Guo Ping, presidente del Supervisory Board di Huawei, ha detto ai neoassunti dell'azienda il 10 settembre che l'obiettivo di Huawei nel computing è diventare la Nvidia dell'intelligenza artificiale. Huawei, una settimana dopo, ha presentato a Shanghai il sistema che dovrebbe dimostrarlo: l'Atlas 960E SuperPoD, con 4.096 processori Npu (Neural Processing Unit, i chip dedicati ai calcoli di IA); molto meno dei 15.488 promessi lo scorso anno. Il numero, a prima vista, sembra un passo indietro. La sostanza, secondo gli esperti interpellati da Italian Tech, racconta una storia diversa e più complessa.
Cosa ha presentato davvero Huawei
L'Atlas 960E SuperPoD raggiunge, secondo i dati diffusi dall'azienda, una potenza di calcolo dichiarata di 16 exaflops, cioè 16 miliardi di miliardi di operazioni al secondo, con una memoria condivisa fino a un petabyte, l'equivalente di un milione di gigabyte. Il sistema di interconnessione si chiama Hi-One e utilizza l'ottica integrata al posto dei moduli di rete tradizionali: Huawei sostiene che circa 5.500 unità di questo tipo sostituiscano quasi 48mila moduli ottici convenzionali, con un risparmio energetico dichiarato di oltre 550 chilowatt. Il calendario dei prossimi chip della famiglia Ascend prevede il modello 960DT nel primo trimestre del 2027 per l'addestramento e il 960PR nel terzo trimestre per l'inferenza.
Un'evoluzione, non una rivoluzione
Mario Casu, docente di microelettronica e sistemi digitali integrati al Politecnico di Torino, guarda alla presentazione di Huawei con un certo distacco tecnico. «Non lo vedrei come una rivoluzione, ma come un'evoluzione», dice Casu. «L'Atlas 950 presentava già caratteristiche computazionali di interconnettività molto buone: è un gradino ulteriore nella direzione che Huawei ha preso da tempo, costruire data center sfruttando i propri chip e i propri sistemi di interconnessione, competenze che derivano anche dall'ambito delle telecomunicazioni».
Le prestazioni complessive di un sistema per l'addestramento dell'IA, spiega Casu, dipendono da molti fattori oltre alla capacità di calcolo del singolo chip: il modo in cui le schede sono collegate tra loro, ottico o su rame, il loro numero all'interno di un data center, la capacità di raffreddamento. «La difficoltà di Huawei nell'accedere alle tecnologie più avanzate può essere compensata, magari non completamente, ma in parte, dalla capacità di mettere in piedi tutto un sistema».
Parte di questa capacità, secondo il docente, passa dai chiplet: un'architettura in cui più die, i singoli blocchi di silicio, vengono integrati nello stesso package su un substrato che li collega rapidamente tra loro e con la memoria. Un die più piccolo ha una resa produttiva maggiore rispetto a uno grande, e questo permette a Huawei di aggirare in parte l'esclusione dai nodi produttivi più avanzati della fonderia Tsmc, preclusi dalle sanzioni, appoggiandosi invece a quella cinese Smic, meno avanzata ma disponibile.
La distanza tecnica reale tra i sistemi Huawei e quelli Nvidia a che punto è? «Non lontanissima», sostiene Casu. Un parziale passo indietro è possibile su alcune metriche, come le prestazioni per watt o quelle per metro quadro di data center occupato, ma non lo considera un problema critico.
Il vincolo più difficile da superare, per il docente, non lascia dubbi: «Sicuramente numero uno, l'accesso alla litografia avanzata». Il processo insomma con cui si stampano i circuiti sulla superficie di una fetta di silicio. Uno scenario ipotetico in cui la Cina sviluppasse una tecnologia litografica equivalente a quella dell'olandese Asml richiederebbe comunque due o tre anni per colmare il divario, con il rischio aggiuntivo di controversie sulla proprietà intellettuale lungo il percorso. Il ritmo di sviluppo cinese, superiore a quello occidentale in molti settori potrebbe però permettere un recupero più rapido del previsto, una volta risolto l'accesso alla tecnologia, «per via geopolitica o attraverso lo sviluppo di alternative locali».
L'obiettivo di Huawei, secondo la lettura di Casu, non è competere con Nvidia su scala globale, ma offrire un'alternativa valida per il mercato cinese, integrata nell'ecosistema locale dei modelli ad accesso aperto come DeepSeek, su una scala continentale non piccola e con buone prospettive.
Gli investimenti delle aziende cinesi, aggiunge Casu, si concentrano soprattutto sul software e sui sistemi costruiti sopra i modelli, più che sull'hardware in sé: un modello di business diverso da quello americano, dove il ritorno atteso passa soprattutto per lo sbarco in Borsa e utili futuri di sistemi chiusi. Casu ammette di non conoscere bene Cann, la piattaforma software di Huawei, ma non ritiene che Cuda, il software di Nvidia, rappresenti uno strumento così abilitante da fare la differenza rispetto ad alternative comparabili: per lui, il differenziale resta soprattutto una questione hardware.
Lo stesso giorno, un'altra mossa
Il 17 settembre non è stato un giorno qualunque per l'industria cinese dei semiconduttori. La Cyberspace Administration of China, lo stesso giorno della presentazione dell'Atlas 960E a Huawei Connect, ha ordinato alle principali aziende tecnologiche cinesi di sospendere test e ordini delle gpu Nvidia Rtx Pro 6000D, sviluppate appositamente per il mercato cinese dopo il blocco del modello H20, che secondo Favarotto aveva già fatto crollare la quota di mercato di Nvidia in Cina dal 95% a un valore ormai vicino al minimo. La decisione di Pechino si basa sulla valutazione che i semiconduttori prodotti internamente, da Huawei, Cambricon e Smic, abbiano ormai raggiunto prestazioni comparabili a quelle dei modelli Nvidia venduti in Cina. Questa coincidenza temporale conferma come hardware e politica industriale cinese si muovono nella stessa direzione, nello stesso momento.
Alibaba neanche una settimana dopo ha presentato lo Zhenwu V900, descritto come il chip IA più potente disponibile oggi in Cina, con prestazioni triple rispetto al modello precedente e la possibilità di essere combinato in cluster fino a 500mila unità. L'annuncio è arrivato a seguito della visita di stato di Xi Jinping a Washington, dove IA e dazi commerciali erano attesi tra i temi centrali dell'incontro con Trump.
Non modelli, ma infrastruttura
Ludovica Favarotto, junior research fellow all'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) e specialista di infrastrutture digitali nell'osservatorio Geoeconomia, legge l'annuncio di Huawei soprattutto come comunicazione politica, da collocare dentro una competizione tra blocchi tecnologici che dura da oltre un decennio. La dichiarazione di Guo Ping, secondo Favarotto, non riguarda la volontà di competere sui modelli linguistici come ChatGpt o Gemini, ma la costruzione di un'infrastruttura verticale che va dal software fino ai semiconduttori e ai data center, sullo stesso schema seguito dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi.
Un fronte su cui, secondo l'esperta, la Cina sarebbe già avanti è quello della robotica. «La superiorità cinese nella robotica e negli umanoidi si scontra con una parte software che resta ancora in mano americana», osserva Favarotto. I dati confermano il quadro: secondo l'International Federation of Robotics, nel 2024 sono stati installati nel mondo circa 542mila robot industriali, il 54% dei quali in Cina, contro appena 34mila negli Stati Uniti. Lo stock cinese di robot industriali ha superato i 2 milioni di unità, circa 4,5 volte quello del Giappone, secondo paese al mondo.
C'è però un limite strutturale che complica il tentativo cinese di dominare l'intera filiera come già avvenuto con le terre rare. «La catena di produzione dei semiconduttori è frammentata e distribuita tra diversi paesi: neanche gli Stati Uniti hanno la capacità di controllarla per intero», dice Favarotto. Le restrizioni americane sull'export di macchinari litografici avanzati, introdotte dall'amministrazione Biden nel 2022 e mantenute da Trump, restano secondo lei il vincolo più difficile da aggirare, la stessa conclusione a cui arriva Casu dal lato tecnico. Per altro il Dipartimento del Commercio americano, il 30 settembre 2025, ha esteso questi controlli anche alle società controllate per almeno il 50% da entità già inserite nella cosiddetta Entity List, una lista che include Huawei da anni.
In pratica le due amministrazioni statunitensi, su questo fronte, sono in continuità. «Tante politiche di cui oggi vediamo i frutti erano già state implementate nell'era Biden. Non è un risultato di Trump: sono i mezzi e il modo in cui il messaggio viene comunicato a essere cambiati», spiega Favarotto, citando il Chips Act e l'Inflation Reduction Act.
Il divario di capitali resta comunque enorme, in direzione opposta rispetto ai proclami hardware: lo Stanford AI Index 2026 registra investimenti privati in IA negli Stati Uniti per 285,9 miliardi di dollari nel 2025, contro appena 12,4 miliardi in Cina.
Favarotto immagina, nel medio-lungo periodo, uno scenario diverso: una divisione del mondo in blocchi di sfere di interesse tecnologiche. «Alcuni paesi, soprattutto nel Sud-Est asiatico, potrebbero adottare la visione cinese, altri quella americana, spesso in base a quanto il proprio sistema politico-istituzionale è più vicino all'uno o all'altro», dice Favarotto.
Casu offre, su un punto specifico, una lettura diversa. Il docente non prevede una spaccatura geografica netta tra blocchi tecnologici, ma piuttosto una coesistenza tra modelli aperti e modelli chiusi, come racconta l'esperienza software con Linux da una parte e Windows o Apple dall'altra. I due sistemi, secondo Casu, sopravviveranno entrambi, con modelli di business distinti, senza dividersi necessariamente il mondo per aree geografiche.
La risposta di Washington
Washington, dal canto suo, sta costruendo la propria risposta attorno a un'iniziativa chiamata Pax Silica, lanciata dal Dipartimento di Stato nel dicembre 2025 per creare un ecosistema di alleati fidati lungo tutta la filiera dell'IA, dai minerali critici ai microchip. L'Unione europea vi partecipa solo come osservatore, non come membro a pieno titolo. Jacob Helberg, sottosegretario di Stato che ha promosso l'iniziativa, ha paragonato il petrolio e l'acciaio del secolo scorso ai minerali critici di oggi, definendo il ventunesimo secolo alimentato “dall'innovazione e dai minerali che la rendono possibile”.
La strategia di Huawei, letta attraverso le due prospettive, non punta a sostituire Nvidia ovunque nel mondo. L'obiettivo più realistico è costruire un'alternativa sistemica solida per il mercato cinese e per chi sceglierà l'ecosistema tecnologico aperto che la Cina sta promuovendo. Il vero banco di prova, più che i teraflop, resta l'accesso alla litografia avanzata: la barriera che nessuna architettura, per quanto ingegnosa, può ancora aggirare del tutto.