La guerra si combatte anche su Facebook? Oscurate decine di pagine pro curdi in Italia
di EMANUELA DEL FRATE
Colpite le fanpage di centri sociali, siti di informazione indipendente, radio e gruppi legati al Partito democratico. Alcune delle pagine tornate online dopo poche ore. La denuncia: "Le guerre non si giocano esclusivamente sui campi di battaglia, ma anche su quelli dell’informazione"
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"LA TUA pagina è stata nascosta". Così, dopo un avvertimento risalente al 17 ottobre, la Rete Kurdistan Italia, di cui fanno parte associazioni e Ong come Un Ponte per e la Mezza luna rossa Italia, si è vista oscurare la propria fanpage su Facebook. Attività recenti hanno violato gli standard della community, la spiegazione del social. "Ci chiediamo come sia possibile", dicono gli amministratori, "pubblichiamo solo articoli tratti da agenzie stampa e testate locali, sempre con il loro permesso e sempre con la fonte segnalata in calce", racconta uno di loro. "E siamo sempre stati attentissimi a non usare foto che possano urtare la sensibilità degli utenti. Non possiamo sapere neanche quali sono i post incriminati. Le notifiche ci sono arrivate solo dopo la chiusura della pagina e non sono più visibili nemmeno a noi. Abbiamo aperto la contestazione che è stata risolta da Facebook con la cancellazione definitiva della pagina".
Sorte simile, sempre nella tarda serata del 20 ottobre, è toccata alla fanpage di Ararat. Il centro culturale, presente a Roma dal '99, in cui è nata la rete che ha portato il fumettista Zerocalcare a realizzare il viaggio da cui è nato la sua graphic novel "Kobane Calling". In questo caso, secondo gli amministratori, non c'è stato nessun avvertimento preventivo da parte di Facebook. La pagina è stata nascosta semplicemente perché non rispettava gli standard della community. Caso analogo a quello in cui è incappata la fanpage del Pd della Provincia di Lecco, oscurata e poi rimessa online dopo tre giorni. E, soltanto ieri, quella dei Giovani Democratici Piemontesi: "Nessuno dei nostri post inneggiava alla guerra, anzi chiedevamo il contrario.
Quale punto della policy è stato infranto? Sono state le segnalazioni degli utenti a farla mettere sotto la lente di ingrandimento o sono solo rimasti incastrati in uno dei meccanismi legati alle (complesse) politiche di moderazione della piattaforma?
Sveva Haertter della Rete Kurdistan non ha dubbi. "Ogni volta che si intensificano le azioni di guerra della Turchia, siamo vittime di attacchi sul web. Nel 2015 abbiamo richiesto l'intervento della polizia postale per un attacco hacker al nostro sito, invaso da simboli dei Lupi grigi", ormai storico, movimento turco nazionalista e di estrema destra. E la pagina Facebook era già stata oscurata nel 2016, "quando il conflitto è esploso nel Kurdistan turco. Così come abbiamo avuto problemi durante l'assedio di Afrin. Facciamo controinformazione e evidentemente diamo fastidio". Qualche 'avvisaglia' c'era già stata nei giorni scorsi quando alcune pagine locali della Rete Kurdistan, come Cosenza e Palermo, si sono viste sospendere (a tempo determinato) dal social network. Così come è successo a decine di altre fanpage legate a centri sociali e siti di informazione indipendente, tutti nei giorni a cavallo tra il 14 e il 16 ottobre. "A tutti - racconta Alberto De Nicola, direttore di Dinamopress, a cui sono stati contestati anche post del 2017 - sono arrivati prima degli avvertimenti su post segnalati dagli utenti perché non rispettavano gli standard della community, poi l'oscuramento. Non c'era nessuna presa di posizione politica, solo foto e report di mobilitazioni a sostegno dei curdi. Molte delle nostre sono testate registrate, facciamo cronaca".
La lista è effettivamente lunga e comprende, tra gli altri, Contropiano, Infoaut, Global Project, le pagine dei centri sociali Labàs e Tpo di Bologna, Insurgencia, Milano in movimento, Ex OPG Occupato - Je so' pazzo di Napoli. La quantità e simultaneità delle segnalazioni, "ricevute dalle nostre pagine in relazione a contenuti riguardanti la resistenza curda e le iniziative di opposizione alla guerra, lasciano supporre che vi sia stata un'azione coordinata da parte di soggetti vicini al governo di Ankara", hanno dichiarato alcuni dei siti colpiti, da Dinamopress a Radio Onda d'Urto, durante le conferenza stampa promossa con la Rete No Bavaglio e ospitata dalla Fnsi. "Com'è noto", scrivono nella nota finale, "le guerre non si giocano esclusivamente sui campi di battaglia, ma anche su quelli dell'informazione".
La maggior parte delle pagine sono state, poi, riabilitate nel giro di 48 ore, dopo aver presentato ricorso al social network. Dallo scorso anno, infatti, Facebook offre la possibilità di fare appello quando si verificano casi controversi. Ripristinando poi i contenuti che la piattaforma riconosce essere stati erroneamente rimossi. In alcuni casi, come in quello del documentario 'Binxet - Sotto il confine', tra i primi a essere oscurato quasi contemporaneamente al post instagram del fotoreporter Michele Lapini, con tanto di scuse ufficiali da parte di Facebook.
Pagine come quella di Brescia per Mediterranea, sono riuscite a tornare visibili, "solo dopo - dice Cristiana Manenti - che abbiamo cancellato ogni singolo post relativo al corteo cittadino del 19 ottobre. E non è più online l'evento della prossima mobilitazione". Mentre risultano ancora nascoste le fanpage di Insurgencia, così come quella di Radio Onda d'Urto: "Abbiamo anche scritto via PEC a Facebook, ma senza avere risposte", racconta Francis. "E siamo una testata giornalistica regolarmente registrata, oltre che concessionaria radiofonica". Per loro la criticità era tutta concentrata su due post: uno sul funerale di Orsetti e l'altro sulla storia del Pkk.
Repubblica ha sottoposto i vari casi all'attenzione di Facebook che, attraverso uno dei suoi portavoce italiani ribadisce come il colosso di Cupertino abbia "regole chiare che definiscono ciò che può e non può essere condiviso. Queste regole non consentono a organizzazioni o individui che proclamano missioni violente o sono coinvolti in azioni violente di avere una presenza su Facebook. Rimuoviamo anche i contenuti che esprimono supporto o elogio nei confronti di gruppi, leader o individui coinvolti in queste attività". Ammettendo comunque che "alcuni dei contenuti rimossi per violazione di questa policy sono stati eliminati per errore. Spesso si verificano casi controversi - soprattutto quando si tratta di valutare se ci si trovi di fronte a elogi e sostegno o ad una semplice discussione - e a volte capita di sbagliare".
"Il problema nasce perché il Partito dei lavoratori del Kurdistan è inserito nelle liste terroristiche internazionali? C'è una sentenza del 2018 della corte Europea di Lussemburgo che attesta come vi è stato elencato ingiustamente", sottolinea Sveva delle Rete Kurdistan. Una sentenza, però, non valida sul territorio americano a cui fa riferimento la policy di Facebook. La stessa, in ogni parte del mondo. A ricordare la stessa sentenza è anche l'avvocata Simonetta Crisci, presidente di Senza Confini che, insieme ai Giuristi Democratici, sta valutando l'ipotesi di un ricorso d'urgenza alla Corte europea, perché "una sanzione ci deve essere, non basta la denuncia". Almeno per quel che riguarda la sospensione delle pagine Facebook dei siti di informazione indipendente. "Che si tratti solo di una cancellazione temporanea, non cambia la gravità della cosa", chiude De Nicola di Dinamopress secondo cui il punto è, invece, da rintracciare nella natura stessa del social network: "La piattaforma svolge, ormai, una funzione di spazio pubblico. Ma continua a rispondere alle logiche di una corporation privata, nell'assenza totale di trasparenza".