Negli ultimi cinque anni Bending Spoons ha diffuso solo due generi di notizie. O poderose raccolte di capitali, oppure acquisizioni di aziende tecnologiche. Impossibile trovare altro. Se si sfogliano i comunicati e si mettono in ordine c’è un filo rosso che li lega tutti e li tiene bene insieme. L’azienda, fondata nel 2013 da Luca Ferrari e altri suoi colleghi di università a Copenaghen, raccoglie soldi principalmente negli Usa e li investe comprando altre aziende soprattutto negli Usa.
Decine di acquisizioni tra le vecchie glorie della internet economy
Si tratta spesso di vecchie conoscenze dell’economia digitale. Aziende lontane dalle valutazioni degli anni d’oro, lontane spesso anche dal profitto, ma che comunque ancora fatturano. Filmic, Evernote, Mosaic, Meetup, Streemyard, Wetransfer, Komoot, Vimeo. Aol. Nomi che non completano tutti i pezzi del puzzle, ma servono a dare un’idea. Solo per le acquisizioni di cui si sanno i dettagli, si parla di 3,4 miliardi spesi.
La società negli anni da Copenhagen si è trasferita a Milano. Qui ha costruito il suo un quartier generale, a Porta Nuova. Un edificio ultra moderno, tre piani, mille metri quadri per piano, celebrato dalle riviste di architettura come icona di design e cultura aziendale (le stesse riviste dicono che sia costato 8,5 milioni). Bending Spoons è diventata da oggetto strano della digital economy italiana a campione italiano dell’innovazione in pochissimo tempo.
E non senza ragione. È sicuramente tra le aziende digitali più interessanti del nostro paese. Ha raggiunto pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, acquisizione dopo acquisizione, un fatturato di 622 milioni di euro, con ricavi saliti del 72% e un margine del 50,6% a 315 milioni (ultimo dato pubblico preso dai bilanci di uno dei suoi primi investitori, Tamburi, anno 2024). Tradotto: Bending Spoons va bene. Va bene sul lato conti, va bene lato prodotto, e va bene per le decine di investitori private che ci hanno messo i soldi (4,7 miliardi la raccolta, finora). Il suo successo è conclamato, celebrato dai giornalisti di settore, ricordato a ogni occasione pubblica. Ma come fa ad andare bene?
Un private equity attento alle alchimie della finanza
Per chi fa l’investitore non è proprio un mistero, anzi. Bending Spoons è raccontata dai media come startup, come scaleup, come unicorno, oramai “decacorno” (vale circa 11 miliardi). Ma forse qui si nasconde il primo errore. In realtà oltre a fare tecnologia, fa l’operatore di private equity. Forse fa soprattutto il private equity, per quanto Ferrari sostiene che la sua azienda lo è al 25%, mentre il resto è tech company.
Cosa fa un private equity? Acquisisce partecipazioni in società private, spesso non quotate in borsa o comunque poi avviate al delisting, con l’obiettivo di migliorare il valore di quella società. Con una differenza però: un private equity lo fa per un periodo di tempo limitato. Tre, cinque, sette anni. Bending Spoons lo fa tenendo con sé le aziende acquisite per sempre. Non le rivende e non ha intenzione a farlo, almeno così viene detto pubblicamente. Ma le fa entrare nella propria galassia di prodotti.
La popolarità in Italia con la creazione di Immuni, l’app anti tracciamento
Viene definita una software house. Ma, meglio, è un grosso editore di applicazioni e servizi digitali. Ed è tra le migliori realtà a farlo a livello europeo. Non è un caso che nel 2020 il governo Giuseppe Conte l’ha scelta per creare l’app di tracciamento Immuni durante la pandemia da Covid-19. L’app garantiva anonimato, precisione, efficienza. A detta degli esperti di sicurezza e software, era davvero così. Ma lo sviluppo id Immuni è stato l’ultimo momento della vita pubblica di Bending Spoons slegato dai meccanismi di raccolta capitale e investimento. Dal 2020 in poi la società ha cambiato strategia.
Bending si è quindi specializzata in operazioni di private equity secondario. Gli esperti di borsa e i venture capitalist (Italian Tech ne ha sentiti diversi nella realizzazione di questo articolo) le chiamano anche di “Build-up”. I più maliziosi di “Buy and Slash”, compra e taglia, sottolineando la politica di riduzione dei costi. Tutti termini che in sostanza raccontano un lato di Bending Spoons poco noto. Poco raccontato. Messo in ombra dal racconto patriottico e filo aziendale che ne viene fatto di tech company nazionale di eccellenza.
La cura dimagrante drastica per le aziende acquisite, tagli fino al 75%
Bending Spoons compra aziende mature, asset maturi, con fatturato consolidato, spesso definiti morti o inefficienti sul mercato o che comunque non riescono più a dominare. Una volta comprate, i suoi manager si ingegnano per renderle di nuovo efficienti. Spesso in modo drastico. I media di settore americani raccontano in maniera piuttosto cruda cosa succede alle aziende acquisite (spesso americane, di qui il loro interesse).
Vengono ridimensionate, razionalizzate, il personale spesso licenziato in massa (fino al 75% in alcuni casi) per eliminare i costi operativi superflui. In alcuni casi il costo al pubblico dei prodotti viene rivisto al rialzo, come alcuni accusano sia successo nel tempo a Evernote e altri strumenti. Però la cura, dicono i numeri, funziona. L’effetto immediato è la crescita vertiginosa dei profitti. Con costi ridotti e produzione spostata in Europa, dove un ingegnere del software costa molto meno che in Silicon Valley, le aziende acquisite portano in cassa a Bending Spoons fatturato buono, con costi imparagonabili a prima.
Bending Spoons, la scopa del sistema
Il valore dell’azienda acquisita da uno diventa due, raddoppia, garantendo ritorni nell’investimento elevati. È per questo che raccoglie tantissimi capitali. È per questo che i soldi arrivano non tanto da investitori istituzionali, quanto da famiglie e privati. È per questo che in breve tempo ha potuto portare la sua valutazione da 1 a 11 miliardi di dollari.
E per far questo deve ridurre i costi e tagliare. Tagliare personale. Impossibile avere una stima certa, ma mettendo insieme alcune informazioni riportate negli ultimi anni soprattutto da TechCrunch, il numero dei licenziamenti fatti in America si potrebbe aggirare intorno alle 800 persone. Oggi Bending Spoons ne impiega circa un migliaio.
Ultimo punto. Perché negli anni Venti può nascere un’azienda come Bending Spoons nel digitale? Il motivo è che il mercato digitale oramai ha 30 anni. È maturo. Le di 30 anni fa, un tempo giovani e rampanti, oggi sono vecchie, stanche, incastrate in processi inefficienti e piene di personale con decenni di lavoro alle spalle. Ma al contempo hanno fatturato, marchi noti al pubblico, per quanto valgano molto meno. Eppure sono oramai lontane dalla ribalta dell’informatica, del software e quindi dei mercati.
Bending Spoons raccoglie soldi privati, fiuta gli affari, ne fa incetta, e poi le tiene insieme. Le mette in un unico ecosistema di software e applicazioni, puntando ora sui social, ora sui video, ora sulla produttività, all’occorrenza, in base a quello che vuole fare.
Bending Spoons, per citare il capolavoro di David Foster Wallace, è la scopa del sistema. Del sistema digitale. Svolge in qualche modo un ruolo di riordino e pulizia. Lo fa in modo per molti brutale, ma razionale. Lo fa seguendo le logiche del gioco (come nel romanzo di Foster Wallace), ma a modo proprio. Può piacere o meno, il digitale è un mercato grande e maturo. Così grande da creare cumuli e detriti. Che sia una scopa o un cucchiaio piegato a risolvere il problema, fa poca differenza.