Una giovane cronista si avvicina a un ragazzo concentrato sul portatile, in uno stabilimento balneare. “Ti stai godendo la vacanza?”, chiede lei. “No, sto lavorando da remoto”, risponde lui. E lei, senza scomporsi: “Vabbè, Skibidi Boppy”.
La scena non è reale: è stata generata da un’intelligenza artificiale, per la precisione da Veo 3 di Google, un sistema capace di creare video ultra-realistici, con audio perfettamente sincronizzato, partendo da un semplice prompt testuale. La potenza e la facilità d’uso di questi strumenti ha dato il via a una nuova ondata di clip surreali, brevi – al momento l’IA può generare solo video di massimo otto secondi - e completamente prive di senso.
In questi microfilmati, ciò che accade è volutamente grottesco e nonsense: qualcuno si tuffa in mare con il portatile acceso, un altro si lancia in un bidone pieno di gelato al pistacchio. Il tutto preceduto da una frase ormai diventata un tormentone: “Skibidi Boppy”. Un’espressione che non significa nulla, ma è proprio questo il punto: è il grimaldello per accedere a un universo digitale fatto di leggerezza, caos creativo e viralità.
Su TikTok e Instagram, digitando “skibidi boppy” o “skibidi bop”, si trova un’infinità di video che seguono sempre lo stesso schema: un’intervista apparentemente normale, un’esclamazione nonsense e poi un gesto assurdo. L’obiettivo è semplice: sorprendere, far ridere, magari spiazzare. In una parola, intrattenere.
“Skibidi Boppy” è un perfetto esempio di neologismo virale, figlio della cultura “brainrot” – un termine che online viene usato in modo ironico per indicare contenuti così strani o ripetitivi da sembrare dannosi per il cervello, ma che risultano irresistibili, soprattutto per Gen Z e Gen Alpha. È l’umorismo dell’assurdo, l’arte del nonsense trasformata in fenomeno social. Come direbbero Colapesce e Dimartino: per chi non ha voglia di niente, va benissimo anche questo.