Pikachu ovunque, la febbre (gialla) da Pokémon
Il principale mostriciattolo della complicata saga ideata negli anni Novanta dall'informatico giapponese Satoshi Tajiri per Nintendo è una delle figure più note dell'immaginario giapponese nel mondo. Come i colleghi - sono tantissimi, oltre 600 personaggi - è d'altronde figlio di un successo planetario fatto di oltre 240 milioni di copie vendute solo dei vari videogame. Come sarebbe accaduto in seguito, ha anticipato l'splosione di marketing della serie che è poi diventata anime, fumetti, film (prodotti fin dal 1998, in Italia disponibili dal 2012), gadget, giocattoli e così via. Pikachu, in particolare, è finito ovunque: dai francobolli agli aggeggi di ogni tipo. In Giappone, Corea del Sud e altrove si tengono ogni anno parate in maschera in suo onore, le Pika Parade.
I residenti hanno insomma paura che questo passo rientri in un più ampio fenomeno di erosione non solo della lingua cantonese - uno dei principali gruppi della famiglia di lingue cinesi parlata nella parte sud-orientale della Cina continentale, a Hong Kong e Macao, dov'è idioma ufficiale - ma anche della cultura locale e delle tradizioni. Insomma, il nuovo battesimo dei protagonisti della famosissima saga fatta di giochi, anime, film, gadget e giocattoli sembra ricollegarsi direttamente alle proteste dell'autunno 2014, quando migliaia di persone occuparono la sede del governo locale e diversi snodi cittadini contro la "riforma" elettorale proposta per le elezioni del 2017. Poi bocciata esattamente un anno fa.
Per questo, nonostante si passi da un'azienda giapponese, la standardizzazione dei nomignoli delle strane creature immaginarie tanto amate anche in Occidente rischia di produrre un ulteriore passo in avanti verso la cosiddetta "mainlandisation". Cioè il progressivo tentativo di sottrarre a Hong Kong il suo status di regione amministrativa speciale. Quello nato dal famoso principio del "un Paese due sistemi" coniato alla fine degli anni Settanta dall'allora leader Deng Xiaoping per risolvere la disputa sulla sovranità con la Gran Bretagna, che avrebbe poi restituito il territorio nel 1997, ponendo fine ai 157 anni di dominio coloniale.
La guerra di Pikachu è dunque solo l'ultimo tassello di un rapporto sempre più complicato fra Pechino e Hong Kong. L'anno scorso l'ufficio per l'educazione locale provocò un mezzo disastro quando propose di togliere al cantonese la qualifica di lingua ufficiale. O ancora, lo scorso febbraio, l'amministrazione ha ricevuto oltre 10mila reclami pochi giorni dopo aver introdotto i sottotitoli in caratteri semplificati nel corso di un programma tv. "Credo che la lingua sia forse uno dei fattori più importanti che segnano le differenze di Hong Kong rispetto al resto del Paese - ha spiegato alla Bbc Stephen Matthews della locale università - è chiarissimo che chi parla mandarino non comprende il cantonese e viceversa". D'altronde il 90% di chi abita a Hong Kong parla cantonese e il mandarino - con la sua pronuncia e i suoi caratteri semplificati - è più raro dell'inglese.
La protesta sta andando in scena anche sui profili ufficiali di Nintendo Hong Kong, dove centinaia di giocatori stanno minacciando di boicottare console e videogiochi della casa giapponese. "Pikachu è presente a Hong Kong da vent'anni - ha spiegato, in un sussulto di nostalgia, l'attivista Sing Leung dell'associazione Civic Passion - non è solo il personaggio di un gioco o di un fumetto: è la memoria collettiva di una generazione".