Neil Lawrence compone le sue risposte come se maneggiasse pezzi di un puzzle. Spazia tra passato e presente. Immagina il futuro declinandolo tra apprendimento delle macchine, arte, filosofia, calcio e un pizzico di cultura partenopea, dono prezioso di sua moglie, napoletana. Neil Lawrence è tra i massimi esperti mondiali di intelligenza artificiale, insegna a Cambridge ed è direttore di AI@Cam, l’iniziativa dell’ateneo britannico per lo sviluppo e l’applicazione dell’IA. Scettico con i catastrofisti, sferzante con i suscettibili, nei suoi lavori prova a ricondurre il dibattito sul piano della realtà: l’IA è una tecnologia potente, uno strumento meraviglioso, ma senza un approccio critico ogni pensiero è vittima di una superficialità irrimediabile. E tutti ne sono vittima: grandi capi d’azienda, professori, comunicatori.
Professor Lawrence, due anni fa il mondo ha scoperto le IA generative. Ma ancora oggi si fa fatica a comprenderne la natura. Chi le produce le esaltano, chi le racconta spesso ne è suggestionato come se si trattasse qualcosa di magico. Lei le studia da decenni, ci aiuta a decifrarne la natura e le potenzialità? A distinguere il mito dalla realtà?
“L’Intelligenza artificiale è uno strumento potentissimo, straordinario, ma non è magia. È solo una distillazione della cultura umana attraverso la capacità della macchina di accedere a miliardi di informazioni e farne comunicazione veloce e efficace. Il rapporto tra la capacità di trasmissione delle informazioni tra noi e le macchine è di 300 milioni a uno. Non c’è niente di magico, ma è qualcosa di fisico perché la macchina usa le leggi fisiche dell’elettromagnetismo, noi la velocità del suono”.
In Italia avrebbe dovuto partecipare alla celebrazione dei 150 anni dalla nascita di Marconi. Riecheggiano nelle sue parole anche le sue teorie.
“È proprio quello che faceva lui. Marconi trasmetteva informazioni attraverso onde elettromagnetiche. Se hai un'entità, in questo caso una macchina, che ha accesso a 300 milioni di volte più informazioni di te, allora beh, sta operando in modo diverso. Non è certo un'esistenza umana in alcuna forma, ma di certo può vedere abbastanza interazioni umane da poter iniziare a emularle. E allora sembra magia, sembra che in qualche modo abbiamo ricostruito ciò che fanno gli umani. Ma lo fa attraverso una copia. È un falso, in un senso molto concreto. Un falso molto, molto intelligente, brillante e straordinario, ma pur sempre un falso”.
Nel suo libro "The Atomic Human", esplora cosa rende unica l'intelligenza umana. Mai come ora questa unicità sembra messa in discussione. Perché ritiene importante ricordarlo ora?
“Penso che sia molto importante per la nostra identità. Quando è emerso il motore a vapore, si temeva che le macchine avrebbero reso schiavi gli umani, come scriveva Samuel Butler nel XIX secolo. Non per il lavoro intellettuale, ma per quello manuale. Ora stiamo vivendo la stessa crisi di fiducia su chi siamo. In particolare, le voci più forti sono quelle che si sentono minacciate. Se parli con persone comuni, come mia suocera, lei non si sente minacciata da queste tecnologie. Le persone che parlano di utopia e distopia sono quelle che si vantano delle proprie abilità, che ora la macchina può fare altrettanto bene o meglio”.
Ciò non toglie che la minaccia percepita è una minaccia reale.
“Certo. È un elemento dirompente per la società, ma non una minaccia a chi siamo, nemmeno nel lungo termine. A meno che non cediamo all'idea che l'essenza di chi siamo sia stata trapiantata nella macchina. E questo è un tranello in cui molte persone stanno cadendo, soprattutto quelle che hanno più voce nel dibattito sull’IA”.
Sbagliano?
“Sono persone molto intelligenti in certi ambiti ristretti, ma sono anche ingenue, perlomeno in senso socratico. Non riconoscono ciò di cui non sanno. Mancano della saggezza socratica, del sapere talvolta di non sapere. Hanno una sicurezza immensa su ciò che conoscono, ma non sanno riconoscere i propri limiti”.
Eppure guru tecnologici, a volte scrittori o professori, paventano che l’AI potrebbe portare alla fine dell'umanità. Pensi che questo tipo di messaggio aiuti o ostacoli la nostra comprensione di cosa sia veramente l'IA?
“Penso che sia molto dannoso. Non è falso, ma il modo in cui viene presentato è semplicistico. La verità è che, anche senza l'IA, siamo già diretti verso una mondo distopico”.
Può spiegarci meglio?
“Pensa al controllo che vediamo con i social media, l'erosione delle istituzioni democratiche, al populismo, tutto questo fa parte di un fenomeno più ampio legato al cambiamento dei nostri mezzi di comunicazione”.
L’IA che ruolo ha in questo?
“L’IA è parte di questo cambiamento, ma non è che prima fossimo su un percorso verso la perfezione. Quando ho incontrato Mark Zuckerberg nel 2013, diceva che connettere tutti sarebbe stato fantastico. Ma non lo è stato. Condividere informazioni senza alcuna regola o discrimine non eleva l'umanità. Ci vuole tempo perché emergano forme di comunicazione che ci elevino veramente, come la letteratura o l'arte. Quello che sta accadendo oggi, credo, è che stiamo mettendo in discussione, logorando le nostre stesse istituzioni con questi strumenti. L’unico modo in cui l’IA potrebbe prendere il controllo sull’umanità non è nella forma di una super intelligenza che ci governa, ma nella distruzione delle nostre istituzioni democratiche. Ma per arrivare a quello non serve l’IA”.
Una delle idee più affascinanti del suo libro è che lo sviluppo tecnologico deriva da discrepanze tra il nostro cervello e la nostra capacità di comunicare. Perché questo è importante nell'era dell'IA e cosa sta cambiando ora con l'IA?
“È importante perché crea un'asimmetria di potere. Se l'informazione può portare al potere, e se un'entità ha molte più informazioni su di te, allora può manipolarti. I social media funzionano così: la macchina ci vede in modi che noi non vediamo, come singoli e come gruppi di pesone. Con l'IA generativa, ora possiamo parlare direttamente alla macchina. Questo in realtà ci dà anche la possibilità di riprendere parte di quel potere. Immagina un futuro in cui puoi dire al tuo telefono cosa vuoi che faccia, senza dover usare app predefinite. Questo è potenzialmente trasformativo, perché permette una personalizzazione che prima era impossibile”.
Qual è il dono che questa tecnologia porta all’umanità? In cosa potrebbe migliorarla se usata al meglio?
“La bellezza dell'IA generativa, che è tra le molte forme di IA, è che per la prima volta permette a chiunque di dialogare con un computer, di dirgli "fai questo". In questo senso, ha una caratteristica simile a ciò che l'Europa visse dopo la stampa durante il Rinascimento, quando la gente comune iniziò a partecipare al dibattito sul proprio futuro. Fu un periodo turbolento: scismi religiosi, Riforma protestante, perché fino ad allora la Chiesa cattolica controllava l'informazione in Europa. Solo il clero prima sapeva leggere e scrivere. Ma poi portò a cambiamenti radicali, alla nascita delle democrazie moderne”.
Nelle sue presentazioni pubbliche, mescoli spesso immagini di chip e computer con dipinti come quelli di Michelangelo o Blake. Perché lo fa? Cosa significano per lei questi dipinti?
“Per me, rappresentano i diversi livelli della nostra intelligenza. C'è un livello istintivo, come quando Maradona prende una decisione e tocca di mano un pallone battendo l’Inghilterra ai Mondiali: una decisione presa in un attimo, un gesto che contiene un livello riflessivo, che ci eleva. L'arte, la letteratura, la musica ci aiutano a raggiungere questo livello superiore. Quando guardiamo un'opera di Michelangelo, vediamo un messaggio che ci arriva da 500 anni fa. È emotivo, è forte, nonostante quell’artista sia morto secoli fa ci parla ancora, la sua espressione vive ancora. Questo è qualcosa che le macchine non potranno mai comprendere, perché non muoiono, non hanno un'esperienza umana”.
Lo sviluppo di questa tecnologia può cancellare alcune di queste individualità artistiche e personali?
“Non lo temo, ma non lo posso escludere. Ma è una cosa che non possiamo decidere noi. Dobbiamo lasciare spazio alle generazioni future per decidere come usare queste tecnologie. Il pericolo è che il potere si concentri nelle mani di pochi, invece di essere distribuito tra le persone che meritano la nostra fiducia, come insegnanti, medici o avvocati”.
Che idea si è fatto del modo in cui il giornalismo tratta questi temi? Pensa che i media stiano facendo un buon lavoro?
“Per i media tradizionali questo un lavoro difficile, forse impossibile farlo davvero bene. Anche perché competono con i nuovi media. Ma possiamo essere ottimisti, perché alla fine la verità emerge. Le persone non sono stupide: puoi ingannarle per un po', ma non per sempre. Il giornalismo è un'istituzione fondamentale. Dobbiamo sostenerlo, perché è parte dell'ecosistema che ci permette di capire il mondo. Ma dobbiamo anche riconoscere che sta cambiando, e che le nuove generazioni di giornalisti dovranno trovare strade diverse dalle nostre”.