sembrerebbe proprio che l'unica posizione di forza del singolo nei confronti del mercato sia la resa. Così diventiamo davvero indispensabili quando ci trasformiamo in esubero, e il sistema investe su di noi solo nel momento in cui decide di rinunciarvi.
Privacy
È al centro del dibattito politico e sociale riguardo la nostra nuova vita online. A una più attenta osservazione, però, i maggiori esegeti e censori sembrano appartenere a una generazione che ha visto la rete entrare nella propria vita solo di recente, piuttosto che a quella che ci sta crescendo dentro. Secondo l'indagine europea del 2011 Social networking, age in privacy, in Italia oltre la metà dei ragazzi tra i 9 e i 16 anni ha un profilo su Facebook e, come qualcuno di loro ricorda a un attempato cronista del "Corriere della Sera", "Oggi l'obiettivo è mostrarsi, non nascondersi". Il pericolo dello sfruttamento commerciale dei propri dati è praticamente nullo rispetto alla paura di rimanere cannibalizzati e confusi nella massa informe di quei milioni di abitanti del pianeta Terra, ora più vicini e reali che mai proprio grazie alla loro istantanea rappresentazione digitale. Tutti siamo in piazza, incessantemente a confronto con i nostri simili. Lo stesso sistema dei social network sembra essere fondato sulla negazione dell'esigenza alla privacy: cosa sono i like, i retweet, i commenti e le informazioni da noi inserite se non tracce che lasciamo volontariamente ad amici e conoscenti perché qualcuno possa ritrovarci in questo deserto digitale? Come moderne molliche di Pollicino fatte di bit, così spargiamo per la strada milioni di indizi sulla nostra identità perché qualcuno da qualche parte si possa prendere la briga di venirci a cercare, interessarsi di noi, capire da dove proveniamo e magari comprenderci meglio di quanto non siamo riusciti a fare noi stessi.
Per molti commentatori, però, queste priorità di nuova generazione sembrano incomprensibili, eticamente inaccettabili, e si parla dell'importanza della privacy dimenticando la ben più diffusa e opposta pratica dell'esibizionismo. E se davvero il concetto di spazio personale come lo abbiamo inteso fino a oggi fosse sorpassato? Accantonate le reazioni umorali e istintive che hanno invaso la rete qualche tempo fa a seguito del cambio di policy di Instagram (che però nessuno si prende la briga di andare a leggere al momento dell'iscrizione) che minaccerebbe di utilizzare le nostre foto per campagne promozionali (invece di quelle di professionisti del mestiere? E perché mai?) ogni giorno milioni di ragazzi si iscrivono a servizi simili online, del tutto disinteressati all'uso che le multinazionali faranno delle proprie informazioni e contenuti. Più che fiducia nelle corporation si tratta di menefreghismo: "Se le prendano pure perché io non so che farci", sembrano dire a milioni da ogni parte del mondo.
A spiegare meglio di chiunque altro la situazione è lo stesso Mark Zuckerberg parlando ai Crunchies Awards del 2012, evento organizzato dal sito di tecnologia americano Techcrunch. Intervistato dal direttore Michael Arrington, ha descritto lo stato delle cose con tanto e tale candore dall'essere poi costretto a ritrattare le proprie dichiarazioni. "Quando ho iniziato nel mio dormitorio ad Harvard la domanda che mi facevano in tanti era: perché dovrei voler mettere una qualunque informazione su internet? Perché dovrei voler avere un sito? E poi cinque o sei anni più tardi c'è stata l'enorme esplosione dei blog e di tutti questi diversi servizi che permettevano alle persone di condividere tutte queste informazioni. La gente non solo è divenuta molto serena nel condividere informazioni di diverso tipo ma ormai lo fa in modo sempre più aperto e con sempre più persone contemporaneamente. Quella norma sociale è semplicemente qualcosa che è cambiata nel tempo".
Zuckerberg non è il solo a pensarla così. Anche Nick Denton, giornalista e fondatore del network Gawker la pensa allo stesso modo. Recentemente ha dichiarato a "Playboy": "Potremmo discutere del fatto che la privacy sia mai veramente esistita. Di solito amici e conoscenti nel villaggio sapevano bene cosa stava succedendo attorno a loro. Potremmo guardare a ciò che succede oggi come a un ritorno alla natura essenziale della condizione umana. Siamo stati circondati da ovvi scandali per la maggior parte dell'esistenza umana, quando si sapeva tutto di tutti. Poi è seguito un breve periodo in cui le persone si sono trasferite nelle città e le connessioni sociali si sono sfilacciate. Un breve periodo di sufficiente anonimato per comportamenti trasgressivi che nessuno avrebbe scoperto. Ora quel breve momento è giunto alla fine".
E così, mentre il dibattito continua a infuriare sulle prime pagine dei giornali cartacei e nei salotti dei legislatori, miliardi di ragazzi e ragazze online continuano tranquillamente a postare immagini e parole con la naturalezza tipica della libera circolazione online. È questo il modo che una nuova generazione ha di pagare i servizi che sta utilizzando e che li autorizza a chiedere in cambio non chissà quale silenzio o rispetto, quanto semplicemente un servizio tecnologico migliore che renda il processo di pubblica manifestazione della propria esistenza ancora più veloce, semplice ed efficace. Una scommessa che viene continuamente rilanciata come successo con Snapchat, il social network basato su contenuto "a tempo" in cui le immagini presenti spariscono dopo un periodo prestabilito e in cui l'esibizione (spesso pornografica) della propria persona non è solo moneta di scambio ma il cuore stesso del servizio di cui si usufruisce.
Come ricorda anche Stefano Rodotà, già tempo fa Julian Huxley, biologo e genetista, fratello del più celebre Aldous, scriveva di quella che sarebbe stata una nuova generazione di abitanti della Terra per cui aveva inventato la definizione di "postumani". Rileggendo le sue parole non possiamo non pensare ai milioni di giovanissimi assidui di Snapchat, WhatsApp e di un loro sistema valoriale per molti già incomprensibile. "Quando avremo esplorato le possibilità offerte dalla coscienza e dalla nostra persona e la conoscenza di queste sarà divenuta un bene comune una nuova specie di bisogno emergerà e ci renderemo conto che agendo nel modo opportuno nessuno dovrà rinunciare alla propria reale soddisfazione o ad un appagamento che sia minore del necessario. Questo processo avrà inizio come qualcosa di spiacevole e finirà con l'essere invece una benedizione. Si inizierà distruggendo le idee e le istituzioni che ci impediscono di realizzare le nostre possibilità (o che addirittura negheranno che ce ne sono da realizzare) e proseguirà iniziando la reale costruzione della vera storia del destino umano".
La topica secondo cui il data mining della rete nei nostri confronti è l'origine di tutti i mali è certamente la posizione più frequentata e facilmente argomentabile. In fondo come scrive anche il giornalista e scrittore di fantascienza Bruce Sterling: "I personal computer producono utenti, i social media bestiame". Più suggestivo ma non necessariamente più incredibile è pensare che questa totale condivisione di informazioni e intenti sia invece il primo passo verso un'evoluzione degli usi e dei costumi. Se nei romanzi di Houellebecq era il codice genetico a evolversi per permettere all'uomo di raggiungere un nuovo livello di consapevolezza, forse la vera pietra su cui fondare un diverso modello umano è proprio quella di una differente gestione della privacy, così come della proprietà intellettuale e fisica, dimenticando quanto è stato ritenuto giusto sino a ieri e persino quello che lo è per noi oggi, nella speranza di un nuovo imprevisto ma possibile scenario